YOUTH – una nuova Grande Bellezza

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La storia raccontata nel film Youth – La giovinezza è ambientata in una Spa di lusso per maturi clienti cosmopoliti: artisti, direttori d’orchestra, musicisti, registi. E’ lo Schatzalp Hotel di Davos, in Svizzera.

Sorrentino non è il primo artista a scegliere questo luogo per dare vita alla sua storia. Prima di lui, ormai cento anni fa, lo aveva scelto anche Thomas Mann per ambientarvi il suo romanzo La Montagna Incantata, che è stato definito come il più “fedele, complesso, esauriente ritratto della civiltà occidentale nei primi decenni del Novecento”. Forse che l’ambizione del regista sia analoga? Il microcosmo tragicomico che Sorrentino riesce a creare ricorda molto, per la struttura innanzitutto, il romanzo di Mann: entrambi i racconti si dispiegano all’interno di questo lussuoso Hotel, dove personaggio molto diversi tra loro per età anagrafica, personalità e professione, si incontrano e si scontrano nel lento scorrere delle giornate tra saune, bagni turchi e trattamenti termali.

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Il protagonista di Youth, Fred Ballinger (interpretato da Michael Caine), è un anziano direttore d’orchestra e compositore ormai in pensione, che con rimpianto e apatia non si aspetta più nulla dalla vita, dalla quale dice di “essersi ritirato”. Fred è solito trascorrere le sue vacanze sulle Alpi svizzere, con la figlia Lena e l’amico Mick Boyle (Harvey Keitel), un vecchio regista che, al contrario di Fred, ha ancora voglia di vivere.

Fin dall’inizio del film, è impressionante la grande differenza tra questi due amici: l’uno ormai in pensione dalla musica e dalla vita, non vede più nulla davanti a sé, vivendo in una strisciante attesa della fine, colma di sofferenza e di ansia per una vita passata, ormai così lontana da averla dimenticata (la cosa che più lo sconcerta è di non riuscire a ricordare più i suoi genitori, com’erano, come parlavano); l’altro invece, incapace di vivere nella routine senza obiettivi da raggiungere, ha ancora voglia di mettersi in gioco per realizzare il suo ultimo grande film, il compimento della sua carriera, il suo testamento artistico. Non a caso, si fa aiutare in questa impresa da un gruppo di ragazzi, giovani sceneggiatori che lo stimolino e che lo facciano sentire vivo, a cui poi lasciare in eredità la sua ultima opera, come in un passaggio di testimone.

L’uno che si arrende alla vecchiaia e l’altro che cerca ancora di inseguire un ultimo assaggio (o forse illusione?) di giovinezza e di successo.

E’ su questi due modi così diversi di affrontare la vita che si gioca il racconto, come sul contrasto di fondo di un film che è intitolato “giovinezza” e parla in realtà della vecchiaia e di tutta la tragicità che sta in questa condizione. Tutto il film è un susseguirsi di contrasti, non solo di temi (vecchiaia-giovinezza), ma anche di immagini: i corpi molli e disfatti dei vecchi e quelli pieni e sodi dei giovani; la lontananza delle montagne eliminata in un istante dallo scarto del cannocchiale che le fa sembrare vicinissime; il successo del passato e l’apatia del presente; la vita e la morte.

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Michael Caine e Harvey Keitel. Ph: Gianni Fiorito

Ma improvvisamente la svolta, un qualcosa che scuote questo lento e surreale scorrere del tempo, come uno schiaffo che ti riporta alla realtà: Mick riceve un drastico rifiuto dalla famosa attrice e amica Brenda Morel (Jane Fonda), ormai anziana come lui, che avrebbe dovuto interpretare la parte della protagonista nel suo film. Non c’è modo di convincerla: “Questa stronzata del cinema finisce, la vita va avanti!” rispone Brenda sprezzante. Mick, che ha alle spalle una lunga esperienza nell’ambiente cinematografico, sa benissimo che, senza il nome di lei associato alla pellicola, i produttori non accetteranno di finanziare il film, che quindi non verrà mai realizzato. Questo tanto inaspettato quanto tragico evento rappresenta la fine per lui: senza film, Mick non ha più un obiettivo davanti a sé, non ha più nulla se non quella routine che tanto teme e che non riuscirebbe a sopportare nell’attesa della morte. Poiché egli “deve vivere e non sopravvivere”, non potendo più vivere sceglie di togliersi la vita.

Il suicidio del caro amico, a cui Fred assiste inerme, innesca qualcosa nella sua mente; qualcosa che lo spinge a rimettersi in gioco e ricercare quella “giovinezza” che credeva non avrebbe mai più trovato.

E il finale, che non voglio qui rivelare per non rovinare la sorpresa a chi non avesse ancora visto il film, insegna che la giovinezza non è solo un fatto d’età, ma anche e soprattutto un fatto mentale. “Se si può avere uno sguardo sul futuro, si può avere un motivo di giovinezza”, ha detto lo stesso Sorrentino in un’intervista durante il Festival di Cannes. “Il futuro è un’illusione, sì. Ma un altro futuro da immaginare ci salverà dalla voglia di suicidarci”.

Ecco così che Sorrentino è forse riuscito in quell’impresa, in quell’ambizione di cui parlavo sopra. Ponendosi quasi come “erede” di Mann, ha cercato di fare una radiografia della malattia che affligge l’Europa cento anni dopo La Montagna Incantata di Thomas Mann: la continua ossessiva ricerca di qualcosa che dia all’uomo una ragione per vivere, per sentirsi vivo, per sentirsi nuovamente giovane, quel qualcosa (che sia un’affannata rincorsa al successo o un sincero desiderio di rimettersi in gioco) senza la quale la vita sarebbe solo una vuota sopravvivenza. Come, al contrario, l’opera di Mann raccontava di un’Europa di inizio Novecento adagiata sul luccichio e sul benessere della belle époque e incapace di affrontare un conflitto mondiale imminente, che infatti la travolgerà.

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. FOTO DI GIANNI FIORITO
Ph: Gianni Fiorito

Youth è il ritratto di una coscienza collettiva e delle sue contraddizioni e, proprio per questo, ha una struttura tutta particolare, a volte confusa, quasi incomprensibile. Questo aspetto è dovuto anche all’inusuale metodo di lavoro utilizzato da Sorrentino, come egli stesso rivela in un’intervista rilasciata ad un settimanale italiano quando la sua pellicola era ancora in concorso al Festival di Cannes:

“Durante le riprese, la convocazione degli attori a volte recitava: Pronti alle 8, scena 27 non ancora scritta.” – “E’ vero. Invento tante cose vivendo sul set. Un film è il risultato del tempo che si trascorre assieme durante le riprese”.

Quando ho letto questa intervista, non avevo ancora visto il film, e non riuscivo a capire come questo fosse possibile; come fosse possibile costruire qualcosa di così complesso senza avere già una strada ben tracciata davanti, un binario da seguire, una storia scritta e definita.

Poi sono andata al cinema, e ho capito.

Youth è un’opera cinematografica che parla della vita, che rappresenta la vita. E la vita si costruisce giorno per giorno di piccoli elementi, esperienze, ricordi che ti spingono nel passato e desideri che ti proiettano nel futuro, dialoghi, rimandi, riprese, persone che incontriamo sul nostro cammino e lo trasformano in una danza a volte disordinata. Elementi che apparentemente non hanno nulla a che fare col nostro percorso, “incidenti” non previsti, ma che fanno parte inevitabilmente del cammino e lo riempiono dandogli nuovo significato. Così è il film di Sorrentino. E’ un susseguirsi di scene, di passi, di dialoghi aggiunti di volta in volta, di cui non sempre (o non nell’immediato) riesci a cogliere il significato, ma che pian piano ti portano al compimento di quel percorso che il regista si era prefissato.

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Percorso che, come ha notato il critico cinematografico Gianni Canova: “non è mai lineare. Non si struttura su nessi consequenziali, né su una progressione narrativa basata sulla logica di causa ed effetto. Piuttosto slitta, salta, ritorna”. Per questo è cosi difficile comprendere l’interezza della storia mentre si crea. Solo dopo aver visto il film lo capisci, e riesci davvero a credere come non sia importante avere già in partenza ogni singola scena scritta, perché la storia deve svilupparsi spontaneamente, perché anche gli attori sono persone e devono imparare a conoscersi lavorando insieme per poter costruire un percorso.

Questo cammino, a volte confuso, conferisce ai film di Sorrentino un carattere tipicamente immaginifico, surreale, quasi visionario. Quel carattere che è tipico anche del suo capolavoro precedente “la Grande Bellezza”. Quel carattere che, quando esci dal cinema, ti fa dire “film strano”.

Eppure, a quel “film strano” non riesci a smettere di pensare, ripercorrendo ogni singola scena nella mente e cercando di comprenderne il significato; se a volte ci si riesce, in molti altri casi si possono fare solo delle supposizioni, senza ottenere una risposta certa e univoca.
In ogni caso, ti rendi conto di essere di fronte a qualcosa di grande, lì su quello schermo. Un qualcosa che raggiunge la filosofia attraverso l’arte. Una nuova “Grande Bellezza”.

Giulia Capellaro

 

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