L’Ultima Cena di David Robert Jones

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Ricordo un pomeriggio di Ottobre, era il 2008. Era uno di quei pomeriggi in cui ti accorgi che l’Estate è davvero finita. Un po’ come tutti, avevo già sentito Heroes ed Under Pressure. Ma, nel crepuscolo, decisi di scaricare (illegalmente) un pezzo che faceva da sottofondo ad una pubblicità di Rai3: Rebel Rebel, di David Robert Jones, in arte David Bowie.

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un giovane David Robert Jones

Era la prima canzone tutta mia del Duca Bianco. L’avevo scelta io e me l’ascoltavo da solo. Per anni è anche stata la mia suoneria, svegliando frotte di anziani campeggiatori. Un amico ha scritto che David Bowie era lo zio che vive lontano e non vedi mai, che quando torna ti fa sempre il regalo che avresti voluto. Mi ci sono voluti, però, più anni, per comprendere l’ecletticità dell’artista inglese. Il nome di battesimo gli andava stretto e lo stesso valeva per il nome d’arte, il personaggio del Duca Bianco era riduttivo e non poteva essere definito un “pazzo aristocratico”, uno “zombie amorale” o un “superuomo ariano senza emozioni” (comunque scrissi un brano, An emotionless Aryan superman, che è orrendo e non vi farò ascoltare). Non era nemmeno Ziggy Stardust, l’alieno androgino morto il 3 Luglio del 1973, il giorno dopo lo storico concerto al Hammersmith Odeon.

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Ziggy Stardust

Sì, morto. Bowie decise di far morire il suo alterego ed in suo onore organizzò perfino un party al Café Royal di Regent Street, al quale parteciparono artisti del calibro di Paul McCartney, Tony Curtis, Cat Stevens, Ringo Starr, Lou Reed, Barbra Streisand e l’amato Mick Jagger. Questa festa fu soprannominata l’Ultima Cena. Forse anche a riprendere il pessimo rapporto che David ha sempre avuto col cibo: latte e peperoni, pasta, tortini di riso, l’ammirazione per la moglie che riusciva “a cucinare tre pasti al giorno”, ma, soprattutto, tanta, tanta cocaina, quantomeno in passato. La stessa droga che, nel 1976, lo portò ad incidere Station to Station, album di transizione, più funky che rock, l’ultimo prima della trilogia berlinese. Ed arriviamo al 1977, a Berlino, qui incide parte del suo album più assurdo: Low. Contiene varie tracce dal sapore di crauti, ma una su tutte spicca, la stralunata Warszawa. Per originalità, cupezza, lunghezza, mi ricorda molto Blackstar, title track del suo ultimo lavoro.

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copertina di Blackstar, ultimo album

Perché David non è stato il classico grandissimo del rock, che, ad una certa età, sforna album deludenti, ma orecchiabili. No, Blackstar è un album assurdo, sperimentale e commerciale, nuovo e classico, oscuro e luminoso, proprio come una stella nera. Una contraddizione vivente com’era lui, David Bowie: uomo e donna, terrestre e alieno, umano e animale. Uno che è morto mentre era in vita e vive mentre è morto. 1 2 3

Finale:

David Robert Jones è stato il gatto di Schrödinger della musica, forse l’unico che sia realmente riuscito ad essere niente e quindi tutto, d’altronde, come recitava un vecchio manifesto della RCA: “c’è la old wave, c’è la new wave e c’è Davide Bowie”.

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Finale alternativo I:

Un po’ come un altro grandissimo della musica, tale Farrokh Bulsara, in arte Freddie Mercury. Dopotutto questa sera in cielo si duetta. Da Dio.

Finale alternativo II:

David è riuscito a fregarci tutti. Ha pubblicato due singoli di morte e due giorni dopo è morto. Un po’ come quello che “all’Inferno” avrebbe “preferito andarci in Inverno” e morì diciassette anni prima del Duca Bianco. Una data, due ricorrenze. Come mi ha detto una cara amica: due eroi, non solo per un giorno.

Michele Radaelli

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