Perché votare Sì, malgrado Matteo #Renzi

Finalmente domenica si terrà il referendum sulla riforma costituzionale, almeno porremo termine a una campagna mediatica tra le più becere del nuovo millennio. Soprattutto auguriamoci che da lunedì, qualunque dovesse essere l’esito referendario, si riallaccino i rapporti tra le varie fazioni, perché non è il momento adatto per bloccare il Paese per litigare.

In realtà questi toni, con dei connotati sempre più divisivi e agguerriti, potremmo trascinarceli presumibilmente fino alla prossima primavera, quando si terranno con una certa probabilità le elezioni politiche. Sì, perché in caso di vittoria del No è quantomeno auspicabile che il premier Renzi si dimetta, considerando l’all in che ha fatto su questo voto referendario, e, stando così le maggioranze in Parlamento, il Presidente Mattarella procederà a sciogliere le camere; analogamente, qualora vincesse il Sì, pensate che il nostro Presidente del Consiglio attenda ancora molto prima di incassare il jackpot? Ma soprattutto: perché esitare prima di dare piena attuazione alla riforma?

Ecco che allora, a pochi giorni dal referendum, è opportuno spiegare perché si può votare Sì, pur non sostenendo né il PD né tantomeno il suo leader. Senza soffermarsi sui tecnicismi del merito, essendo già stato ampiamente analizzato su queste pagine, si può ragionare sul senso di questo voto e di questa riforma, cercando di capire il momento che stiamo vivendo, senza lasciarsi prendere da malsani deliri sui poteri forti o con argomentazioni del tutto irrazionali.

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Anzitutto, iniziamo con l’affermare un concetto di base: riformare la Costituzione è possibile. Anzi, è doveroso, perché ogni Costituzione, così come ogni testo giuridico del resto, per quanto intrisa di retorica la si voglia rendere, continua a svolgere la propria funzione se e solo se è costantemente in grado di adattarsi alla realtà e al contesto in cui si inserisce. Uno degli errori più grandi che si commettono, e di cui una certa sinistra è responsabile, è il mantra per cui “la Costituzione non si tocca”; grazie a questo slogan oggi siamo costretti ad avere ancora diciture come “ordinamento comunitario”, quando la CE non esiste più dal 1992, oppure non contempliamo una serie di diritti sorti nel tempo, ad esempio quello alla privacy, come fanno notare illustri costituzionalisti (Sabino Cassese, a chi pensavate?). Ecco che allora dovremmo recuperare un’idea più laica e meno appassionata del concetto di Costituzione, ma non come fanno, in punta di diritto, quelle file di riformisti perfezionisti: “anche io voglio riformare la Costituzione, ma con una riforma scritta bene”; quando e come non è ancora dato saperlo. Del resto, dubitando che costoro siano privi di esperienza e di onestà intellettuale, si ignora il fatto che la riforma approvata da tutti è quella impossibile, perché è proprio quella che non farà mai i conti con la politica e con il suo gioco di compromessi, accordi e intese. Come, piaccia o no, è successo anche questa volta, seppure il prezzo da pagare sia ancora da scoprire.

Tuttavia, per quanto siamo un popolo in grado di sviluppare un expertise in ogni campo a colpi di tutorial e gruppi su Facebook, in ogni tempo e in ogni luogo, dagli europei di calcio al referendum costituzionale, dalle diete agli allenamenti di fitness, il 4 dicembre sarà possibile andare a votare pur senza essere diventati dei piccoli costituzionalisti negli ultimi mesi. Quello che conta è capire il senso di votare Sì in questo momento. Non è e non deve essere un atto di fede nei confronti di un governo che pensa eccessivamente alla politica a breve termine; non deve essere nemmeno la manifestazione del proprio sostegno verso un leader che ha deciso di contribuire in modo massiccio all’appiattimento e alla dissoluzione della dialettica politica e del pensiero, senza dimenticare il madornale errore di personalizzazione del quesito referendario: in caso di vittoria del No ci sorbiremo l’ennesima crisi, mentre in caso di vittoria del Sì avremo eretto un nuovo e assolutamente non necessario pater patriae sul piedistallo, garantendogli gloria eterna.

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Si può votare Sì perché bisogna essere consapevoli del momento che stiamo vivendo. Possiamo, infatti, scansarci dal trend internazionale che vede il populismo, le forze anti – sistema e le derive nazionaliste prevalere, per dare un forte segnale di cambiamento anche in quell’Europa oggi lacerata. Il rischio di una deriva autoritaria è maggiore in quei sistemi deboli e iperframmentati, come è successo nell’Italia di inizio anni ’20, nella Germania di Weimar o nella Francia del secondo Dopoguerra, dove la paura e il malcontento regnano sovrani e dove non si riesce a instaurare quel civile e democratico equilibrio tra maggioranza e opposizione, evitando così perenni crisi e garantendo stabilità e alternanza di governo.

Se è sbagliato andare a votare pro o contro Renzi, sarebbe altrettanto sbagliato andare a votare pensando solo ai tecnicismi della riforma costituzionale; la realtà è, invece, più complessa. Bisogna anche pensare alle conseguenze. Non è vero che in caso di vittoria del No nulla cambierà, perché nell’immediato vedremmo ripiombare nel limbo le province, né abrogate né nella pienezza dei loro poteri; vedremmo un governo dimissionario, se coerente e responsabile, con un parlamento difficilmente in grado di produrre una maggioranza alternativa e saremmo costretti ad andare a votare con due pessime leggi elettorali totalmente differenti, l’una, l’Italicum, che garantirebbe una maggioranza certa alla Camera, l’altra, il proporzionale ex Porcellum, che determinerebbe la palude in Senato. Troveremmo un accordo per una nuova legge elettorale, si dice. Come? Ma soprattutto: quanto tempo ancora dovremmo perdere in questo palleggio inutile tra segreterie di partito? E nel frattempo vedremmo le condizioni economiche generali peggiorare, in attesa delle fantomatiche riforme.

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In caso di vittoria del Sì, invece, si sarà compiuto un timido primo passo per uno scenario nuovo e innovativo. Tuttavia, non si dimentichi che a quel punto sarebbe fondamentale il ruolo della politica, in grado di dare piena attuazione a questa riforma. Infatti, il nuovo Senato avrebbe senso se e solo se fosse autorevole e non il refugium peccatorum dei consiglieri regionali.

Non si dimentichi poi un aspetto importante: per quante critiche possano essere mosse a questa riforma, sia per il metodo adottato sia per alcune sue previsioni (che senso hanno quei cinque senatori di nomina presidenziale? I consigli regionali in che modo saranno vincolati dal volere degli elettori?), non c’è dubbio che possa rappresentare una spallata a un paese fermo, arroccato su piccoli centri di potere, addirittura familiari in alcuni casi: dalle università agli ospedali, dalla politica alle imprese.

Votare Sì è oggi un atto progressista, un tentativo di innovazione in un paese che arretra quotidianamente.

Federico Carolla

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