La riforma costituzionale

Il prossimo 4 Dicembre il popolo italiano sarà chiamato a confermare o a respingere il disegno di legge di riforma costituzionale promosso dal Governo, recante “le disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione” e approvato la scorsa primavera dalle Camere.

Le scelte del legislatore

Dalla relazione di accompagnamento al testo della riforma si deducono due principali ragioni che hanno spinto il Governo a presentare tale disegno di legge: da un lato rafforzare e rendere più efficienti i processi decisionali; dall’altro semplificare i rapporti tra Governo centrale e enti territoriali, riducendo i contenziosi tra Stato e Regioni. Per perseguire questi obiettivi è stato ideato un nuovo assetto istituzionale che differenzia i poteri e le funzioni delle Camere e revisiona i rapporti tra i livelli di governo della Repubblica.

Il disegni di legge di riforma modifica 47 articoli della parte II della Costituzione al fine di:

  • superare il bicameralismo perfetto, prevedendo un nuovo Senato delle autonomie che non voti più la fiducia al Governo;
  • modificare il procedimento di formazione delle leggi;
  • ridefinire il riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni;
  • migliorare gli strumenti di democrazia diretta e rafforzare gli organi di garanzia costituzionale;
  • abolire il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL);
  • contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. 

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Il procedimento di revisione in Italia: il referendum confermativo

Il referendum popolare confermativo è uno strumento facoltativo previsto dalla costituzione all’art. 138 Cost., co.2 e 3, al quale ricorrere quando, nel corso della seconda votazione per l’approvazione della legge di riforma costituzionale, non si sia raggiunta la maggioranza dei due terzi del parlamento. Se, infatti, non si raggiunge tale maggioranza entro tre mesi dall’approvazione del testo, la proposta di legge può essere sottoposta a referendum qualora lo richieda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali.

Esso si configura, perciò, come strumento di opposizione alla proposta di modifica della Costituzione e fa sì che l’elettorato entri a far parte dell’iter di revisione costituzionale, riservandogli un ruolo decisivo.

Se, d’altra parte, il referendum non venisse indetto, la proposta di modifica, trascorsi i tre mesi, diventerebbe definitiva e la Costituzione muterebbe.

Differentemente dalla disciplina del referendum abrogativo, non è previsto il raggiungimento di un quorum partecipativo minimo di elettori al fine di proclamarne la validità. Quindi la riforma passa se i voti favorevoli superano quelli contrari e viceversa.

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La revisione costituzionale

Sono due le questioni, a questo punto, su cui riflettere preliminarmente all’analisi dei contenuti della riforma costituzionale: dapprima bisogna ragionare intorno al concetto di revisione della Costituzione e poi relativamente al modo in cui essa si realizza.

Per quanto attiene al primo profilo, è sotto gli occhi di tutti che negli ultimi trent’anni sono stati molteplici i tentativi di riforma della II parte della Costituzione. A partire dalla Commissione Bozzi del 1983, passando per la Commissione De Mita-Iotti del 1992 e per la Bicamerale di D’Alema, fino ad arrivare alla Devolution del 2005 targata Berlusconi, è sempre stato chiaro quale fosse l’obiettivo: superare il bicameralismo perfetto, differenziare le due camere e modificare il procedimento legislativo. Il bicameralismo perfetto, infatti, è da molti avvertito come un sistema anacronistico e obsoleto che rallenta i lavori del Parlamento e che causa instabilità e ingovernabilità nel Paese. E per certi versi è vero o, quanto meno, il bicameralismo perfetto è sicuramente una delle concause dei ritardi di intervento dell’Italia su molti fronti.

La riforma Renzi-Boschi si inserisce, quindi, in questo solco, in questa tradizione di tentativi di riforma.

Vale la pena, ora, sottolineare che non esiste una Costituzione immodificabile né esiste una Costituzione perfetta.

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Tutte le Carte costituzionali, con meccanismi più o meno aggravati, prevedono la possibilità di modificare la Carta e già nella Francia rivoluzionaria era avvertita e riconosciuta la necessità di permettere le modifiche alla Costituzione. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1793 all’art. 28 afferma, infatti, che “un popolo ha sempre il diritto di rivedere, di riformare e modificare la propria Costituzione”. Sostanzialmente si percepisce la necessità di non rendere la Costituzione un mero pezzo di carta esterno al contesto storico e lontano dai mutamenti sociali.

Concepire la Costituzione come immodificabile e concepire l’ordinamento dello Stato come cristallizzato, genera il rischio concreto che la Costituzione venga travolta dalla forza degli eventi e che perda la propria posizione di supremazia comunemente riconosciuta nella scala gerarchica delle fonti. Immodificabili sono, al contrario, i principi fondamentali e supremi dell’ordinamento in quanto rappresentano le più forti garanzie per i consociati e per la tenuta del sistema. Possiamo, allora, pensare alla Costituzione nel suo complesso come ad una casa: le mura e le fondamenta della casa sono i principi fondamentali, immodificabili; il resto rappresenta l’arredamento, che può essere cambiato a seconda delle circostanze o delle esigenze. La riforma Boschi-Renzi non mina certamente la solidità delle pareti della nostra casa, ma cerca di cambiare l’arredamento. Spetta all’elettore valutare ed esprimere un giudizio sul nuovo arredamento e decidere se valga la pena sostituire quello attuale.

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Per quanto concerne il modo attraverso il quale la Costituzione debba essere modificata, conviene riflettere sul significato di Costituzione. Etimologicamente Costituzione significa “decidere insieme”. La Costituzione è frutto di un compromesso tra anime politiche e visioni della società differenti, è una sintesi, se vogliamo, di posizioni contrastanti. Di conseguenza una proposta di riforma costituzionale deve essere il più condivisa possibile così che tutti si possano riconoscere in essa.

È evidente, quindi, che la Costituzione non dovrebbe essere modificata unilateralmente ed è altrettanto evidente che procedere in questi termini porterebbe ad un inasprimento dello scontro politico, trasformando “la casa comune” in un mero strumento di ricerca del consenso.

Giorgio Cardile

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