Femminicidio: di genere si muore

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La linea di demarcazione, ancora oggi, può essere costituita dal sesso. Se sei donna, in Italia, nel 2016, e magari hai una relazione sentimentale in corso o stai per intraprenderla, sei legittimata ad avere paura. Con questo, non si vuol dire che il tuo attuale/futuro fidanzato/marito sia una persona violenta, poco raccomandabile e aggressiva, qualcuno che possa farti del male: potrebbe, magari, essere la miglior persona che tu avessi mai potuto incontrare, che ti proteggerà e difenderà. Ma, potrebbe anche, purtroppo, essere uno che ti picchia perché accecato da una gelosia ossessiva e possessiva. Di “uomini” così in Italia, ce ne sono ancora. Troppi. Di uomini che odiano le donne (per citare un thriller di fama di Stieg Larsson) l’Italia è ancora piena. Di donne ammazzate pure.

Flash mob contro il femminicidio
13/07/2013 Palermo, flash mob contro la violenza sulle donne: cimitero virtuale a piazza Politeama

Il femminicidio è un fenomeno tanto odioso quanto presente in Italia nel 2016, per quanto le cose – dati alla mano – siano leggermente “migliorate”. Fenomeno che lo scorso anno ha fatto contare 152 vittime. 117 in ambito familiare, 35 per mano criminale di maniaci/violentatori. Il 94% degli assassini sono uomini. In leggerissima decrescita rispetto al 2013. Dati, questi, del terzo rapporto Eures sul femminicidio, reso noto in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che si è tenuta, come ogni anno, lo scorso 25 Novembre.

E’ interessante, scorrendo i vari numeri, vedere anche come, nel nostro paese, è andata rapidamente modificandosi la geografia del femminicidio: se, infatti, nel 2013 la maggior parte delle donne ammazzate da un proprio partner o familiare risiedeva al sud, nel 2014 il maggior numero di femminicidi è stato al centro-nord! Il tristissimo primato del fenomeno va, infatti, per il 2014, a Milano e provincia, con 14 vittime. Altre regioni dove, nel 2014, è scorso parecchio sangue femminile sono state la Lombardia (la prima per numero di casi, specie considerato il dato di Milano), la Toscana, la Liguria, il Lazio, la Sicilia. Tendenza inversa in Calabria e Puglia. Nessun caso nelle regioni più piccole, come Valle d’Aosta e Friuli.

Femminicidio 3

Ma il dato più emblematico è senz’altro il movente della stragrande maggioranza dei femminicidi, che è la radice più profonda di tutto questo male verso le donne: manco a dirlo, il 32,5% dei casi ha come movente “gelosia e possesso dell’uomo”; il 20,5%, “liti e conflitti” che portano il maschio ad usare la forza (o armi da taglio, le cui ferite sono la prima causa di morte, col 30% di casi) per “risolvere a suo modo” i contrasti con la moglie/compagna. (e la restante percentuale?)

Numeri che, confrontati con quelli del periodo precedente, fanno trasparire un leggerissimo miglioramento, una minima riduzione del fenomeno. Ma restano numeri che una società che voglia considerarsi ed essere considerata evoluta, moderna, progredita non può assolutamente accettare!

Il nostro paese ne ha fatti di passi avanti, nel corso del tempo – almeno rispetto a 30-35 anni fa, quando il nostro ordinamento giuridico prevedeva l’impunità per il delitto d’onore, o il reato di adulterio. Ma, i risultati oggi raggiunti non bastano; non costituiscono un punto di arrivo sufficiente. Bisogna fare ancora, lavorare ancora, proseguire nel cammino di tutela di quel “gentil sesso” che dentro le mura domestiche, anziché trovare protezione, affetto e supporto, trova troppo spesso ostilità, disprezzo, violenza. La morte.

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Tutti i problemi – più o meno – hanno una soluzione, e anche questa nostra piaga sociale può averla. Una soluzione molto pratica, e concreta: cioè, parlarne. Mettere al centro il problema, discuterne, in coppia, tra amici, in gruppo, nel tempo libero, oltre che invitare i ragazzi a discuterne in classe, al posto di una tradizionale ora di lezione. Certo, dovrebbe essere  compito anche delle istituzioni (Parlamento e Governo in testa), titolari di quei poteri che possono costituire un argine, più o meno efficace, al persistere del problema.

Ma è dalla società civile che può, e che deve arrivare la risposta più incisiva ed efficace. Perché è nella società civile, tra le famiglie e le coppie che si origina il fenomeno. E non può che essere la stessa società civile, a dover provvedere per prima per cercare di fermare questo fiume di sangue.

In particolare, è dagli uomini che dovrebbe arrivare la risposta più forte e non equivoca.

Femminicidio 2

Nel corso degli ultimi anni, sono state istituite ed elaborate molteplici iniziative: una linea telefonica per l’assistenza alle donne violentate (il telefono rosa, 1522); un movimento organizzato che, per far parlare del problema, ha portato in piazza con imponenti manifestazioni decine, centinaia di donne (il movimento “Se non ora, quando?”, forse qualcuno se lo ricorderà, sebbene siano passati un po’ di anni); una trasmissione televisiva, “Amore criminale”, in onda da diversi anni su Rai 3. Tutti strumenti che hanno dato risultati positivi, per quanto solo sul breve periodo. Ma con una caratteristica in comune: la regia, in tutti i casi, femminile

Insomma, il più delle volte, di femminicidio ne parlano (e cercano di farne parlare) le donne stesse, che sono vittime. Può andar bene, ma fino ad un certo punto. Perché devono essere gli uomini, in quanto parte più “forte” in questo conflitto, a dover aprire gli occhi, alzare la testa, usare il cervello e mobilitarsi. Siamo noi, ragazzi, mariti e padri di famiglia, a dover cominciare (o continuare, in quei pochi casi dove questo processo è già cominciato) a parlare di questo problema. Capire come intendiamo il rapporto con la nostra ragazza/moglie/figlia. Confrontarci tra noi, da uomo a uomo (quando parliamo di donne sappiamo diventare molto seri). Riflettere se la nostra sia una visione corretta, pacifica, condivisibile. O anomala, caratterizzata da eccessi di gelosia, possessività, tendenza alla supremazia. Così da poterci fermare per tempo, costi quel che costi in termini psicologici. Facendo un efficace lavoro di prevenzione.

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Di genere si muore. Parlandone, si può sopravvivere. A patto di farlo non solo il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ma tutti giorni.

Nicola Campione

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