La musica è cambiata

Provate a immaginarvi di tornare a 10 anni fa: il vostro vicino di banco vi dice che dovete assolutamente ascoltare una canzone, voi tornate a casa, andate su Youtube e la ascoltate. Oggi non dovreste nemmeno aspettare di tornare a casa per ascoltarla: dal vostro tablet o dal vostro smartphone avete a disposizione lo stesso Youtube e decine di altri programmi per ascoltare .

Per chi si fosse fermato a Youtube, negli ultimi anni c’è stata una diffusione sempre maggiore di programmi e siti per ascoltare la musica in streaming on-demand che nello scorso anno per il mercato italiano ha rappresentato circa il 60% del mercato discografico digitale sorpassando il download. Tutti questi programmi hanno funzionamenti più o meno simili: ti registri (basta fornire la propria email) e si ha a disposizione una versione gratuita (con l’inserimento di pubblicità ogni 2/3 canzoni ascoltate) o una premium (al costo di circa 10 euro al mese) che da la possibilità di scaricare e ascoltare la musica offline, una qualità del suono maggiore e l’assenza della pubblicità. Il più famoso di questi è il programma anglo-svedese Spotify che a Dicembre 2014 registrava 60 milioni di utenti, di cui 10 della versione premium.

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La diffusione di tali programmi dovrebbe contrastare la pirateria musicale che ha messo in ginocchio l’industria musicale. In Italia, dopo 11 anni di calo, per il secondo anno consecutivo il mercato musicale è tornato a crescere. Merito dello streaming? Anche. Ma tutti quelli che usano Spotify sanno in che modo dovrebbe salvare la musica? Ad un primo sguardo sembrerebbe abbastanza semplice: con gli abbonamenti e la pubblicità nella versione gratuita.

E allora perchè diversi autori (il caso più recente quello della cantante pop Taylor Swift) hanno deciso di togliere la loro musica da Spotify o altri gruppi si rifiutano di metterla a disposizione attraverso i siti di streaming (ad esempio un gruppetto inglese degli anni ’60, tali Beatles)? Secondo gli artisti i guadagni sono troppo bassi. E’ sempre quello il problema, ma soffermandosi sui dati ufficiali forniti da Spotify si legge che il sito trattiene per sé il 30% dei “guadagni” dagli ascolti e il rimanente 70% viene diviso tra i detentori dei diritti, si stima che di questo 70% agli artisti vada circa il 10%.

spotify

Che i musicisti abbiano ragione? Al contrario di ciò che molti penseranno, i compensi non vengono distribuiti in base al numero di ascolti che uno totalizza ma questi vengono divisi per il numero totale di ascolti del programma e in base alla percentuale ottenuta si ottiene il guadagno. Per un milione di ascolti Spotify paga agli artisti dai 6000 agli 8000 dollari di royalties una cifra maggiore di qualsiasi altro sito di streaming e download. Quanti in Italia possono arrivare a tali cifre? Non molti. E i pesci piccoli? Quanto possono guadagnare dai loro ascolti? È cambiato il meccanismo di ascolto e diffusione della musica ma in fondo non è cambiato niente. Se si riuscisse a trovare una via di mezzo tra le esigenze della discografia e un valido compenso per gli artisti si potrebbe parlare davvero di “rivoluzione dello streaming”. Non dico di boicottare tali programmi, io li uso quotidianamente e per me rimangono uno strumento molto valido: tutte le band e i cantanti dovrebbero usarlo per farsi conoscere e diffondere la propria musica ma fino a che non verranno modificate alcune logiche di mercato proprie della discografia e se oltre a semplici ascoltatori vogliamo essere parte attiva di questo mondo supportando i musicisti, dalla band del paese di provincia ai grandi che suonano negli stadi, la via è quella del supporto “sul campo” seguendo i live e comprando (e non “pescando dal torrente”) i dischi o i singoli di questi artisti.

Computer keyboard with music key

È un discorso antiquato? Può darsi. Da ascoltatore, lettore e amico di musicisti questa è una possibilie soluzione che mi sembra giusto adottare, altrimenti è inutile lamentarsi dicendo che i concerti costano troppo. Se gli artisti non guadagnano dalla musica in studio, dove mai dovranno rifarsi con i guadagni? Intanto il mercato del vinile in Italia lo scorso anno ha registrato un incremento dell’83%: segno di un passato che vuole tornare o un futuro che non vuole partire? Abbiamo vissuto la rivoluzione dell’mp3 e del download digitale, quanto dovremo asoettare per una giusta rivoluzione dello streaming?
P.s se dovete spendere 13-14 euro per il cd dei Maroon 5 piuttosto andate dal pizzaiolo sottocasa e mangiatevi una prosciutto e funghi. Anche i pizzaioli sentono la crisi e hanno bisogno del vostro supporto.

Andrea Aiolfi

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