Capitolo I: Akbar Frutta

Una delle arti cui uno studente fuorisede medio deve abituarsi è quella del trasportodiballed’acqua. Sì, avete capito bene: tra le difficoltà più grandi che ho incontrato da quando sono a Milano  – molto più dello studio del Torrente o delle tecniche oratorie di Cicerone- c’è quella di dover letteralmente trascinare dall’Esselunga fino a casa mia una cassa da sei bottiglie d’acqua. Ora, non so quanto pesi precisamente un insieme di bottiglie, ma è una delle cose più pesanti che esistano. Fuori dal supermercato, ci si trova a guardare con ammirazione perfino le Fiat 600 dei primi anni ’90, a perdere tempo a cercare Enjoy nelle vicinanze dell’Esselunga, con le gocce di sudore che cominciano a scendere, e a considerare i 400 metri che distano da casa come kilometri. Per preservare la mia pigrizia, ho cominciato a frequentare assiduamente per ogni mio bisogno improvviso, Akbar Frutta, un minimarket gestito da una famiglia del Bangladesh, che si trova esattamente sotto casa mia. I prezzi erano, però, molto alti. Naturalmente per un pugliese, gli sconti sono importanti, e dopo un po’ di tempo i 3 euro e 80 che il gentile proprietario richiedeva per una cassa d’acqua, hanno cominciato a pesarmi, a infastidirmi. Si trattava di principio. E così da un giorno all’altro ho cominciato a chiedere, con sempre più insistenza, piccoli sconti, che vedevo come premi per la mia fedeltà al brand Akbar.

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Il fattaccio che sto per raccontarvi non poteva prescindere da questa premessa. Un giorno, in preda a una voglia di thè freddo, mi recai dal mio fedele Akbar, trovando -con grande gaudio- non il proprietario impassibile e poco incline alla conversazione, ma un altro degli azionisti della ditta. Tra una parola e l’altra scoprii che aveva perfino vissuto in Puglia per qualche tempo e che, come tanti che hanno frequentato quelle zone, conosceva alcune parole dialettali tipiche del luogo. Il prezzo fissato per un brick di thè era di 1 euro, quindi l’imballaggio da 6 veniva addirittura a costare 6 euro. Decisamente troppo per me. Lo convinsi a scendere leggermente di prezzo e dopo un tira e molla, ci accordammo per dimezzarlo. Tutto contento per aver speso solo 3 euro (forse all’Esselunga avrei pagato di più!) me ne tornai a casa. L’avevo appena combinata troppo grossa, ma non lo sapevo.

Il giorno dopo fui preso da un’irrefrenabile voglia di snacks vari. Oltrepassata la porta del minimarket, reputavo i prezzi scritti  su un cartellino con il pennarello, vicino ad ogni merce, delle inezie. Comprai un po’ di roba e la lasciai sulla cassa. Oltre al mio amico bengalese/pugliese, questa volta c’era anche il proprietario.
-8 euro e 80.
(Con portafogli già pronto e sorriso sardonico) -Beh, fai 8!
All’improvviso il proprietario incominciò a sbraitare, in preda ad un’ira funesta:
-TUNOCAPIRENIENTETUSEMPRERUBAREQUAAAAAA!
Evidentemente qualcosa non stava andando per il verso giusto. Ero decisamente colto di sorpresa e rimasi fermo, mentre il proprietario dell’azienda Akbar Frutta continuava a gridarmi in faccia parole senza senso. Ero colpito nel mio orgoglio di cliente. Non potevo accettare questo sopruso. Uscii via dal negozio biascicando che no, non volevo più niente e mi ritrovai sul divano di casa mia senza le patatine.

Sentendo di non poter rientrare in un negozio di una persona così irrispettosa verso un cliente del mio calibro, vissi una settimana accontentandomi della solita spesa all’Esselunga e convissi a fatica con le voglie sporadiche di qualcosa che non avevo.

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La frutta di “Akbar frutta”

Fu una settimana orribile.

Non potendo resistere a lungo in quella situazione, decisi che per ogni mio bisogno, avrei chiesto il favore di passare dal negozio al posto mio, ad ogni amico. Antonio, il mio coinquilino, scese a comprarmi l’acqua svariate volte. Una sera, invece, fui invitato a cena da un amico e mi riproposi di portare delle bottiglie di vino. Convinsi, a fatica, Costantino a entrare nel negozio e, per estremo divertimento di entrambi, il nostro amico bengalese/pugliese -sbadato- ci regalò perfino tre bottiglie di birra. Era evidentemente una frana: non solo mi aveva fatto uno sconto di una portata tale da far imbestialire il presidente dell’azienda, ora regalava anche birra. L’avevamo fregato pur avendo buone intenzioni, questa volta! Ammetto che cominciai ad avere sensi di colpa.

Non potevo più resistere. I miei pasti sregolati richiedevano dei break pomeridiani che solo le delizie di Akbar potevano darmi. Così, mi feci coraggio ed entrai nel negozio, di nuovo, dopo la famosa (naturalmente i miei amici, tra mille risate, ne erano venuti a conoscenza) disavventura. C’era il proprietario, lì, alla cassa, impassibile e, attorno a noi, silenzio. Di quel silenzio che fa molto rumore, di imbarazzo. Presi le patatine e le lasciai davanti a lui. Senza guardarmi disse:
-2,30… A te 2!
Prounciò le ultime parole alzando di colpo la testa e sorridendo  a 32 denti. Poi allargò le braccia. Quello che mi si presentava davanti assomigliava ad un miracolo. Ci abbracciammo come due vecchi amici, scambiandoci parole di scuse:
-scusapermessinoavutiesserenervosoaltravolta,tantecose
-no, ma… effettivamente ho esagerato, scusa tu… ma non è successo niente… non ci siamo capiti…

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Quello che avevo ritrovato non era soltanto un minimarket, ma un vecchio e fedele amico. Era Akbar frutta.

Andrea Conte

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