Perché sarei rimasto a casa

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Nella prima parte di quest’anno, il tema che maggiormente sta facendo discutere gli Italiani, quotidianamente e praticamente incessantemente, è quello del riconoscimento civile (a livello, cioè, normativo, da parte dello Stato) delle unioni omosessuali. Dopo tanti proclami, progetti e promesse da campagna elettorale degli anni passati, in questa legislatura il nostro parlamento sembra finalmente intenzionato a fare sul serio, ed il testo della legge (detta “Cirinnà” dal cognome della prima firmataria del disegno di legge, parlamentare del PD) è in questi giorni già in discussione in parlamento. Al senato, ha superato bene le prime votazioni, ma ciò non toglie che, da qui all’approvazione finale (e alla promulgazione, dunque, della legge) la strada sarà ancora un po’ lunga. Un po’ insidiosa, perché, anche tra coloro che, in parlamento, questa legge la vogliono, l’hanno votata e la voteranno, rimangono dei distinguo, delle incertezze, delle perplessità su alcuni aspetti della legge (soprattutto quello, previsto dall’art. 5 del ddl, che legalizza e permette le adozioni da parte delle coppie gay.

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E’ un tema, questo, che fa tanto parlare, e che, come una sorta di uragano, è in grado di scuotere, mettere in crisi, stimolare (e quindi, svegliare e far parlare!) le coscienze di ognuno. Un tema che, come è evidente a tutti, profondamente divisivo. Da una parte troviamo i diretti interessati, ossia coloro che intrattengono relazioni omo-affettive di ambo i sessi che da anni si battono – anche costituendosi in associazioni come l’Arcigay per il riconoscimento formale ed effettivo delle loro unioni sentimentali, uscendo da quell’ “anonimato di coppia” nel quale la legge attualmente in vigore li costringe. Dall’altra, gli esponenti più conservatori ed integralisti del mondo Cattolico, che non possono accettare una cosa del genere, poiché vedrebbero irrimediabilmente violato l’ordine naturale delle relazioni e della società umana, quale è quella disegnata e voluta da Dio, che ha creato, per questo, l’uomo e la donna. Due sessi differenti, che si uniscono perché complementari l’uno all’altro.

I sostenitori di queste due idee totalmente contrapposte tra di loro, devono aver pensato che, quando ci sono da difendere (o promuovere, a seconda dei punti di vista) concetti e posizioni di così fondamentale importanza, è l’unione a far la forza. Ed ecco che, gli ultimi due Sabati di Gennaio, i sostenitori dei diritti degli omosessuali prima, e della famiglia “tradizionale” dopo (cioè i cattolici maggiormente fermi nelle loro posizioni conservative), hanno riempito, chi più, chi meno, molte piazze Italiane. A far maggiormente discutere è stata senz’altro la manifestazione di Sabato 30 Gennaio, promossa da associazioni e gruppi di cattolici, nominata (come da tradizione) “family day”.

Alla luce di come sono andati gli eventi, posso affermare che, in piazza, non ci sarei andato. Nè Sabato 23, né Sabato 30. Non mi sarei sentito a mio agio né a fianco delle bandiere arcobaleno delle associazioni LGBT, ma neppure nel circo Massimo del popolo del “family day”. E questo perché le piazze hanno rappresentato, indubbiamente, due modi estremi di confrontarsi col tema. Due polarità completamente opposte. Non in grado di rappresentare chi (come me, e credo fortemente di non essere l’unico), cercando una sintesi, un contemperamento di vedute, richieste e aspirazioni, si pone in una posizione intermedia, di compromesso, tra le due parti. In nessuna piazza, mi sarei sentito adeguatamente rappresentato. E pienamente partecipe di ciò che si diceva.

Iniziando con le “piazze arcobaleno”: non mi può rappresentare chi afferma che il termine “matrimonio” debba essere usato anche per indicare le unioni omosessuali, e che il mero termine “unioni civili” sia insufficiente. Chi afferma la correttezza dei richiami all’istituto del matrimonio presenti nel testo del ddl Cirinnà (il matrimonio si configura se ci sono uomo e donna che si uniscono… Il resto, possiamo discutere a lungo sul come chiamarlo, ma di certo non possiamo chiamarlo “matrimonio”!). Chi afferma- un po’ bonariamente, se vogliamo- che le famiglie “arcobaleno” sono in tutto e per tutto uguali a quelle “tradizionali”, perché “l’unica famiglia è quella felice”. Sostanzialmente, possiamo anche essere d’accordo… Ma formalmente, rimango fortemente della convinzione che quella “società naturale fondata sul matrimonio” sia quella data da un uomo e una donna che si uniscono. Il resto, esiste, ma deve chiamarsi in altro modo.

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Ma da cattolico quale sono (si sarà capito), non ho problemi a dire che non mi sarei sentito rappresentato neanche dal popolo del “family day” riunito in adunata al circo Massimo a Roma. Per diverse ragioni: la presenza di soggetti che, se guardiamo alla loro storia personale, non sono di certo un buon esempio di “famiglia” da seguire, la presenza di soggetti ai quali della difesa della famiglia importa poco o nulla, e che partecipano solo per dare risalto mediatico alla loro figura e far parlare di sé. Nonché per la presenza di gruppi (parlo di Casapound e di Forza Nuova) di persone presenti con simboli e slogan che, di Cristiano, non hanno proprio un bel niente. E che strumentalizzano meschinamente il tema della famiglia solo per portare avanti idee di assoluta intolleranza, di odio e di violenza. Già solo il dialogo con chi mette in atto una violenza anche fisica verso gli oppositori è impossibile, figuriamoci condividerci una piazza!

Ma la ragione principale, per la quale, nonostante le mie idee, non avrei voluto essere al circo massimo con gli altri “pro family”, l’ho ritrovata nelle parole del portavoce della manifestazione, Massimo Gandolfini: “il ddl Cirinnà non è accettabile dalla prima all’ultima parola”. Quello andato in scena al circo Massimo è stato uno spettacolo duro da digerire, nel quale si è perentoriamente affermata una totale, assoluta chiusura a qualunque tipo di dialogo (e dire che noi Cristiani siamo chiamati proprio a questo: dialogare, ascoltare!), che ha finito per trasformarsi, inevitabilmente, in una protesta contro i diritti altrui. Un momento nel quale non si è chiesto, a gran voce, di riconoscere o di tutelare dei diritti, ma di non concedere, di negare diritti ad altre persone. Ed è stato questo, ciò che-nonostante il mio pensiero- ho trovato non condivisibile.

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Impegnarsi per la tutela di valori che, per il loro valore fondamentale, possono considerarsi dei pilastri insostituibili della nostra civiltà, Italiana ed Europea, quali appunto quello del Matrimonio necessariamente eterosessuale e della famiglia eterosessuale, quale unica famiglia che possa chiamarsi tale, è un conto. Usare questi valori per negare in toto diritti, tutele ed un dignitoso inserimento sociale a chi in questi valori, non vuole(o non riesce!) a riconoscersi è un altro. La difesa della famiglia non può arrivare a trasformarsi in discriminazione aperta contro le unioni LGBT. L’unico modo per difendere la famiglia non può essere la chiusura totale alla possibilità dell’inserimento, nel nostro ordinamento giuridico, delle unioni civili omosessuali. Se c’è un modo col quale, in genere, non si può aver ragione sull’altro, è proprio quello dell’affermare le proprie posizioni schiacciando le altre.

Come dicevano gli antichi Romani “la verità sta nel mezzo”. Son fermamente convinto che sia così, soprattutto questa volta, e credo che la legge Cirinnà vada proprio nella giusta direzione: quella di una sintesi, un compromesso ragionevole tra una fortissima sete di diritti di chi, giustamente, non vuol più vivere clandestinamente il proprio amore omosessuale, e l’esigenza di confermare e salvaguardare le fondamenta necessarie del nostro ordine sociale, tra le quali ci sono, appunto, il Matrimonio e la Famiglia nel loro senso più autentico.

Solo col dialogo, si potrà trovare il compromesso migliore possibile ad una questione divenuta ormai improrogabile. Pur con le necessarie differenze di disciplina, a seconda della struttura della coppia, conta che coloro che si amano siano tutelati, protetti ed accettati. Tutti, gay ed etero. E’ un atto di civiltà che, volenti o nolenti, siamo chiamati a compiere, anche se la necessaria protezione dei valori Cristiani ci mette in crisi nel farlo. E per quanto possa costare fatica e qualche sforzo, non possiamo più tirarci indietro.

 

Nicola Campione

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