James Bond: l’uomo e il mito.

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Spectre. La scena si apre a Città del Messico, “i morti vivono“, è il ‘Dia de los muertos’. Scelta evocativa dal momento che la trama si basa sul ritorno di uno spettro, di un nemico dal passato. Un efficace incipit in medias res, su questo la saga dell’agente segreto più famoso del mondo non delude mai: riprese magistralmente scenografiche, carri, costumi, sfilate e maschere inquietanti tipiche della festività dei morti, l’immancabile inseguimento, gli spari, un mozzafiato corpo a corpo in volo su un elicottero fuori controllo, in bilico tra la vita e la morte.

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Ventiquattresimo film della serie di 007, cominciata nel lontano 1962. Il precedente Skyfall ci aveva lasciati senza fiato, indubbiamente, ma anche Spectre ha un’inestimabile valore, a mio parere. Si tratta di comprendere l’intento del regista. Sam Mendes, ancora una volta, ci accompagna nella storia di James con uno squisito dualismo: pur non facendoci mai mancare gli elementi classici del ‘mito Bond‘, (inseguimenti mozzafiato, forza e agilità quasi da supereroe, intelligenza e abilità fuori dal comune, astuzia, “immortalità”, galanteria, fascino, eleganza mascolina. E ancora, auto sportive, l’immancabile Aston Martin, eleganti smoking, donne seducenti, l’inseparabile Walther PPK e potremmo continuare) ci propone però un personaggio in parte nuovo, anche grazie al suo interprete Daniel Craig, dalla personalità complessa e tormentata, dai contorni sfumati, un anti eroe quasi. Immagine rinnovata che forse molti non hanno compreso o saputo apprezzare, a sentire le numerose critiche.

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Come accennavo all’inizio, James si troverà qui ad affrontare un nemico oscuro venuto dal passato, con cui scoprirà di avere un profondo legame (altra caratteristica tipica della regia di Mendes, come avevamo già potuto notare in Skyfall). Ma questo film non è solo l’ennesima versione di un personaggio sospeso tra il suo passato e il suo futuro su un presente incerto e pericoloso, non è semplicemente il solito James in bilico tra bene e male, pur rimanendo egli sempre una figura ambigua che si gioca sul filo del rasoio. Questo film è il riscatto sia per il James Bond di Daniel Craig sia per il James interpretato per la prima volta 53 anni fa da Sean Connery. Perché di questo si tratta e questo è l’unico vero confronto che si possa fare, quello tra Daniel Craig e il “mostro sacro” della serie: Sean Connery. Non me ne vogliano gli amanti del genere, ma nei film in cui 007 è interpretato da Roger Moore, Timothy Dalton e Pierce Brosnam le trame sono tutte uguali a sè stesse e i personaggi piuttosto appiattiti sulla versione originale. Daniel Craig invece, come prima di lui aveva saputo fare solo l’attore scozzese, ha dato all’agente segreto più famoso al mondo complessità fatta di dolore e ironia, credibilità e appeal. Anzi, ha reso Bond moderno, ancora più intrigante, psicologicamente complesso e soprattutto umano. Caratteristica in più che mancava allo 007 storico, forse troppo stereotipato.

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È come se avessimo assistito ad una revisione del mito Bond, una graduale trasformazione del personaggio di James di film in film, in un percorso di “umanizzazione” durato l’intera storia della saga. Il Bond di S. Connery era perfetto e distaccato. Quello di D. Craig è figlio della modernità, più umano, commette errori, è pieno di difetti, dalla personalità complessa e tormentata della quale i nodi si aggrovigliano e si sciolgono in una lenta lotta interiore che si dispiega da Casinò Royale fino a Spectre. In Casino Royale avevamo apprezzato un James fiero e, forse eccessivamente, sicuro di sé. Difetto che lo porterà a commettere numerosi errori. Primo e più grave: innamorarsi e fidarsi di Vesper Lynd, che farà il doppio gioco e gli spezzerà il cuore. Questo innesca un effetto domino: James innalza una corazza. Lo vediamo ritornare freddo e calcolatore, diffidente, cinico seduttore. Il ritratto del James di Sean Connery. Con una differenza: qui il regista (Martin Campbell) ci spiega perché diventa così.

Il suo conflittuale rapporto con le donne e prima di tutto con sé stesso si dispiega in Quantum of Solace fino a Skyfall, dove il conflitto non è più tra il James “playboy” e la “donna-amante” di turno, bensì tra il James orfano e la “donna-madre“, cioè quella figura femminile a lui più vicina (M, la bravissima Judi Dench, direttore dell’MI6) nella quale egli vede la figura materna che non ha mai avuto. Il loro rapporto è molto simile a quello che potrebbe esserci tra una madre molto dura disposta anche a sacrificare la vita di un suo agente per garantire l’incolumità degli altri (vedi Skyfall) e un figlio disobbediente che agisce senza rispettare gli ordini ricevuti.

Infine, in Spectre, vediamo un James nuovamente calmo, sicuro di sè ma in modo più equilibrato e consapevole, che ha risolto i suoi conflitti interiori e non, in primis quello con M. Che si libera dagli spettri del passato, di cui l’organizzazione criminale “Spectre”, che qui va finalmente a scoprire, è il vaso di Pandora. Spettri non solo dei ‘cattivi’ dei film precedenti ma anche delle numerose “donne-trofeo” morte per causa sua. Questo è un passaggio fondamentale non solo per la storia ma anche per la psicologia del personaggio: tutti i vecchi nemici, Le Chiffre, Dominic Greene, Mr White e Raoul Silva erano tutti collegati tra loro proprio da Blofeld (Christoph Waltz), il capo della Spectre.

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Un James umano che non smette di commettere errori, tanto da venire temporaneamente sospeso dal suo incarico per aver causato un grave incidente diplomatico a Città del Messico, risultato della sua avventatezza e insubordinazione agli ordini.

Un James che affronta e risolve un nuovo legame tra sè stesso e il nemico: scopre infatti che il capo della Spectre, Blofeld, e in realtà il suo fratellastro Franz Oberhauser, che lui aveva creduto morto insieme al padre durante un incidente in montagna, molti anni prima. Il padre di Franz infatti crebbe James come un figlio, dopo che questi rimase orfano in tenera età. Invidioso, Franz uccise il genitore e si finse morto, entrando nel mondo del crimine. Molti dei lutti e delle difficoltà che James ha dovuto patire sono state orchestrate proprio da lui. Eppure, quando alla fine del film 007 è sul punto di eliminarlo, pronto a premere il grilletto e a rispondere alla sfida di questo che, inerme, lo incita ad ucciderlo, al bivio tra la difficile scelta del bene e la comoda via del male, sceglie di risparmiargli la vita e di consegnarlo all’MI6. Perché proprio come M (Ralph Finnes) insegna:”la licenza di uccidere è anche la licenza di non uccidere“.

Infine, un James che conosce (di nuovo) una figura femminile. Ma questa volta non è l’ennesima “donna-trofeo” del cinico seduttore. imageNon è la “donna-oggetto” Lucia Sciarra, tristemente interpretata dalla nostra seducente Monica Bellucci, la vedova del cattivo, nelle cui grazie Bond “riesce ad entrare” per carpire informazioni sull’attività criminale del marito. Questa volta è una figura complessa che segnerà la sua vita come aveva fatto la prima (Vesper Lynd), però in modo diverso. Vesper era affascinante e tormentata, la migliore delle Bond Girl a mio parere, la prima ad essere fondamentale per la trama e per James, la prima a cui lui abbia guardato come sua pari. Madeleine Swan (Léa Seydoux), invece, è calma, bellissima, incredibilmente intelligente. Lei, che da figlia di un assassino, riesce a comprendere Bond meglio di chiunque altro: in un rapporto di reciproca complicità, rispetto e riconoscenza, sarà lei a ‘salvarlo’, a liberarlo dal fardello del dovere, a tirare fuori il suo lato di uomo più che quello di assassino professionista. Giusto il tempo di portare la vecchia Aston Martin fuori dal garage e partire con lei. Per dove, non ci è dato saperlo.

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Giulia Capellaro

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