Libertà o censura? Questo è il (terribile) dilemma. Il fenomeno dell’ “hate speech” e la ricerca di soluzioni

“Love is in the air”: così cantava qualche anno fa una canzone. Oggi, invece, nell’aria sembra esserci tutto tranne che amore.  A dominare, è infatti una tendenza all’odio, alla violenza e al razzismo, in nome di quella tanto fantomatica libertà di espressione e di opinione con cui oggi si giustifica praticamente tutto.

Sui giornali leggiamo quasi ogni giorno messaggi, parole fortemente offensive a precisi soggetti ben precisi per orientamento sessuale, appartenenza all’una o all’altra etnia, fede religiosa o semplicemente punti di vista differenti. Un fenomeno certamente preoccupante, una patologia dei nostri giorni che è stata efficacemente definita “Hate Speeches”, i discorsi dell’odio. E’ sorprendente pensare che questa definizione sia stata coniata dagli stessi creatori di questi attacchi d’odio, ovvero i social media. Basta pensare alla rapidità con cui un contenuto diventa virale sul web per capire come questi vaneggiamenti trovino costantemente  un fertilissimo terreno, nel quale moltiplicarsi e crescere: in Francia, dopo gli attentati al settimanale satirico Charlie Hebdo, le dichiarazioni antisemite e contro i musulmani si sono moltiplicate, con picchi del +70%.

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Non stupiamoci quindi se si è arrivati, nelle università Americane, a inventare un app per smartphone chiamata “Yik Yak” (traducibile con “Chiacchiericcio rumoroso”), per diffondere pettegolezzi, ingiurie e offese”. E tutto con la garanzia dell’anonimato più totale!

Ed è inutile quindi dire che “reazione legittima data dalla paura” non regge più come giustificazione per le più disparate prese di posizione: è solo un alibi per veri e propri atti di violenza verbale.
Come fare quindi a contrastare questo fenomeno? La complessità del problema sta nel riuscire a trovare il giusto equilibrio fra l’esigenza di contenere i messaggi d’odio e di discriminazione in rete e l’attenzione a non andare poi a ridurci ad una perdita di libertà d’espressione.
Parafrasando Amleto potremmo dire: lasciar parlare predicatori d’odio o censurarli?
I confini di questa contesa stanno cercando di tracciarli le grandi democrazie occidentali sin da quel famoso 11 settembre, ma ancora non si è riusciti a venirne a capo. Le prese di posizione a riguardo sono state svariate, alcune più diplomatiche, altre molto più estreme: basti pensare alla Francia, Paese dei lumi nonché culla dei diritti fondamentali, che sta discutendo in questi giorni una riforma della legge sulla libertà d’espressione (ferma al 1881) che paragona i reati d’opinione a qualsiasi altro tipo di crimine commesso, inasprendo quindi le sanzioni contro l’uso improprio dei mezzi di comunicazione.

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Ma il semplice discutere di odio non fa che crearne di nuovo, come sottolinea Timothy Garton Ash, docente di relazioni internazionali all’università di Oxford, in un’intervista rilasciata a Repubblica lo scorso 10 Marzo. Egli avverte: “Andiamoci cauti con  la censura degli hate speeches. C’è il rischio che non sia la cura giusta e che aumenti la violenza estremista anzichè combatterla. […] Sul web passa un oceano di parole e di immagini che qualcuno può ritenere offensive. Chi decide cosa è ammissibile e cosa no? Bisogna ricordare che, se stabiliamo un tabù, subito sorgeranno richieste di stabilirne altri: perchè loro sono protetti e noi no? E che al tempo stesso, i tabù incitano alla violazione”

Che fare quindi? Lottare. Lottare e battersi per poter rispondere finalmente al dubbio di Amleto, gridando a gran voce: “Libertà!” con sicurezza e consapevolezza, fieri di rivendicarne  il valore universale, ma senza superbia. La libertà è un dono prezioso e pericoloso, che va rivendicato nel rispetto reciproco, anche di noi stessi. Solo così potremo garantire la salvezza, la conservazione di un così imprescindibile diritto.
E diventare finalmente uomini liberi. Consapevoli di essere liberi.

Nicola Campione

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