Il Veneto ce l’ha duro

Se ancora non lo sapevate, da un giorno all’altro il Popolo Veneto si è svegliato “minoranza nazionale”. Il 6 dicembre la Giunta Regionale a trazione leghista ha infatti approvato la proposta di legge n.116/2016, che prevedeva l’applicazione della “Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali” scritta nel 1986 e ratificata dallo Stato italiano nel 1997. Secondo tale proposta il popolo veneto ha ogni diritto di autoproclamarsi “minoranza nazionale”, per motivi storici, giuridici e linguistici. E lo fa richiamandosi al Diritto Internazionale, alla Costituzione italiana e alle leggi regionali. L’obiettivo? Costringere lo Stato italiano a riconoscere la diversità veneta per ricevere trattamenti privilegiati in materia di tasse, scuola e informazione, ispirandosi al Sud Tirolo. Vista la complessità dell’argomento, sarà bene affrontarlo per punti.

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Bandiera del Veneto

Innanzi tutto, quello giuridico. La nozione di “minoranza nazionale” (ben distinta da quella “linguistica”) è a dir poco vaga, infatti venne così formulata dallart. 1,2 della Convenzione CEI (Central Europe Initiative – In.C.E Iniziativa Centroeuropea) per la Tutela dei Diritti delle Minoranze (Roma, 1994):

“Ai fini della presente Convenzione per “minoranza nazionale” si intende un gruppo di persone numericamente inferiore al resto della popolazione di uno Stato, i cui membri, essendo cittadini dello stesso Stato, hanno caratteristiche etniche, religiose o linguistiche diverse dal resto della popolazione e sono guidati dalla volontà di salvaguardare la loro cultura, tradizione, religione o lingua

La Convenzione, cui fa riferimento la proposta di legge, non definisce le “minoranze nazionali” ma determina i comportamenti che ogni singolo Stato dovrebbe mantenere, senza nessun vincolo, nei loro confronti. Va inoltre precisato che il tema assunse grande rilievo con la caduta del Muro di Berlino e la conseguente disgregazione dell’URSS, fatti che portarono gli Stati europei a interessarsi di tutte quelle minoranze che fino a quel momento erano vissute sotto un’unica bandiera e che presumibilmente avrebbero iniziato ad avanzare istanze di protezione e di autonomia. Venne a questo proposito istituito nel 1992 l’Alto commissariato sulle minoranze nazionali, che sin dal 1993 iniziò un’intensa attività diplomatica soprattutto nelle repubbliche baltiche, in Ucraina, Romania, Macedonia e molti altri paesi.

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Appare dunque chiaro che, tralasciando la genericità della definizione, il concetto di minoranza nazionale sia nato a causa di precise preoccupazioni politiche degli Stati europei, impegnati a mantenere delicati equilibri di pace all’interno e ai confini dell’Unione. Sotto questo punto di vista l’appello della Regione Veneto alle Convenzioni internazionali risulta quantomeno risibile e decisamente fuori luogo e il medesimo discorso potrebbe essere portato avanti da qualunque popolazione storica d’Italia. E in ogni caso, come è già stato notato da più parti, probabilmente la legge verrà impugnata dal Governo e dovrà passare per la Corte Costituzionale.

Ma andiamo avanti. La proposta di legge ha la specifica volontà di creare in un futuro prossimo un patentino bilingue per il popolo veneto, che dovrà essere richiesto, così come la cittadinanza, presso un ente non ancora specificato (era inizialmente stato proposto l’Istituto Lingua Veneta).

L’istituzione del bilinguismo sarebbe, secondo i proponenti, una logica conseguenza del riconoscimento di minoranza nazionale, in barba alla legge 482 del 1999 che determina e regola le minoranze linguistiche storiche. Questa legge definisce lingue minoritarie quelle “delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo” (art.2). Premettendo che non vi è una differenza sostanziale tra ‘lingua’ e ‘dialetto’, essendo la prima nient’altro che l’idioma ufficiale di un determinato Stato o Regione, come si vede il dialetto veneto non venne preso in considerazione come minoranza linguistica storica, per cui la mossa del Consiglio Regionale appare come una vera e propria elusione di tale legge in nome di una generica diversità etnica e linguistica.

Il punto è che, in un sol colpo, sembra di essere tornati alla celeberrima “Quistione della lingua”, che tanto appassionò in nostri letterati nel Cinquecento. In questo senso io credo basti ricordare che fu proprio un veneziano, Pietro Bembo (Le prose della volgar lingua 1525), a decretare in modo autorevole l’utilizzo del fiorentino per le opere letterarie in volgare. Forse che vogliamo fingere non siano passati 500 anni di storia linguistica? E in più, qualora il veneto diventasse a tutti gli effetti una lingua ufficiale con cui redigere documenti ufficiali, quale varietà dialettale verrebbe scelta? Il veneziano, il vicentino, il padovano o il bellunese? Mi pare ovvio che si aprirebbe le porte a un oziosa e inutile disputa tra minuscoli particolarismi.

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Pietro Bembo

E qui giungiamo all’ultimo punto, quello politico. Sono passati più di trent’anni da che l’allora Liga Veneta, confluita poi assieme alla Lega Lombarda e altri partiti regionalisti del norditalia nell’attuale Lega Nord, iniziò a muovere i suoi primi passi sulla scena politica italiana. Le battaglie principali di questi movimenti sono state, fin da subito, quelle per il federalismo, il cui obiettivo era il raggiungimento di un’ampia autonomia regionale rispetto al centralismo dello Stato italiano, e quella per l’indipendenza. Entrambe queste due istanze sono, a oggi, molto lontane dalla loro attuazione, ed è qui che si inserisce l’abile proposta di legge approvata il 6 dicembre scorso. La Regione Veneto infatti spera di ricevere con una semplice delibera della propria Giunta un’autonomia e una specialità che non le competono, e questo lo fa con il preciso intento di vedersi riconosciute alcune prerogative che, a livello politico, le farebbero molto comodo. Un esempio? Nella relazione presentata al Consiglio Regionale si legge: “Quello che la convenzione sulle minoranze nazionali porta a realizzazione è una situazione molto similare a quella che c’è in Sud Tirolo, forse ancora più marcata perché prevede che i flussi migratori nel territorio della minoranza nazionale siano gestiti dalla stessa rappresentanza della minoranza”. Come si suol dire, lupus in fabula. Molto simile a quest’ultima rivendicazione vi è poi la volontà di istituire posti riservati ai possessori del patentino bilingue nelle amministrazioni pubbliche, nelle televisioni regionali e nelle scuole, dove si immagina vi sarà anche l’insegnamento della lingua veneta con insegnanti veneti. Ancora una volta questo sarebbe il pretesto per escludere dalla vita pubblica e sociale chi veneto non è, e sappiamo bene che il Veneto è una delle regioni con il più alto tasso d’immigrati.

In conclusione, il più grande paradosso di questa vicenda è che se la legge non dovesse essere bocciata dalla Consulta il popolo veneto, in quanto minoranza nazionale, scaricherebbe ogni onere fiscale allo Stato per la gestione della minoranza stessa. Il che la porrebbe in totale dipendenza dallo Stato centrale, il quale anzi avrebbe l’obbligo di preoccuparsi di ogni aspetto concernente tale materia. Tutto questo mentre l’attuale Segretario della Lega, Matteo Salvini, si sta impegnando per una campagna a livello nazionale, con l’obiettivo di governare il Paese.

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La domanda dunque è la seguente: chi e che cosa vuole essere la Lega Nord? Un partito nazionale o un gruppo di pagliacci che giocano alla secessione autodefinendosi nel contempo una minoranza nazionale?

Matteo Mascarin

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