Sottomissione

Ho iniziato a fumare nel giugno 2013. Prima di quel momento, non avevo mai toccato una sigaretta né “fatto un tiro”. Mi repelleva e biasimavo fortemente chi, a poco a poco, avvelenava il suo corpo con il catrame e la sua mente con la dipendenza. Nell’estate del 2013 tutto cambia: mia festa di compleanno, qualche drink di troppo e un amico che mi invita a provare una Marlboro rossa. Da lì, la promessa a me stessa e agli altri che avrei fumato solo in vacanza; poi saltuariamente; poi solo nei weekend. E ora sono tre anni che fumo tutti i giorni: non tanto, ma con continuità.

“Fumare fa male” è probabilmente lo slogan più sentito e più ripetuto di sempre. Ciascun fumatore è consapevole che ciò che sta facendo sia negativo, dannoso e potenzialmente fatale per sé, ma fondamentalmente se ne frega. Se ne frega perché, nell’istante, nella boccata di fumo, si prova una sensazione inspiegabile: piacere misto a adrenalina e rilassatezza. Non mi piace parlare di dipendenza, tant’è che spesso mi ripeto “posso smettere quando voglio, posso stare anche X giorni senza fumare”. Ma la verità è che quando esco da lezione, quando faccio una pausa, quando sto camminando od ho appena bevuto un caffè, tra l’indice e il medio della mia mano destra c’è sempre lei: la sigaretta.

r600x__sigarette

In Italia, il costo di un pacchetto è passato in media da 5 a 5.50 euro; sono stati eliminati dal mercato i pacchetti da dieci; ogni pacchetto ha mantenuto logo e colore della casa produttrice, ma sono state aggiunte immagini di polmoni ammalati, retine lesionate, bare bianche e uomini su letti d’ospedale, corredati da scritte che riportano, in due righe, percentuali di morti e danni causati dal fumo.

In Francia, in Inghilterra e in Irlanda è stato introdotto da poco il pacchetto neutro: verde oliva (la tonalità Pantone valutata come la più brutta del mondo), coperto per la maggior parte (65%) da scritte e immagini brutali. La maggiore novità è stata tuttavia l’aver rimosso ogni logo, colore o scritta che riporti in modo immediato al nome dell’azienda produttrice – che comunque rimane ma in piccolo. Un semplice pacchetto brutto può davvero ridurre il numero dei fumatori?

La strategia di vendita nasce in Australia nel 2012, quattro anni fa: è cambiato qualcosa in quattro anni? Un report del Governo australiano sottolinea che i “pacchetti senza brand” sarebbero responsabili del 25% (si tiene conto anche di altri fattori, come l’aumento delle accise) della decrescita della vendita di sigarette, analizzata in 36 mesi e pari al -2,2%: si tratterebbe dunque di 118 mila fumatori in meno.

article-0-148c9f1e000005dc-797_634x280

I pacchetti neutri non piacciono: sono valutati meno accattivanti, troppo banali e meno soddisfacenti. La percezione sensoriale, cioè il sapore che ci aspettiamo che una certa sigaretta abbia, sarebbe però alterata semplicemente a causa del cambiamento del colore o della forma del pacchetto. Camel in un’indagine di mercato ha constatato come, schiarendone il colore e aumentandone la parte bianca, le sigarette fumate vengano avvertite come meno forti rispetto all’abituale; Philip Morris ha riscontrato come le stesse sigarette, poste in pacchetti di colore diverso, siano percepite come differenti: nei pacchetti rossi, più intense; nei pacchetti blu, più leggere e tendenti a consumarsi più velocemente.

Fumando, posso facilmente immedesimarmi in un cliente di una tabaccheria australiana o francese e chiedermi se davvero un colore verde oliva infarcito di immagini shock potrebbe fare la differenza. La risposta è no. Certo: non si può dire che sia insensibile alle immagini già ora presenti sui pacchetti italiani. Ma basta questo?  E se si optasse per un aumento dei prezzi? In Australia attualmente un pacchetto di sigarette costa 16, 18 euro; entro il 2020 il prezzo potrebbe arrivare fino a 29 euro. Ammesso che vi possa essere qualcuno disposto a spendere questa cifra per un misero pacchetto da 25, il mercato nero si accaparrerebbe comunque con estrema facilità quella fetta di consumatori restia a smettere di fumare.

tobacco-body.jpg

L’unica via sono continue e martellanti campagne di sensibilizzazione (Tobacco Body mostra gli effetti del fumo sul corpo; Tobacco Tale è un’inchiesta fotografica che rivela le condizioni di coloro che coltivano e lavorano la materia prima in Bangladesh). Singoli input su un pacchetto spesso non fanno la differenza: la prima volta in cui ci si imbatte in un’immagine mai vista prima, si è catturati a tal punto da riflettere (forse) sulle conseguenze del fumo. Ma le fotografie ora in circolazione sono troppo poche e le scritte sempre le stesse: il rischio è che, mettendo a fuoco qualcosa di già visto, l’effetto di impatto sperato diventi pari a zero. Si deve agire in modo capillare, partendo dalle scuole e arrivando nelle piazze, coinvolgendo un bacino il più possibile ampio in termini di età; si deve considerare la gravità del problema, la propensione degli adolescenti a fumare anche un pacchetto al giorno; si deve comprendere come, spesso, fumare sia ancora simbolo di superiorità, accettazione da parte del “branco” e come raramente derivi da un piacere vero e proprio.

Ma anche la migliore campagna di sensibilizzazione avrà un’efficacia limitata o nulla se non accompagnata dalla coscienza e dalla voglia di smettere. Senza una grande determinazione e uno sforzo personale, qualunque impulso esterno rimbalzerà sempre contro un inflessibile muro di gomma.

smoking-1418483_960_720.jpg

Fumare significa perdere: perdere denaro, perdere salute, perdere vita. Se non avete mai fumato, pensateci. E se invece fumate, pensateci ancora di più.

Beatrice Broglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *