Il classico versione “senza versioni”? Anche no, grazie

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Ero ormai da diverso tempo, cari amici, a caccia di un’idea per poter finalmente ricominciare a scrivere. Eccomi di nuovo a tenervi compagnia, dunque, su un argomento che è davvero di interesse di tutti e che riguarda lo ieri, l’oggi ma soprattutto il domani (sempre più precario) del nostro paese: la definizione delle caratteristiche del sistema scolastico, ed in particolare il nuovo ruolo che si vorrebbe assegnare alla più alta e nobile tipologia di scuola, per ragioni quantomeno storiche, il liceo classico.

E’ stato pubblicato, infatti, sul Sole 24 ore, Domenica 16 Ottobre, un articolo relativo ad alcune proposte di riforma riguardanti l’istruzione secondaria di secondo grado (per intenderci: i licei e quegli istituti che si frequentano dopo la scuola media), con particolare attenzione ai licei classici. Emerge un insieme di idee che, a parte i consueti (purtroppo) tagli alla spesa scolastica, prevede un altrettanto ormai consueto (e ciò è certamente inquietante) taglio alla qualità della formazione scolastica, al suo rigore, alla sua serietà. E c’è un punto di questo triste, deprimente piano di impoverimento dell’istruzione superiore che causa un vero e proprio travaso di bile (oppure fa drizzare i capelli in testa, fate voi): la proposta, per il liceo classico (e anche per il liceo scientifico, dove si traduce solo dal latino), di eliminare la traduzione dal latino e dal greco. In un primo tempo solo all’esame di maturità, per poi, eventualmente, sopprimerla del tutto per sostituirla con l’apprendimento di materie “di più immediata e quotidiana utilità”.

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A parte il fatto che, una volta eliminata dall’esame conclusivo del percorso quinquennale di studi liceali la traduzione di testi dal latino e dal greco in Italiano, quella svolta precedentemente perde completamente senso, ciò che costerna è la volontà di abbassare, ancora una volta, il livello della complessità e della difficoltà del percorso di studi. E dunque di semplificare, di abbassare l’asticella, di eliminare il più possibile ostacoli e difficoltà che gli studenti, nel percorso di crescita intellettiva e formativa, incontrano negli anni delle scuole superiori. Anni fondamentali, perché è nel corso di questi che si svolge la tappa decisiva della formazione del carattere, della personalità di ciascuno studente. E’ in questo periodo, molto più che nel periodo precedente della scuola media, che ciascuno cresce, scopre sé stesso e capisce cosa vorrebbe fare “da grande” e chi vorrebbe diventare una volta sostenuto l’esame di maturità. Il liceo, sia classico che scientifico, al pari degli altri istituti superiori, è il “trampolino di lancio” verso la “vita vera”, verso un’epoca della propria vita caratterizzata da scelte personali di grande responsabilità: se fare l’università o se cercarsi un lavoro, se fare l’una o l’altra facoltà, se restare a vivere con la famiglia o cercare, da subito, di conquistarsi autonomia ed indipendenza economica.

Non è indispensabile ma fondamentale, allora, pensare, concepire un percorso di studi non di certo “all’acqua di rose”, quale è quello che con queste belle pensate si sta invece cercando di istituire, ma che al contrario punti a sviluppare in modo approfondito le competenze e le abilità di ciascuno, e che soprattutto insegni ai ragazzi ad affrontare e superare le difficoltà che naturalmente incontrano nell’arco dei cinque anni. Una vera buona scuola (uso l’espressione fine a sé stessa, senza voler fare allusioni alla recente forma governativa della scuola) è quella che insegna ai suoi ragazzi come si superano le difficoltà, che fa capire loro che, anche se è dura, ce la possono fare, e che dà loro adeguati strumenti per riuscirci. Non quella che elimina le difficoltà con la scusa di non lasciare indietro nessuno!

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Un esempio perfetto di quanto appena detto è dato proprio dall’esercizio di traduzione dal latino e dal greco in italiano, oggi praticato nei licei classico e scientifico, e che si vorrebbe gradualmente eliminare proprio perché troppo difficoltoso, per alcuni, e perché – secondo chi propone quest’idea perversa – la traduzione è una pratica “assolutamente inutile, che dopo la maturità i ragazzi non saranno più chiamati a svolgere” (a meno che uno all’università non scelga di fare lettere classiche, s’intende). Ora, è vero che per molti l’ultima versione tradotta dal latino o dal greco è quella dell’esame di maturità classica, o quella dell’ultimo compito in classe al liceo scientifico, ma dire, sulla base di questo, che la traduzione sia superflua, anacronistica e senza alcuna effettiva validità formativa, è una colossale fesseria! Una fregnaccia! Una bestialità! A parte il fatto che, da 2-3 anni a questa parte, sono in crescita le aziende che ricercano ragazzi studiosi ed esperti conoscitori del latino, perché – dicono – chi conosce il latino e sa tradurlo conosce la logica e sa ragionare.

L’utilità della traduzione c’è eccome e si concretizza e si svela in più momenti e direzioni. Quando uno studente traduce, infatti, deve sviluppare la capacità di coordinare e tenere insieme più abilità, tutte fondamentali. Chi traduce Platone oppure Tito Livio, Lisia oppure Cicerone deve, nel contempo, per cercare di capire cosa ci sia scritto in quel branetto che gli viene proposto, fare esercizio di memoria (delle regole di grammatica che avrà studiato prima); di rigore analitico; di capacità di gestione del tempo; di comprensione del testo; di uso della sintassi latina/greca, ma soprattutto Italiana; di resa stilistica del testo nel modo più efficace e chiaro possibile, sapendo scegliere anche le parole giuste, esercitando ed eventualmente ampliando la propria conoscenza lessicale. Tutte capacità, queste, che sia in ambito universitario che professionale forse non saranno fondamentali, ma certamente sono essenziali e strategiche per avere successo e riuscire ad affermarsi.

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Altra direzione nella quale la traduzione dalle lingue antiche rivela in modo potente la sua valenza formativa è poi questa: tradurre dal latino o dal greco è uno stimolo fortissimo per lo studio di altre materie fondamentali, a prescindere da ciò che ciascuno poi vorrà fare nella vita. A cominciare dall’Italiano: per tradurre bene bisogna avere, infatti, una conoscenza di base migliore possibile della lingua Italiana, della sua grammatica e della sua analisi logica. Spessissimo, inoltre, i brani narrano di episodi di grande importanza della civiltà Greca e Romana: bisogna dunque conoscere bene anche la storia, e, almeno un minimo, anche la geografia. Tutto questo oltre a una solida conoscenza della grammatica latina e di quella greca. Alla fine di tutto emerge che, traducendo, lo studente sviluppa, esercitandole insieme, tutta una serie di abilità mentali essenziali e intanto, oltre al latino ed al greco, ripassa ed approfondisce altre materie che sono di primaria rilevanza, nella propria formazione culturale.

Può bastare questo per dimostrare come la traduzione dal latino e dal greco sia tutt’altro che inutile, ma sia, anzi, di un’irrinunciabile importanza? Si spera proprio di sì! E che dunque, in ragione di tutto questo, un liceo classico o uno scientifico in versione “no versioni” non veda mai e poi mai la luce, nel nostro ordinamento scolastico.

Nicola Campione

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