Non avrete la mia paura

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Venerdì sera, 13 novembre. Ore 22.30. Al termine di un’altra settimana impegnativa tra studio, lezioni ed attività varie, mi sto rilassando guardando lo show “Crozza nel paese delle meraviglie”.

E’ una normale, regolare serata di metà Novembre. Tutto tranquillo. Tutto a posto. Fino alle ore 22.30, quando la pagina Facebook del quotidiano “La Stampa” riporta per prima un’inquietante notizia: “Ultim’ora: Parigi, spari sulla folla. Ci sarebbero dei morti”. E subito un pensiero mi attraversa la mente “No. Ancora loro. Sono tornati”. Pensiero che, purtroppo, poco dopo, trova conferma, agenzia dopo agenzia, notizia dopo notizia. L’ISIS è ripiombata ancora una volta nelle nostre vite, trascinandoci in quel baratro di morte e sangue che porta con sé e che è ad essa connaturato.

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E’ difficile descrivere le emozioni, le impressioni provate (da me, ma penso da tutti!) nell’interminabile e buia notte tra Venerdì e Sabato, immobile davanti alla messa in onda delle edizioni straordinarie dei telegiornali che continuavano a dar conto del numero di morti e feriti che saliva e saliva ancora.

L’attacco di Parigi è stato il più sconvolgente, tra quelli ai quali abbiamo dovuto finora assistere. Certamente, non voglio dire con questo che sia meno grave e sconvolgente la morte di 224 passeggeri di un aereo Russo o di 43 morti Libanesi, sia mai! Ma la maggiore vicinanza, quantomeno geografica (se non anche storica, culturale e politica) di un paese come la Francia ha certamente accentuato il senso di paura e sconvolgimento.

E’ come, per usare una metafora, essersi svegliati di notte per aver sentito dei rumori, ed essersi accorti che erano dovuti all’ingresso dei ladri nell’appartamento a fianco del tuo. Da un lato tiri – molto cinicamente- un sospiro di sollievo, ma subito dopo ti pervade totalmente un senso di angoscia e choc, perché quella vicinanza, il fatto che a separarti da quei brutti individui con intenzioni altrettanto brutte, c’è solo una parete piuttosto sottile, il sentire quei rumori, ti fa sentire come se fossi lì. Come se quei ladri armati fossero entrati in casa tua, e non in quella a fianco.

Un senso di smarrimento ed uno spavento esasperati anche da quelle che sono state le caratteristiche dell’attacco.

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Gli jihadisti hanno assaltato civili pacifici e inermi che, semplicemente, o stavano mangiando/bevendo, assistevano ad un concerto in un teatro (la sala Bataclan, dove i morti sono stati almeno 89), oppure assistevano ad una partita di calcio allo stadio.

Non hanno attaccato, dunque, il potere politico, economico o finanziario, non hanno preso di mira i palazzi Istituzionali – come, per dire, l’Eliseo- ma un ristorante, un concerto rock, un bistro, uno stadio. Cioè alcuni dei simboli del tipico vivere quotidiano di un paese occidentale evoluto. E’ un attacco, dunque, non all’Europa (sì, non alla Francia, ma all’intera Europa, a tutti noi) politica, ma a quella culturale e sociale. Alla sua identità. All’essenza più profonda del suo presente, e del suo futuro. Quel futuro rappresentato da molti dei giovani ragazzi rimasti uccisi al concerto rock, ribattezzati, non a caso, la “generazione Bataclan”.

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E in tutto questo, è una domanda a scuotere ancor di più l’impotente e costernato cittadino Europeo: “E adesso? Cosa succederà? Quando (non se… Ma quando!) toccherà a me?” Dopo tutto quel sangue e quei morti, viene naturale guardare, tutto d’un tratto, al futuro non più come una risorsa, una speranza, ma come una insidia, se non come una vera e propria minaccia! Un sentimento, un feel che si sta diffondendo, già da Sabato, anche tra noi studenti dell’università Cattolica, con un buon numero di post pubblicati sui social network nei quali si invoca un innalzamento delle misure di sicurezza a tutela di una tranquilla frequentazione delle nostre aule, mense e biblioteche. Abbiamo, dunque, ragione a dover – purtroppo! – temere per la nostra incolumità, e per quelli che saranno gli sviluppi, in ambito continentale, nel contrasto a questi invasati che ci hanno dichiarato guerra.

Ma una reazione all’insegna del panico, dell’apprensione continua e quotidiana, non è altro che una resa ed un gigantesco favore fatto a questi colonizzatori del male! E’, al contrario, nella fermezza e nella più forte coesione possibile tra noi, che possiamo trovare la strada per cercare  affidandoci, per quel che non possiamo fare direttamente, ai nostri governi e ai nostri eserciti – di uscire da questo incubo nel quale siamo precipitati.

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Perché questa associazione di criminali professionisti è proprio questo che teme: l’unità degli occidentali, dei “crociati” nel far muro ed opposizione ai loro insensati attacchi.

Questo – come sostiene Nicholas Henin, reporter francese prigioniero dell’ISIS a cavallo tra 2013 e 2014, in una recente intervista – potrebbe essere davvero determinante, nel fermare l’avanzata dello Stato Islamico. Una strategia difensiva comune, più che una strategia d’attacco tramite bombardamenti, che rischiano – come la guerra in Iraq nel 2003 – di rivelarsi controproducenti. Potrei continuare ancora molto a lungo, scrivendo dei perché, delle cause che ci hanno portato a questa situazione. Ma ora conta solo una cosa: andare avanti, con la schiena diritta. Gestendo la paura, senza inutilmente reprimerla, perché tanto non se ne va.

Sarà che studio Giurisprudenza, ma continuano a venirmi in mente, in queste giornate difficili, le parole di Giovanni Falcone: “La paura è un fatto umano. Bisogna imparare a convivere con la paura, senza per questo farsi sopraffare da essa”. E ancora, come diceva Paolo Borsellino: “Chi non ha paura, muore una volta sola. Chi ha paura, muore ogni giorno”.

Con la consapevolezza, dunque, che solo gestendo la paura e dominandola, potremo, al più presto, metterci poi in condizione di superare questo momento così drammatico. Tutti insieme, in una indispensabile unità.

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Nicola Campione

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