O tutti insieme o sangue per tutti

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“E’ strano, incomprensibile che l’Europa non abbia un organismo, un sistema di difesa comune. Non è vero?” Questo, molti cittadini europei devono aver pensato, presi dallo sconcerto e – comprensibilmente – anche dalla paura, in seguito ai sanguinosi attacchi terroristici avvenuti a Bruxelles Martedì 22 Marzo scorso. Certo, che è strano. E’ anomalo. E’ un punto su cui l’Europa è ora che agisca per cambiare radicalmente le cose.

Ciò che serve oramai non è una semplice riforma, una correzione del sistema di rapporti e cooperazione tra le autorità nazionali di difesa e tra i vari gruppi di intelligence dei paesi UE, ma una vera e propria rivoluzione. Bisogna letteralmente ricostruire il sistema di difesa unico dell’Unione Europea, altrimenti l’ondata di terrore non si arresterà. E gli Jihadisti potranno continuare a spargere altro sangue innocente nei paesi dell’Unione. O meglio, per essere precisi: il sistema di intelligence e di difesa antiterroristica Europeo non va ricostruito… Va costruito, da zero, non essendo mai esistito sino ad oggi.

Intendiamoci: certamente l’Europa oggi, a differenza che nei decenni passati, per difendersi dai colpi mortali del terrorismo Jihadista, ha certamente bisogno di ben altro tipo di difesa, basato su indagini, controlli ed un grosso lavoro di prevenzione. Cambia il tipo di difesa, ma siamo pur sempre allo stesso punto: manca, latita in modo imbarazzante la volontà di volersi difendere in modo comune. Organizzato. Coordinato. E dunque, efficace e funzionale.

Tutto ciò è confermato da un ulteriore dato: a livello giuridico, i trattati che fissano i principi fondamentali dell’Unione Europea e che ne disciplinano l’organizzazione ed il funzionamento (il TUE ed il TFUE, approvati entrambi col trattato di Lisbona del 2007) prevedono degli strumenti per lo svolgimento di attività di collaborazione tra i vari paesi in materia criminale e di polizia giudiziaria. Un insieme di attività che, addirittura, prima della riforma del 2007 costituivano un pilastro (il cosiddetto “GAI”, che sta per “Giustizia ed affari interni”) fondamentale dell’impianto dell’intera comunità Europea. Il che vuol dire che gli strumenti per svolgere un’attività comune, condivisa e coordinata in materia criminale, ai fini di poter svolgere meglio le indagini dirette a contrastare le attività criminali, specie se dirette a mettere in grave pericolo l’incolumità della popolazione civile, ad oggi esistono!

Un’attività di intelligence Europea oggi è prevista dai trattati, è contemplata quale modalità a disposizione degli Stati membri per poter, insieme, reprimere e tenere sotto controllo le attività illecite più o meno gravi, che costituiscano illeciti perseguibili. E’ prevista, e dunque è possibile.

Ma ad oggi, purtroppo, potenziale è e potenziale rimane. Vuoi per lo spirito di competizione e l’aria di diffidenza che tira tra i vari corpi nazionali di intelligence e di polizia; vuoi per le procedure previste dalle leggi di alcuni Stati, lunghe e complesse, che impediscono un rapido, completo e strategico scambio di informazioni e documenti tra i vari corpi di polizia (le differenze di disciplina tra i vari stati membri su alcuni aspetti di attività d’indagine si sono rivelati terribilmente deleteri!); vuoi per la pigrizia ed impreparazione degli apparati di sicurezza di alcuni Stati (il Belgio, manco a dirlo, protagonista in negativo sia a Marzo che – non dimentichiamolo! – a Novembre), un’attività di indagine svolta nel comune interesse, sembra un obiettivo ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Il fatto di essere quasi all’anno zero in tal senso, non deve paralizzarci – sia mai! – ma rimane una situazione di sconcertante gravità.

Come correttamente ha affermato, Lucia Annunziata sull’Huffington Post, ciò a cui siamo di fronte è un vero e proprio

“apparato militare perfettamente addestrato. Un vero e proprio esercito del male, che conduce la guerra all’occidente che tanto odia. Non ad un gruppo di ragazzi violenti e sbandati di periferia”.

Le parole chiave, sul tema dell’individuazione di una efficace strategia di contrasto al proliferare ed espandersi del terrorismo, devono essere proprio quelle rimaste fino ad oggi solo sulla carta: la prima è “organizzazione”. La seconda è “prevenzione”.

Per quanto riguarda il primo aspetto: le reazioni a caldo, sono anche state quelle di invocare la costituzione di organismi d’indagine appositi, a livello di magistratura e polizia giudiziaria. Un’idea che non è certamente campata per aria e dunque puramente astratta, ma anzi è allo studio da parte di numerosi paesi da diverso tempo: il nostro procuratore nazionale antimafia ed antiterrorismo Franco Roberti, in un’intervista pubblicata sull’Espresso dello scorso 26 Marzo, afferma:

“Noi sosteniamo fortemente questo progetto, ma per realizzarlo ci vorrà più tempo e si incontreranno maggiori ostacoli. L’idea […] è quella di creare a livello europeo una figura plasmata sul modello del pubblico ministero italiano. […] Un organo inquirente autonomo e indipendente rispetto alla politica, che abbia poteri d’indagine e che possa esercitare direttamente l’azione penale. Ma gli ordinamenti giuridici dei vari Stati membri sono diversi tra loro […] Non sarà facile armonizzare le differenti discipline”.

Un obiettivo raggiungibile e concretizzabile, ma ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Ma ancor prima di questo, la lacuna che deve essere colmata è posta ad uno stadio ancora precedente, ad un livello ancor più basso e fondamentale di difesa. Ben venga, certamente, il procuratore Europeo antiterrorismo o comunque un organismo unico. Ma un procuratore, un magistrato svolgente funzioni d’indagine, deve potersi basare su un corpo solido, qualificato ed efficace di corpi di polizia ed investigazione speciale per poter svolgere validamente il proprio lavoro, a beneficio di tutti i cittadini. Altrimenti, non ha nessun senso istituirlo come autorità inquirente. E’ come costruire una casa senza gettare prima le fondamenta!

A seguito degli attentati, sia di Parigi che di Bruxelles, sono emerse falle enormi nell’attività d’indagine svolta – fino al momento delle azioni criminali dei commando dei terroristi – dai corpi investigativi Francesi e Belgi. Falle causate da più fattori, la cui sussistenza (di ciascun fattore e dei fattori messi in connessione fra loro) è allarmante: diffidenza e sfiducia reciproche, mancanza di attenzione nella ricezione di segnalazioni e comunicazioni di grande delicatezza, ritardi nello sviluppo delle indagini e negli interventi in via cautelare. Potremmo continuare, la lista e lunga. Ma è quanto basta per capire  che il primo investimento che l’Europa (intesa come i singoli Stati che devono intervenire, prim’ancora che a livello unitariamente istituzionale, in questo caso) deve davvero fare un salto di qualità in questo senso, innanzitutto: rivedere completamente la propria organizzazione d’intelligence e gruppi di investigazione. Solo dopo, potremo istituire un apparato unico comunitario giudiziario. E’ un processo logico, ancor prima che un’esigenza comune.

Per quel che riguarda il secondo profilo, la prevenzione, questa va intesa, per il futuro che ci aspetta, in senso letterale: dobbiamo diventare capaci di “arrivare prima” di loro. Di anticipare le loro mosse, precederli nei loro intenti, così da sgominare le loro organizzazioni e far fallire i loro piani. Un arrivare prima che, però (ed è ovvio) non passa solo dal piano meramente investigativo, ma che opera su altri e diversi livelli, a cominciare dalle politiche di integrazione sociale e da un più efficiente controllo del territorio e dei suoi abitanti. E tutto questo per dire: o ci diamo una mano, o ci decidiamo a cooperare, a darci una mano nel difenderci…

O dopo Francia e Belgio toccherà ad altri, a molti altri paesi Europei versare un tributo di sangue alla follia Jihadista. Più prima che poi.

 

Nicola Campione

 

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