Renzi: una nuova icona pop

“Pop is about liking things”, diceva Andy Warhol nel 1963.

Il pop è un modo di vedere, di amare le cose. Tutte quante.

L’era moderna, così come l’arte, ripropone il vecchio ed il nuovo. Il vecchio lo esalta, il nuovo lo massifica. Lo ripropone in continue e nevralgiche riproduzioni, in una velocità da far girare la testa. Di un’Italia che cerca di stare al passo con i tempi, nel 2015, di non riproporsi come antipop per eccellenza, di sfidare con ottimismo il futuro, Matteo Renzi ne è il simbolo. Oltre che, naturalmente, il Presidente del Consiglio; questa è – quasi – un’altra storia.

Nell’era della globalizzazione e del terrorismo, dei social networks e degli stages, una generazione a metà tra il vecchio e il nuovo che deve risistemare le cose, “rottamare” non può che avere il viso di Renzi. Un nuovo inizio è senz’altro figlio solo di sé stesso, in questo caso. Il passato va ricordato esclusivamente quando è positivo. Il fatto è che il nostro premier twitta benissimo e parla in inglese “piuttosto male”, ha quarant’anni ma ne dimostra anche meno. Per la prima volta l’Italia ha al vertice del proprio governo non un professore in doppiopetto, non uno statista dalle profonde e incomprensibili competenze ma un emblema del nostro tempo. Renzi rappresenta in toto il quarantenne italiano che ce l’ha fatta. La generazione che raccoglie ciò che di sbagliato le è stato lasciato e si propone di rinnovare. La politica del fare, la concitazione delle nostre giornate, i dibattiti botta-risposta in tv. Non sembra avere introspezione; non ha un lato oscuro. Non perde tempo.

Renzi è un simpatico, usa giubbotti di pelle, preferisce l’immediatezza degli hashtags a qualsiasi altra cosa, adopera spesso e volentieri gerghi calcistici per disquisire di politica. Insomma, non è un tecnico ma un’icona al pari di Totti, Obama e gli U2. E’ informale, è semplice, è di tutti.

renzi-fonzie.jpg

Claudio Giunta, docente di letteratura italiana a Trento – oltre che giornalista di “Internazionale” e de “Il sole 24 ore” – ha da poco pubblicato un saggio, “Essere #matteorenzi” descrivendo alla perfezione l’ex sindaco di Firenze, tracciando con accuratezza le linee della sua figura pop. In lui ritroviamo le tipiche risposte del sentir comune riguardo a ogni problema. Uno dei suoi motti impliciti è “semplicità”.

Se parlavi con D’Alema, con Prodi, con Veltroni, le loro risposte alle domande poste dalla società, non finivano mai. Tutto diventava più difficile. La politica del fare non permette di scomporre i problemi in tanti piccoli pezzi, di dare a domande complesse risposte complesse; al contrario, i nostri tempi ci portano a dare sempre risposte il più possibile semplici, proclami magnifici. Anche a problemi irrisolvibili. La globalizzazione ha bisogno di risposte. Non precisa quali, basta che ci siano. Poi ci lusinga, facendo leva sul nostro (celato) senso di appartenenza all’Italia e ci sprona a sentirci più europei. Citando Giunta: “[Renzi] è uno per cui non esistono libri, esistono soltanto frasi memorabili”. E’ -allegoricamente, si intenda- troppo preso dalla concitazione, dalla voglia di accelerare il passo, per perdere tempo a leggere. Ma dei libri che ha letto ricorda le frasi, e le usa come slogan. Per inorgoglire. E’ una contraddizione, come noi, come i quarantenni che ficcano parole odiose come smart e apericena dappertutto e non sanno parlare inglese. La politica è una delle tante cose che girano vorticosamente nel frullatore. Non è né bene, né male… è il nostro tempo.

marilyn-monroe

“Non è un reazionario, non ha un debole per il mondo naturale o per la vita semplice del passato: ha un debole per questo mondo, con i suoi X Factor e i suoi tweet. È il contrario di un luddista. Anziché metterlo a disagio come accade a quelli un po’ più vecchi di lui, i dispositivi della tecnica lo affascinano. Se riunisce i suoi fans alla stazione Leopolda a Firenze, si mette a leggere, deliziato, i messaggi che arrivano su Facebook. Se va a parlare alle Nazioni Unite, allunga il viaggio di cinque ore e va incontrare gli italiani che lavorano nella Silicon Valley (…) Non fosse il presidente del Consiglio, lo si incontrerebbe da Media World in trance acquisitiva, come Fantozzi, mentre mette nel carrello l’ultimo modello di iPhone”.

Andrea Conte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *