“Melograno” – Elena Ramella

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[Per gentile concessione dell’autrice]

capitolo XXVI

L’uomo capra era seduto sulla poltrona con le zampe riunite e le mani sulle ginocchia. Il suo volto era macchiato dalla folle accusa di lei, gli occhi pieni di orrore, le labbra rigide. Intorno a lui bruciavano profumi nella stanza e nubi di vapori si levavano fino al soffitto annerito dal fuoco sempre acceso, le lingue di fuoco del caminetto erano rubini incastonati nei suoi occhi stravolti. In quell’odore perverso di libidine ormai marcia c’era lei, col braccio sinistro teso verso di lui, il braccio destro sollevato all’altezza del petto, le gambe avvolte nelle sete trasparenti avanzavano nella sua direzione.

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Ballava come aveva sempre ballato per lui, per quel piacere che aveva desiderato dargli nelle notti annebbiate dai vini corposi e dal sangue fresco. Lui aveva osservato la cicatrice tra i suoi seni e si era passato una mano sulle labbra.  Danzava al ritmo di una musica sconosciuta e appena accennata, dalla sua gola usciva una melodia sottile ed ipnotica sulle cui note si muoveva, lenta e viscida come un serpente impossibile da afferrate. I seni le ondeggiavano sotto alle collane, la sua pelle si ricopriva di una leggera patina di sudore, l’odore del suo corpo arrivava alle narici leggermente aperte dell’uomo capra.  Ma lo guardava senza vederlo. Si muoveva sulle punte dei piedi bianchi, con i fianchi ondeggianti, con i lunghi capelli sciolti a sfiorarle le punte dei seni. Si avvicinava a lui, lo sfiorava con i veli dei suoi abiti, poi si allontanava sottraendosi alla sua presa.  L’uomo capra aveva il respiro corto e le mani serrate sui braccioli della poltrona. Sapeva quello che sarebbe successo, glielo aveva letto negli occhi vuoti e posseduti, ma non poteva e non voleva alzarsi, non riusciva a non guardarla. Lei era quasi nuda. Nell’ardore della danza i veli si erano sciolti, i broccati erano caduti a terra. Era vestita solo di pietre preziose incastonate nella sua pelle di vergine, i rubini brillavano nella divisione dei seni, lì dove un tempo erano stati uniti e dove tante volte aveva cercato conforto.

Poi con uno scatto fulmineo il suo ventre lattiginoso s’inarcò. La sua mano destra scese sulla curva dei fianchi dove ormai solo più una cintura nascondeva la parte superiore delle cosce. La lama si infiammò tra le sue dita.  Quando l’uomo capra la vide fu troppo tardi. La vergine bianca si gettò su di lui premendogli il ferro freddo sul collo, abbassando il suo volto su quello di lui. Vide quello che era sempre stata, donna ardente e crudele, selvaggia, squisita, esecrabile. E lui era stato una cosa sola con quel fiore venereo e malato, si erano allevati a vicenda in una serra impura e piena di vizi.  Si sentì schiacciato dal suo respiro e dalla sua forza di dominatrice. Rimase annichilito, in preda alle vertigini davanti alla sua sorella, amante, così insensibile e spietata.  Nel loro erotismo senza limiti, nel loro mondo di incesto, il terrore umano si era fatto strada nel cuore di lei. Quel giorno la grande Dea era fuggita, era rimasta solo la donna in preda ad un pauroso incubo, soffocata ed impietrita dallo spavento.

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Lei lo guardò ancora una volta negli occhi. Poi gli tagliò la gola. L’assassinio era stato compiuto. La vergine carnefice rimase immobile ed impassibile, nuda, con il pugnale stretto nella mano destra, con gli schizzi di sangue sul volto e sul petto. La testa mozza era rotolata ai suoi piedi e la guardava, livida, con la bocca scolorita spalancata in un ultimo grido, con il collo gocciolante. La vergine bianca la raccolse per i capelli, fiammeggiante e sanguinante, con grumi di porpora all’estremità. I nervi, le vene, i tendini del collo pendevano nel vuoto davanti a lei.  La sollevò fino all’altezza del viso e la guardò ancora una volta prima di adagiarla su un piatto d’argento. Poi baciò la bocca del decapitato, vendetta e soddisfazione della sua perversa libidine.

Elena Ramella

Tratto da: Melograno, capitolo XXVI, Echos edizioni, 2016

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