Milanesi e Pendolari, storie di ordinario sconforto

Mi sono appropriato della rubrica gestita dal collega Andrea Conte, uno spazio per raccogliere avventure di vita quotidiana che vale la pena di raccontare (qui trovate l’episodio precedente)

Doverosa premessa: come molti sapranno (capirete dopo perché non ho usato l’aggettivo “tutti”) la fauna degli studenti universitari si divide in tre grandi categorie: i fuorisede, i pendolari (di cui faccio parte) e gli autoctoni, che ai tempi dei social network amano chiamarsi “milanesi imbruttiti” anche se, come dice il simpatico signore che vende immagini del Duomo tra l’ingresso Gnomo dell’Università Cattolica e la metro (lo stesso che al primo anno di università è riuscito a rifilarmi una delle suddette fregandomi con il calcolo del resto), “non esistono più i Milanesi”.

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Era un grigio martedì mattina, scesi alla fermata della 94 (ma è LA 94 o IL 94? Non ho ancora capito) e dopo essermi recato alla mia edicola di fiducia (quella della stazione M2 di Sant’Ambrogio) mi incamminai con lo sguardo ricolmo di gioia, che comunicava da 100 metri di distanza “stammi lontano che non è giornata”, alla lezione di Economia delle 10.30.

All’altezza della pusterla di Sant’Ambrogio (per chi non sapesse di cosa parlo, info qui), poco prima dell’incrocio tra via Carducci e via S. Vittore, il mio occhio ormai esperto aveva già individuato un ragazzo e una ragazza di quelli che ti fermano per strada per chiederti donazioni/un rene/se vuoi fare un corso di yoga ecc., ma purtroppo non potei fare nulla per evitarli e dovetti passare davanti a loro.

Mi si avvicina il ragazzo:

“Ciao! Posso lasciarti uno sconto palestra-piscina per vedere una delle nostre strutture..”.

pensai , sfoderai il mio miglior sorriso e guardandolo negli occhi dissi alzando le spalle  dissi: “mi dispiace, non sono di Milano, mi sarebbe difficile usarli”.

Lievemente scocciato il giovane dispensatore di buoni sconto rispose “Scusa, posso farti una domanda?”

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“Mi rispondete tutti che non siete di Milano, ma…cioè, non siete di Milano e studiate qui?” indicando con un gesto tra il sorpreso e lo schifato in direzione della Cattolica.

Lo guardai pietrificato. Non poteva averlo detto davvero. Non potevo accettarlo. Se io incontrassi nella mia città, una cittadina di 30.000 abitanti persa nella pianura padana, un ragazzo di Reggio Calabria che mi dicesse che studia all’università che ha sede nella mia bellissima città gli potrei rispondere così. Ma non tu, mio caro “uomo degli sconti” perché Milano è la città più importante del Nord Italia (d’Italia? magari ne parliamo un’altra volta) e c’è gente che arriva dall’altra parte del mondo per frequentare questa università.

Ovviamente questa è la risposta su cui ho rimuginato per tutto il giorno, al momento l’unica cosa che ho fatto è  stata annuire con gli occhi spalancati verso di lui.

Ma non era ancora finita.

“C’è quindi fate avanti e indietro ogni giorno? Che brutto”

A questa sono abituato, l’avrò sentita talmente tante volte e declinata in tutte le versioni possibili che non mi fa nemmeno più effetto ma unita alla frase di prima mi ha lasciato senza parole.

La mia risposta a quel punto poteva essere solo una “Sì, ci metto un’ora e mezza. Mi dispiace.”

Ero frastornato, non sapevo che pensare. Mi guardai in giro aspettando che saltasse fuori qualcuno per dirmi “sei su scherzi a parte” o che qualcuno mi dicesse che ero finito in un “esperimento sociale” come quelli che vanno tanto di moda tra i giovani su Youtube.

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Il luogo del misfatto visto da Google Maps

Mi allontanai il più velocemente possibile e una volta giunto in aula raccontai a tutti i miei amici, pendolari, cosa mi era successo e il senso di straniamento che mi accompagnava in quel momento (e che ancora mi accompagna mentre racconto questo fatto). Può essersi trattata di una incomprensione, o magari il ragazzo è stato allevato in una caverna sulle rive del Lambro (in questo caso non mi sento di giudicarlo).

Fortunatamente, una volta tornato a San Donato e salito sul pullman che mi avrebbe riportato a casa non ho abbracciato l’autista come era mia intenzione di fare, altrimenti non sarei qui a raccontare questo episodio ora.

Buona sessione invernale a tutti!

Andrea Aiolfi

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