Dalla Misericordia Cristiana all’esperienza nelle carceri

Nel corso di questi ultimi mesi, in occasione del Giubileo, si è a lungo parlato di Misericordia, ma quanti di noi sanno realmente di cosa si tratti?

La Misericordia viene identificata come la disposizione dell’animo di chi aiuta, di chi serve, di chi, umilmente, si mette al servizio del suo prossimo. Bisogna parlare di Misericordia dal punto di vista degli ultimi, degli emarginati e degli oppressi. Non possiamo parlare di Misericordia se scegliamo di stare nei panni di chi si crede migliore, giusto e scevro da ogni errore.

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Come ben spiega Giovanni Paolo II, la Misericordia è “la dimensione indispensabile dell’amore, è come il suo secondo nome”. L’amore salvifico di Dio è un invito fatto a tutti di essere “misericordiosi come il Padre” e come colui che del Padre è l’immagine più fedele, Gesù. Nel Vangelo di Matteo, quando si parla di Beatitudini leggiamo “Beati i misericordiosi poiché troveranno Misericordia”. Questa è l’unica delle beatitudini a contenuto simmetrico ed orizzontale, ti sarà dato ciò che tu hai dato. Nella preghiera del “Padre nostro” ritorna, con altre parole, lo stesso tema della beatitudine: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. E’ legge scritta in Cielo, che il condono dei nostri debiti  arriverà in proporzione di quanto avremo saputo perdonare ai fratelli e alle sorelle. Il tema della misericordia e del perdono pervade tutto il Vangelo.

La regola d’oro sembra essere “Non giudicare per non esser giudicato”.

Deve venir meno l’idea della superiorità morale e spirituale di chi compie un atto di misericordia, nei confronti di chi lo riceve. Da un punto di vista prettamente laico e razionale, potremmo vedere la misericordia come un atteggiamento di responsabilità irrevocabile, come unica possibile reazione ad un mondo che si popola sempre più di ingiustizie e malignità. Ma concedere il proprio perdono a qualcuno non significa solo reagire ad un torto subito, significa agire in modo nuovo e inatteso.

Ricordate la famosa tattica russa contro gli eserciti nemici? I russi, quando non riuscivano a far fronte al nemico, battevano in ritirata bruciando tutto quello che si lasciavano alle spalle, impedendo così al nemico, di trovare un punto di ristoro o, più semplicemente, del cibo con cui potersi rifocillare. Ecco, la Misericordia non brucia; la Misericordia è quella forza che, in campi solcati dal piede nemico, semina il grano nella speranza di poterlo poi  pacificamente condividere attorno  ad un tavolo. Essere misericordiosi significa vivere un’esperienza plastica e concreta; di fatto, chi tra noi non si  è mai sentito giudicato e, perché no, magari anche perdonato?

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Cerchiamo per un momento di trasporre questa nostra breve riflessione sul significato della Misericordia e del Perdono, ad una realtà concreta e ahimè, tragica, qual è, ad esempio, quella carceraria. 

Marguerite Duras scrisse che, d’improvviso, si rese conto di come nella sua vita “fosse stato presto tardi” riferendosi a come, a volte,  un uomo, sia davvero privo di scelte e di quanto l’ambiente circostante condizioni la nostra crescita e le nostre scelte. Quando, in occasione di un seminario universitario, ho incontrato Antonio Catena, detenuto di soli trentaquattro anni, mi sono resa conto di quanto dura e lontana dall’immaginario comune, possa essere la vita dietro le sbarre. Quando si varcano le porte di un carcere, la prima cosa a venir meno, è l’identità personale, da quel momento in poi, nella stragrande maggioranza delle strutture, il detenuto verrà identificato con il numero della propria matricola e non con il proprio nome.

Provate ad immaginarlo, da un momento all’ altro, nessuno si riferisce a voi con un nome ma una sterile sequenza numerica. Chissà quante storie, quanti ricordi, quanta sofferenza si cela dietro quel codice identificativo…

Spesso il carcere risulta essere la miglior palestra del criminale poiché, sebbene si cerchi di instradare il detenuto verso un percorso di tipo rieducativo, volto al reinserimento sociale, il più delle volte,  il periodo trascorso dietro le sbarre, viene vissuto come un periodo di “freezing” di cui si attende passivamente il termine. Tutto questo succede perché il nostro sistema carcerario è giocato sul concetto di punizione in cui risulta essere sempre più in ombra quella che è la reazione dialogica al reato che parte dal concetto di dignità ed umanità della persona. Il nostro diritto penale conosce un’unica grande pecca, la fretta di raggiungere l’obiettivo di giudizio.

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Ma in che modo potrebbe operare qui la Misericordia?

In questo specifico ambito, la Misericordia, altro non sarebbe che un sano corollario del diritto naturale. Il reo non si risocializza attraverso la stigmatizzazione della sua persona ma attraverso un lento e costante processo di presentificazione degli errori passati, di modo che essi non vengano ripetuti. Quel che si auspica per il futuro è che la risposta legislativa al fenomeno criminale, non sia un inasprimento dei limiti edittali delle pene (cosa pressoché inutile viste anche le ultime vicende di cronaca), ma un confronto con il soggetto colpevole che sfoci, nella migliore delle ipotesi, nella trasformazione di un individuo antisociale, in un cittadino. Se, come scrive Marguerite Yourcenar, “Non c’è niente di più lento della rinascita di un uomo”, il solo augurio che possiamo fare al nostro legislatore, è quello di saper rallentare, di sapersi rendere veramente padrone di quella che è la situazione presente, in modo da poter elaborare norme maggiormente flessibili e dinamiche che si possano applicare in modo concreto alle situazioni quotidiane.

Infine, permettetemi di ricordare che il contrario di Misericordia non è cattiveria ma omissione. Parafrasando Pannella, il vero crimine è sempre quello di rimanere con le mani in mano.

Soraya Galfano

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