Cosa spinge un occidentale ad arruolarsi nell’ISIS? L’era moderna

Dopo i tremendi attentati di Parigi, il tempo ha cominciato a scorrere drasticamente. Il mondo occidentale si è ritrovato ad avere paura – cosa che non succedeva da molto, molto tempo – del futuro, in balia degli eventi.

Abu Bakr Al-Baghdadi, a giugno di quest’anno, ha proclamato lo Stato Islamico (IS) in tutti i territori conquistati dai ribelli sunniti, nell’area del Medioriente. Da allora, abbiamo sentito sempre più spesso parlare di eserciti addestrati a combattere, muniti di ogni tipo di attrezzatura, che facevano conquiste in Siria, in Iraq e, soprattutto minacciavano di distruggere “gli infedeli”.

Per quanto parlare di tutti i motivi che spingono il Califfato a dichiarare ogni giorno guerra all’occidente (dichiarazioni a cui sono seguiti, purtroppo, non soltanto video piuttosto trash in cui qualche militone stringeva un’arma) possa apparire interessante ed utile, per cercare di capirci qualcosa, non è mia intenzione farlo. Mi limiterò a dire che l’Is, nato dal Al-Quaida, ora è nemico anche di quest’ultimo. Oltre che, appunto, dell’occidente. Le due frange terroristiche, che si dividono i territori ed hanno modalità di operazione completamente diverse, stanno terrorizzando, prima di tutto, 1.800.000 di musulmani che vivono sotto il loro fondamentalismo.

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Ayman-Al-Zawairi, leader di Al Qaeda e Abu Bakr Al-Baghdadi, leader dell’IS

L’IS è una frangia terroristica, invece, sunnita. È nato da Al-Quaida. Ha come obiettivo quello di creare un unico stato islamico, che racchiuda tutto il medio oriente. L’occidente, teoricamente, per loro viene dopo il primo obiettivo. Il suo modus operandi è opposto rispetto a quello adottato da Al-Quaida; se quest’ultimo si nasconde, cospirando all’oscuro dai media, il terrorismo del Califfato è molto più attuale: arruola tramite i social, possiede media propri, lancia slogan ovunque.
Il Califfato è moderno. È slogan.

I soldati hanno iPhone di ultima generazione, Nike ai piedi, occhiali da sole strafighi e fanno bella mostra di sé su Facebook, senza alcun problema.

Naturalmente, il suo operato si nasconde dietro la religione, ma il vero interesse preminente, è il petrolio.

A Raqqa, la proclamata capitale del nuovo Stato, terrorizza a tal punto i civili che, pensate, se una donna esce con il proprio marito ed ha il velo appena fuori posto, al marito viene fatta una multa equivalente a 200€, da pagare subito. E conviene farlo, perché altrimenti lei viene condannata a morte. E lapidata.

Ma torniamo a noi. Da qualche tempo, ormai, una domanda mi tormenta: come possono dei ragazzi europei arruolarsi nelle fila dell’ISIS?

 

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Abdeslam Salah, responsabile della strage di Parigi e attualmente uomo più ricercato del mondo

Il fenomeno dell’adescamento sui social è divenuto noto solo di recente, quando vari media hanno riportato dei numeri a testimonianza di quanti occidentali fossero stati assoldati nell’Isis. A primeggiare in questa speciale classifica è la Francia, che vede moltissimi ragazzi, di fede musulmana, partire per la Siria, per poi non tornare; o peggio, tornare.
Il fenomeno dell’adescamento online, da parte di altri soldati musulmani fondamentalisti avviene in modo spontaneo. Parte da condivisioni di post pro-Is, oppure da commenti di video di propaganda. Su Twitter e Facebook, gli account di esponenti, anche di spicco, della frangia terroristica, per molto tempo indisturbati, hanno contatto ragazzi francesi, inglesi, svedesi, per convincerli ad abbandonare la loro vita in Occidente per abbracciare le armi, in Siria.

Se tutto suona così strano, è, però, tremendamente vero.

Facendosi forza del trattato di Schengen, che permette anche ai minori di viaggiare, se muniti di documenti, “gli arruolatori” hanno convinto molti giovani musulmani (spesso cristiani convertiti) ad abbracciare prima il fondamentalismo, poi a raggiungerli in Siria, per appoggiare la causa dello Stato islamico. E tutto questo sta andando ancora avanti.

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Abu Bilel

Cosa spinge un ragazzo occidentale a partire, a lasciare la propria vita, i propri genitori, i propri amici, per andare in Siria ad allenarsi ad usare kalashnikov, a dormire su una brandina, a diventare un kamikaze?
Anna Erelle, una giornalista francese, ad aprile dell’anno scorso, ha svolto un reportage proprio su questo tema, fingendo di essere, su Facebook, una giovane musulmana convertita, alla ricerca di un’identità precisa. Proprio sui social networks, girovagando tra i contenuti di propaganda, è stata contattata da Abu Bilel, anch’egli un ex francese partito per la Siria, diventato poi esponente di spicco dell’esercito, che ha provato a convincerla a sposarlo e raggiungerlo in Siria, per combattere tutti gli infedeli; compiere la jihad.

A seguito del libro pubblicato sull’inchiesta, “Nella testa di una jihadista”, pubblicato subito dopo i tragici eventi di Charlie Hebdo, Erelle è stata minacciata di morte ed ha dovuto cambiare nome e cominciare a vivere sotto scorta.

Quello che si coglie dalla sua inchiesta è lampante. I terroristi si nutrono dei paradossi della nostra società. Di democrazie avanzate, che nell’era contemporanea, stanno perdendo legittimazione. Di integrazioni mai avvenute per immigrati non solo di prima, ma anche di seconda o terza generazione (la Francia ne è esempio?). E non solo. Anche dell’anonimato in cui versano in molti, che cercano anche notorietà andando a compiere la jihad. In Siria costa tutto poco, come se non bastasse. Anche quel paio di Nike che indossano i terroristi più famosi. L’ISIS si nutre di insicurezze e di controversie del capitalismo. È una sorta di Hollywood contemporanea, che prende dei ragazzi qualunque, musulmani, li convince ad abbracciare cause fondamentaliste ed integraliste, e li rende famosi. Spesso diventano kamikaze.

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Anne Erelle

E’ questo il punto.

Non ci troviamo a combattere con dei criminali religiosi. Questi sono criminali contemporanei, che per petrolio, video su Facebook, notorietà, dilaniano una terra che sembra non poter mai conoscere la pace e poi, l’Occidente. Il nostro occidente, che offre notorietà a tutti, e nessuno. E che, mentre fornisce armi e compra petrolio, vede dei propri ragazzi partire, soggiogati da discorsi online di un Abu Bilel qualsiasi.

La modernità crea modernità. In un certo senso, combattere dei terroristi che si nascondono e occultano le proprie tracce, sarebbe stato fuori moda.

È partendo da questi presupposti che si sviluppa l’inchiesta di Anna Erelle, che per prima ha fatto luce su un fenomeno ai più sconosciuto. Essere musulmano non significa appoggiare l’Is, anzi. Ma essere musulmano, vivere in Occidente, non essere integrato e non avere –per motivi personali, storici, sociali- una forte personalità, è pericoloso. È sintomatico delle falle dei nostri stati democratici, delle lotte sociali nascoste sotto ad un tweet e di politiche sbagliate. È una guerra che va combattuta a suon di politiche iluminate, provando a fare dei propri errori, tesoro. Tutto questo può farlo solo ogni Stato occidentale, ancor prima di bombardare. Combattere attraverso la propria cultura, le proprie radici un fenomeno nuovo e sconosciuto, che pone degli Stati indeboliti a confronto con sè stessi. Combattere il vuoto con la cultura. Integrare, comprendere, unire.

“E se chiudessimo le frontiere?”

La soluzione? Non combattere un nemico, ma la sua nascita.

Andrea Conte

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