La banalità della bellezza

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Ovvero, la degenerazione della Sindrome di Stendhal.

Anticamente, e non solo, l’Italia era vista come uno scrigno di bellezze, monumenti, virtù, piazze da mozzafiato, ponti romani, campi sterminati di fruttaggine e fiori. Insomma, non era una novità leggere nei libri del ‘700 e dell’800 questa frase “L’Italia è forse il paese più bello al mondo”; e come dar loro torto quando possiamo vantare di città come: Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Torino, Palermo e molte altre?

Le corti aristocratiche di Europa erano pronte a dilapidare i loro interi patrimoni pur di poter soggiornare per qualche mese in questa agreste e bucolica penisola e si sinceravano sempre sul fatto che l’educazione dei propri rampolli culminasse con un “Grand Tour” in Italia. Possiamo tranquillamente affermare che l’Italia – o il Paese del Limoni, come lo definì Arthur Schopenahuer – ha sempre potuto vantare di un’altissima stima e di un rinnovato desiderio all’interno delle più fini, brillanti ed opulenti teste degli stranieri.

Le cronache, gli anedotti e gli scritti di molti visitatori del Belpaese parlano chiaramente di mancamenti, pre – sincopi, sbalzi di pressione e a volte anche febbri che scaturivano dopo aver visto opere d’arte che ora noi reputiamo banali, scontate, comuni, noiose. Opere come Amore e Psyche, il Giudizio universale, la Pietà o l’ultima Cena tenevano per ore il visitatore con lo sguardo attaccato alla tela o al muro usato come, tela mentre l’anima vagava per i più remoti spazi dell’empireo e la testa s’immergeva nelle più acute analisi del colore, della tecnica e della passione.

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Museo del Prado

Quando non si era ancora così ciechi e poveri d’animo si bramava l’arte, gli animi sensibili e di buon gusto ascoltavano stralunati e sognanti i racconti dei loro amici viaggiatori che provavano a spiegare a parole cosa avevano visto in Italia, Germania, Francia, Spagna o cosa contenevano i Musei Capitolini, il Louvre, la Royal Gallery o il Museo del Prado.

Stendhal, che è colui con il quale ora la medicina definisce i mancamenti fisici ed emotivi davanti alla bellezza appellando il fenomeno a Sindrome di Stendhal, fu uno dei teorici dell’arte più sensibili a questo fenomeno e che in primis subiva ogni volta che il suo corpo finito si scontrava con l’infinità della bellezza. Anche lo stesso Kant – certamente più posato e meno pindarico – teorizzò l’inquietudine dell’animo davanti a qualcosa di immenso (bello o brutto, piccolo o grande che sia), che egli chiamò poeticamente sublime.

Lungi da me affermare che ora nessuno più si emozioni guardando un’opera d’arte o un paesaggio idilliaco, ma certamente si può convenire con me nel dire che ormai tutto quanto è più ovattato, sterile, banale. Questo perché? Forse perché l’avvento dell’era industriale ha portato a un collettivo imbruttimento e “imbarbaricamento” del gusto? Sì. Forse perché col consolidarsi della secolarizzazione tutto ciò che ebbe e ha a che fare con la Chiesa e il Sacro è stato considerato ormai superato? Anche. Certamente però, la colpa più grande la si deve affibbiare all’avvento dell’era tecnologico-informatica: grazie all’invenzione di internet e del “mondo connesso” o “Villaggio virtuale” (prendendo il prestito le parole di un sociologo) tutto il globo si è potuto mettere in connessione da ogni suo angolo creando un traffico immenso di immagini, comprese quelle di opere d’arte.

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Ricordate la romantica scena del ragazzo che fantastica su come potrebbe essere fatta Venezia mentre ascolta il suo compare appena tornato da un viaggio in Italia? Dimenticatela. Ormai basta aprire un libro qualsiasi, accedere a Google Chrome o sbloccare la tastiera del nostro iPhone per sapere esattamente com’è fatta ogni calle, fatto ogni canale, vicolo, palazzo, monumento di Venezia stando comodamente seduti sul proprio divano. E in questo ultimo lustro alcuni musei hanno pure permesso di seguire una visita guidata all’interno delle proprie stanze piene di arte e cultura rimanendo inchiodati al PC a migliaia chilometri dal luogo che si sta virtualmente visitando.

Perso ormai il gusto della lontananza, dell’immaginazione e della novità, ogni opera e monumento è ormai caduto nella più assoluta indifferenza, fotografato per essere postato su un social o per il proprio album fotografico con il quale vantarsi al bar.
L’uomo moderno ha ormai perso la sensibilità alla bellezza; noi in primis, italiani, abbiamo perso quel reverendo rispetto nell’arte antica, nell’arte dei nostri padri e in quell’arte in cui la nostra cultura affonda pienamente le radici traendo quel nutrimento che ha permesso a essa di trionfare sulle altre.

I teatri si svuotano, i musei si riempiono solo la domenica, la musica classica e la sua sublime tecnica hanno dovuto cedere il passo al pop, al temporaneo, al mercato dell’etichetta. La prova l’abbiamo sotto i nostri occhi e paradosso dei paradossi, quando qualche grande della musica si copriva delle vesti del clochard suonando uno Stradivari in metropolitana, nessuno si fermava a lasciare un obolo o almeno a emozionarsi della bellezza dell’esecuzione, e coloro che la mattina lo fuggivano impegnati dai loro frenetici lavori la sera vestivano lo smoking per portare la vetusta moglie a teatro pagando una poltrona un occhio della testa.

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Ma la Sindrome di Stendhal non è morta – o meglio, quella che conosciamo noi sopravvive ancora in pochi – bensì ha cambiato semplicemente “oggetto”; oramai la gente si emoziona davanti a un film, a un concerto, a una partita di calcio, una finale di NBA e davanti all’ennesima serie TV americana. Questo per quale motivo? Perché sono inedite, non replicabili, varie, e soprattutto molte, al contrario dell’opera d’arte che è immutabile e si spera fisicamente e spiritualmente eterna. Il loro continuo proliferare offre una varietà di scelta con la quale l’Arte non può assolutamente stare al passo e il nuovo “oggetto” della Stendhal è terribilmente semplice, intuitivo, immediato e prevedibile. I tempi cambiano – certamente – ma non è sempre detto che cambino in meglio, giusto o sbagliato che sia: ai posteri l’ardua sentenza.

Daniele Ruffino di Cabanera

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