“When I have fears”. Cronaca di un’ossessione

Ero seduto tra i banchi di scuola quando la mia professoressa di inglese ci fece leggere When I have fears di John Keats. Lì per lì la trovai decisamente romantica e a tratti elitaria. Ma la cosa che subito mi sconvolse fu la mia incapacità di comprenderla fino in fondo. Sentivo che tra le righe si nascondeva un senso profondo, che non riuscivo però ad afferrare. “When I have fears that I may cease to be” mi ripetevo a ruota, quando ho paura di morire…quando temo che possa cessare di esistere…nah! Non è questo quello che dice, mi ripetevo. “Teeming brain…traboccante cervello? Never have relish in the fairy power of unreflecting lovenon ho mai potuto assaporare la delicata potenza di un amore sconsiderato ?” tutte queste domande mi vorticavano in testa e la cosa divenne da subito molto seria, tanto che oggi, a sei anni di distanza, questa poesia è per me ancora un’ossessione. Cercherò dunque di parlarne per potermene liberare.

La situazione è questa: John è un giovane poeta inglese di salute cagionevole, all’età di 23 anni si ammala di tisi e tre anni più tardi, nel 1821, muore a Roma dove si era trasferito nella speranza di trovare aria più salubre e guarire.

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La casa di Keats a Roma, in Piazza di Spagna. L’abitazione fu condivisa con il poeta Shelley.

Keats scrive questi versi proprio nel periodo in cui si ammala e intuisce che non gli resterà ancora molto da vivere. Dice allora che ha una paura matta di non riuscire a vivere abbastanza per svuotare il suo cervello colmo di pensieri magniloquenti e riversarli in opere d’arte indimenticabili. Dice che quando si rende conto che potrebbe non rivedere mai più una bellissima ragazza, incontrata una sola volta per caso qualche anno prima, realizza di non aver mai vissuto pienamente un amore vero. E si ritrova da solo in piedi sul limitare del mondo a pensare. E pensa talmente a fondo da riuscire a guardare la fama, che sperava di ottenere, e l’amore, che voleva ardentemente vivere, sprofondare nel nulla più assoluto.

Detta così non sembra un granché, vero? Ma vediamo come il buon John l’ha messa giù: la poesia inizia con un avverbio di tempo “When” che attira l’attenzione su di sé e viene ampliato da ben altri quattro avverbi di tempo (“Before” v.2, “Before” v.3, “When” v.5, “When” v.9), con lo scopo di ritardare il fuoco del discorso, mettendo in primo piano l’evolversi del pensiero. Il punto centrale di tutta la poesia si trova dunque paradossalmente relegato negli ultimi tre versi. Questo perché a Keats non interessa esprimere semplicemente quel concetto, la vanità di tutte le cose di fronte alla morte, ma è ossessionato dal farci capire il percorso mentale che lo ha portato a quelle conclusioni. Ecco che la moltiplicazione degli incisi temporali e riflessivi hanno la funzione di attirare l’attenzione e accompagnare per mano chi legge alla sconcertante constatazione della potenza del nulla. In più, lo stile e la scelta delle parole contribuiscono a rafforzare il pensiero in movimento.

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Caspar David Friedrich – Viandante sul mare di nebbia

Si parte dal basso, da una metafora concreta:

When I have fears that I may cease to be

Before my pen has gleaned my teeming brain

Before high-pilèd books, in charactry,

Hold like rich garners the full ripened grain.

Il cervello è il campo, la penna la spigolatrice, i libri i granai da riempire. Si passa poi in alto, nelle nubi della notte stellata ci sono i segni imperscrutabili della sua futura fama:

When I behold, upon the night’s starred face

Huge cloudy symbols of a high romance,

And think that I may never live to trace

Their shadows with the magic hand of chance;

Da qui il pensiero alla ragazza, vista di sfuggita per un’ora soltanto, che non potrà più rivedere:

And when I feel, fair creature of an hour,

That I shall never look upon thee more,

Never have relish in the faery power

Of unreflecting love- […]

Arrivati a questo punto, la conclusione amara dell’evanescenza della gloria e perfino dell’amore in presenza della morte è quasi una conseguenza logica, una tappa forzata cui siamo stati condotti passo dopo passo:

[…]-then on the shore

of the wide world I stand alone, and think

till Love and Fame to nothingness do sink.

La mia ossessione nei confronti di questa poesia deriva quindi dalla sua forza trascinante, dal vortice di idee che innesca nella mia mente. Dietro la patina arcaizzante e oscura delle espressioni e delle parole si nasconde una verità amara. La presenza della morte, che proprio a partire dal XIX secolo inizia lentamente a sparire nella società occidentale, per Keats è l’innesco di un pensiero tragico e lucido allo stesso tempo. L’immagine di questo giovane che contempla la notte intuendo la sua patetica esistenza, rendendola così tragica, non mi ha mai più abbandonato e credo non lo farà più.

Spero accada lo stesso con voi.

Matteo Mascarin

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