Ekaterimburg – L’ultima prigione dei Romanov

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Un timido raggio di sole arrivò ai suoi occhi interrompendo un magnifico sogno, ricordo di un passato ormai sbiadito nel tempo, proprio come le foto che fin da bambina amava portare con sé sperando che le portassero un po’ di fortuna.

Ballava nella grande sala del Palazzo d’Inverno. Le note del valzer riecheggiavano armoniose accompagnando i suoi passi aggraziati. Erano mesi che non ballava per via dei suoi continui dolori e delle crisi di Aleksej. Era stanca ma quella sera aveva voluto partecipare al ballo al fianco di suo marito, lo stesso uomo che adesso la teneva stretta contro il proprio petto, come se avesse paura di perderla, con la stessa premura che si riservano due adolescenti innamorati.

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Aveva appena alzato lo sguardo in cerca dei suoi occhi quando quel raggio di sole birichino e impertinente l’aveva ricondotta alla realtà.
Si stropicciò gli occhi cercando di allontanare il sonno, poi posò una mano tra i capelli sistemandoli. Ancora indolenzita dalla lunga notte di riposo si mise a sedere poggiandosi alla spalliera del letto. Con fare curioso si rivolse verso la finestra, quasi cercasse tra gli innumerevoli spiragli di luce quello che l’aveva svegliata.
Ritto, con una postura fiera e composta, suo marito, Nicola, lo zar, l’ex zar di tutte le Russie, stava fermo contro la finestra.

“Nick…” lo chiamò d’istinto, quasi senza pensarci, senza capirlo.

Lo vide girarsi con calma, guardarla e sorridere. Aveva il profilo marcato, tipico della sua famiglia, gli occhi azzurri, ma non di un azzurro comune, uno di quelli che si vede per strada passeggiando per le affollate vie di Pietroburgo, no, il suo era un azzurro speciale, somigliava molto a quello del cielo nelle albe invernali. I suoi erano occhi in cui era facile perdersi e lei lo sapeva bene.

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“ Come mai sei già sveglio?”

“Non riuscivo a dormire, avevo molti pensieri per la testa così mi sono alzato e mi sono messo a guardare fuori dalla finestra. C’è proprio una bella veduta lo sai?”

Alessandra lo guardò per nulla sorpresa di quell’uscita che per molti sarebbe stata inusuale e poco appropriata per la situazione.
Erano prigionieri politici, animali in gabbia senza alcuna certezza riguardo al proprio futuro, erano schiavi delle loro menti che, pur non volendolo, di giorno in giorno, elaboravano pensieri sempre più cupi.

Sì, Alessandra sapeva il perché di quell’affermazione, di quell’attenzione apparentemente inspiegabile per il bosco attorno alla loro casa. In quegli alberi, in quel prato gelido, lui riassaporava la libertà degli anni passati e in un certo modo quel ricordo gli dava la forza per continuare ad andare avanti sorridendo e fingendo che tutto fosse sotto controllo.

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“Si amore, trovo anch’io che sia molto bello. Chissà, magari quando usciremo di qui potremmo andare con i ragazzi a fare un pic-nic. Sono certa che lo apprezzerebbero molto.”

Convinta di aver insinuato un po’ di ottimismo in lui, si sdraiò nuovamente poggiando il capo sul cuscino del marito.

Era freddo ma aveva ancora il suo profumo.

Soraya Galfano

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