Nichilismo: tra chi ha un deserto nell’anima e chi ha paura di tutto

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Quando Daniele, il redattore di questa splendida rubrica, mi ha chiesto di scrivere un pezzo per lui, alla prima ed iniziale gioia per la fiducia datami, è subentrata l’ansia dello scrivere qualcosa che fosse all’altezza di un angolo del nostro giornale che di per sé spicca per la sua eleganza e originalità, sia di toni, che di argomenti trattati.
Dopo vari ripensamenti ho deciso, se me lo permetterete, di raccontarvi un episodio della mia vita privata che mi ha spinta a riflettere su quella che, forse, risulta essere la piaga peggiore del nostro tempo.

L’altra sera parlando con un amico che si vantava di capire le persone al primo sguardo, così, un po’ per sfida, un po’ per divertimento, gli ho chiesto cosa pensasse di me.
La sua risposta, nella sua estrema semplicità, è risultata essere disarmante e a tratti perfino drammaticamente vera.
L’intera riflessione di questo mio amico, per gli intimi, il buon vecchio Andrea, mi ha fatto notare come una delle mie principali caratteristiche, risulti essere lo spirito critico e, per buona pace di tutti quelli a cui farei un favore stando zitta, la mia inesauribile propensione a dire la mia su qualsiasi cosa mi stia a cuore. La cosa inizialmente ammetto che mi abbia lusingata molto, poi però, è subentrata una riflessione ben più amara ovvero quella relativa all’ingannevole doppiezza di questo mio aspetto caratteriale.

Sebbene spesso, in certi ambienti, una personalità “eclettica” e abbastanza prorompente come la mia, sia ben accetta, in altri, sicuramente non meno raccomandabili o interessanti, ma semplicemente diversi, questo mio estro a tratti critico e polemico può risultare una nota stonata.

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Sono certa che molti di voi si staranno chiedendo il motivo per cui io stia scrivendo queste cose che, di norma, dovrebbero appartenere solo alla mia vita privata.
Il motivo, miei cari, è che Andrea ha ragione, una donna come me, il più delle volte è, per mantenerci in un linguaggio da salotto forbito, una donna scomoda e la cosa mi ha lasciato un po’ d’amaro in bocca.
Andrea ha parlato di una generale aridità del mondo odierno, di una sorta di incapacità, insita nell’uomo, di approfondire seriamente i rapporti umani, di andare al di là di quella che è una conoscenza superficiale dell’altro.

Io ho pensato subito ad uno dei miei libri preferiti, si intitola “L’ospite inquietante” di Umberto Galimberti. In quest’opera che, per quanti non avessero ancora avuto il piacere di leggerla, vi consiglio caldamente, il celeberrimo filosofo e intellettuale italiano, riflette su come le generazioni degli ultimi decenni, si siano affaccendate sul nulla, susseguendosi l’una con l’altra senza un disegno, lasciando del loro passaggio, solo l’ombra di qualche orma, nessun segno tangibile.

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Il protagonista di questa grande opera di Galimberti è il Nichilismo che, per citare Nietzsche è “il più inquietante fra tutti gli ospiti”.
Il nichilismo è l’assenza di quella voracità curiosa che dovrebbe contraddistinguere noi giovani, è l’appiattimento di qualsivoglia aspirazione, sogno o passione.
Nichilista, se vogliamo dirla in termini semplici, è quella persona che si lascia vivere nell’attesa annoiata della morte. Il nichilismo è il nulla. È la mancanza di ogni cosa.
Ricordate la Margherita di Cocciante che colorava di vernice tutti i muri? Ecco, nel mondo descritto da Galimberti, le pareti non hanno colore, non vi sono fiori, non c’è musica, non c’è odio e non c’è amore; semplicemente tutto vegeta in quella silenziosa ed estenuante attesa che precede la fine di ogni cosa, l’eterno silenzio.
Quanto di quest’inquietante quiete riscontrate nel mondo odierno? Quante persone conoscete che apaticamente si trascinano fino al giorno successivo, provando, come unica pseudo emozione, un concentrato di rabbia e repressione?

Miei cari lettori, perdonatemi se vi ho frettolosamente presi per mano e condotti fin qui, non era mia intenzione tediarvi o angosciarvi con amare riflessioni sulla vita e sull’uomo, permettetemi però di porvi un’ultima domanda: è davvero questo il mondo che abbiamo voluto? Io non credo, anzi, sono fermamente convinta che se ognuno di noi volgesse gli occhi al proprio passato, in cerca del sé stesso bambino, troverebbe un fanciullo a dir poco deluso di quel che abbiamo creato.
Penso che questo mondo piatto e a tratti monotono, sia frutto dell’opera di tutti, la storia non ha mai conosciuto un lavoro di squadra migliore di questo!

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Quello che auspico per il futuro, è che ognuno di noi possa riscoprire, nei meandri della sua Persona, un pizzico di quella passione che lo ha mosso per arrivare fin qui. Mi piacerebbe che ognuno di noi intraprendesse quell’infinita ricerca che ogni uomo dovrebbe compiere quotidianamente per dirsi vivo.

Mi piacerebbe riscoprire in me e in chi mi circonda, la stessa curiosità, uguale ribellione e la medesima voglia di cambiamento che un tempo ci ha portati ad essere grandi.

Mi piacerebbe che la mia voglia di fare e di parlare fosse accompagnata e perché no, anche osteggiata da qualcuno che abbia la stessa urgenza di vivere che ho io nel petto.

Mi piacerebbe, semplicemente, che fossimo tutti un po’ più vivi.

Ad Andrea che capendomi mi ha permesso di capirmi un po’ di più.
A Daniele che mi ha concesso questo preziosissimo spazio.

Soraya Galfano

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