Quando la mafia fa silenzio

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Nella puntata del 7 aprile 2016 di Porta a Porta, il ministro degli Interni, Angelino Alfano, riferendosi alla lotta alla criminalità organizzata, ha detto “il fatto che non ci siano più omicidi di mafia è un bene”.

Eppure i dati degli ultimi anni cozzano con le parole del Ministro. Se è vero che Cosa Nostra, con l’arresto di Riina, ha perso terreno, è anche vero che la mafia non è solo Cosa Nostra. Sono ancora tantissime le morti di mafia, nelle guerre tra clan, soprattutto in determinate zone d’Italia. E molte di queste morti, non fanno clamore.

Negli ultimi anni, la Camorra e la Sacra Corona Unita stanno devastando i territori rispettivamente della Campania e della Puglia. La prima sta facendo man bassa a Napoli (e soprattutto nei paesini limitrofi) a suon di baby gang, sparatorie, rapine, spaccio. La seconda, invece, sembra stia facendo lo stesso cammino che intraprese Cosa Nostra agli albori: potenti boss in guerra tra di loro, estorsioni, smercio di droga proveniente dall’Est-Europa, omicidi.

I dati ISTAT, nonostante tutte le belle parole delle Istituzioni, sono chiari: tra i 28 paesi europei, soltanto la Croazia (55,8 per cento) e la Grecia (50,8) presentano un tasso di occupazione più basso del nostro (56,3 per cento). E, naturalmente, i picchi di disoccupazione – soprattutto giovanile – sono tutti del meridione. Il divario occupazionale tra nord e sud è lungi dall’essere colmato. Un concetto chiaro, incontrovertibile e, soprattutto, riscontrabile concretamente ogni giorno. Solo chi vive realtà complesse e stratificate come quelle del sud, come quelle – in questo caso – di Napoli e Foggia, può parlarne con cognizione di causa. La mafia si annida lì dove mancano altre possibilità, costituendo la più comoda scappatoia dalla povertà, la più naturale conseguenza di essa. Se non c’è lavoro, è più facile entrare nei meccanismi malati della criminalità organizzata.

Procuratori antimafia, in Italia, ci sono stati, ci sono e ci saranno, nonostante i ripetuti attacchi alla magistratura e lottano ogni giorno con delle realtà che sicuramente conoscono meglio rispetto ai politici ed ai politicanti. Combattono una guerra fatta di botte e risposte a cui non viene dato nessun risalto mediatico. Combattono una guerra senza il sostegno di tutto il popolo.

È il caso di Nino Di Matteo, in Sicilia, oggi presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo, sotto scorta dal 1995, di cui la TV parla poco, troppo poco.

È il caso di Catello Maresca, giovanissimo PM che ha coordinato, nel 2011, la cattura del famoso boss Casalese, Michele Zagaria; anche lui sotto scorta da 9 anni.

A volte l’antimafia sembra mafia” ha ripetuto, lamentandosi del sistema in cui si è trovato a lavorare, delle minacce di morte ricevute dopo l’arresto del capo-clan. Ce lo ripetiamo un po’ tutti, silenti; e sentiamo di non essere al sicuro, in un paese in cui amici e nemici si confondono troppo spesso, come nel gioco delle parti.

“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”

diceva Giovanni Falcone, comprendendo a pieno il sistema Mafia, scardinandone i meccanismi. La mafia non sarà mai sconfitta dagli eroi; ma sarà sconfitta da chi, questi eroi, li supporta. Istituzioni, che devono diventare un tutt’uno con la lotta alla mafia. Bisogna insegnare a rifiutare la cultura mafiosa a scuola.

Come si può chiedere ad un popolo di evolversi, di cambiare radicalmente, di rifiutare la Mafia, di affrontarla petto a petto se lo Stato non offre reali opportunità? Se, anzi, si trasforma nel primo nemico, chiudendo gli occhi davanti al fatto che in alcuni rioni di Napoli (vedi Rione Sanità) mancano scuole, infrastrutture, sicurezza? Come ci si può accontentare di qualche misero posto di lavoro in più abolendo l’art.18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori dinanzi alla possibilità (come se non bastasse, #celochiedelEuropa) di creare nuovi posti di lavoro proprio dove le garanzie devono essere maggiori, anziché minori?

La mafia è una montagna di merda”, diceva un ragazzo che ce l’ha fatta, ad affrontarla, a ridicolizzarla. Ma non si può pretendere che tutti i cittadini siano eroi. Si può pretendere, invece, prevenzione. Si deve pretendere una prevenzione culturale. In Italia, soprattutto al sud se ne sente il bisogno.

Ora più che mai, decideremo chi siamo.

Andrea Conte

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