Tatiana

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Lentamente giro su me stessa facendo volteggiare la morbida seta delle mie vesti. La figura che vedo davanti a me, riflessa allo specchio, non corrisponde affatto all’immagine che fino a poco tempo fa avevo di me stessa. Il corpo magro ma armonioso è lo stesso, non lo nego, ma nulla è più come prima. Il mio viso ovale non è arricchito da alcun sorriso e i miei occhi di zaffiro non esprimono alcuna emozione. Il piccolo naso alla francese che tanto mamma adora in me, non punta più verso le nuvole, ma mesto si china verso il terreno. I miei passi sicuri e altezzosi hanno lasciato il posto ad una camminata lenta ed umile. Cosa rimane a chi dopo aver visto il firmamento posa nuovamente lo sguardo su questa misera terra? Credo che l’unico sentimento che pervada il suo animo sia l’insoddisfazione e la malinconia. Colui che dal basso arriva all’apice intraprende uno splendido volo ma chi dalla vetta arriva a valle cade semplicemente.

Sono nata in quella che sembrava essere una famiglia perfetta. Mio padre era lo zar di tutte le Russie e la nostra dinastia regnava su questa terra da ormai trecento anni. Nulla faceva presagire una tragedia della portata di quella che stiamo vivendo. Se sei l’autocrate del più grande impero al mondo, non pensi mai a come possa essere la vita al di fuori delle tue mura dorate né tantomeno ti domandi cosa significhi aver tanto freddo la notte da non poter dormire. Io personalmente non avevo mai guardato al di là del mio naso, ammetto di aver sbagliato, anche quando andavo a prestare soccorso negli ospedali ai caduti di guerra, le loro ferite non mi turbavano in alcun modo, ero chiusa nel mio guscio e non volevo riconoscere che tutto intorno a me stava inesorabilmente precipitando.

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Una notte però improvvisamente tutta la mia vita cambiò. Era circa mezzanotte ed io non riuscivo a dormire, d’altronde, se non fai nulla tutto il giorno la sera è difficile prender sonno. Nel bel mezzo del silenzio notturno udii uno sparo e poi un vociare concitato accompagnato da un fremente scalpitio. Fu un attimo e tutti fummo sbattuti giù dai nostri letti e condotti nel cortile principale del palazzo. Papà aveva abdicato sia per sé che per Aleksej, il soviet di Pietroburgo aveva decretato che da quel momento in poi saremmo stati trattati al pari dei comuni prigionieri politici. Sollevai lo sguardo da terra intimorita, mi voltai cercando disperatamente un segno qualsiasi di speranza ma non ne vidi. Gli occhi delle mie sorelle erano sgomenti quanto i miei, solo mia madre con la sua fragile corporatura si stagliava fredda e fiera sul prato innevato. Come un lampo a ciel sereno vidi una luce nei suoi occhi che non avevo mai visto prima di allora. Era la luce della rassegnazione e del coraggio, adesso lo so, ma quella notte non compresi affatto i suoi gesti. Con una lentezza quasi calcolata prese tra le braccia mio fratello e ordinò a me di sorreggere Maria che fino a poche ore prima era stata in balia degli spasmi della febbre. Cominciò ad avanzare verso una camionetta e mi fece cenno di seguirla. Non ebbi il coraggio di dirle no o di oppormi, mi limitai semplicemente ad eseguire gli ordini. Una volta giunte al veicolo salimmo in silenzio e da lì andammo incontro al nostro destino.

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Sono passati diciotto mesi da quella maledetta notte ed io sono totalmente cambiata. Nessuno mi fa notare che non sono più la stessa, sono io ad averlo capito dai semplici gesti di chi mi sta intorno. Prima al minimo problema eravamo tutti attorno alle vesti di mamma, come dei bambini bisognosi di una carezza dopo una caduta, adesso invece sono le mie mani ad asciugare le lacrime altrui e le mie labbra a baciare ferite sanguinanti nell’utopistica speranza che quel contatto possa dar sollievo. Sento il dolore della gente come se fosse il mio, le loro pene sono quelle del mio cuore. Ogni volta che un mio fratello russo geme il mio cuore è come trafitto da mille aghi così che il mio grido muto si fonde al suo. Se mai uscissimo vivi da quest’inferno vorrei seguire l’esempio di zio Michele e ritirarmi in un convento così da poter essere vicina a tutti coloro che soffrono attraverso la preghiera e poter stare accanto al mio unico Signore e Dio senza il frastuono della vita mondana. Se un giorno riuscirò a vedere il sole senza associarlo ad un soldato con la baionetta che ti scruta da lontano, allora brucerò ogni mio avere, mi vestirò di un umile saio e sarò la più povera tra i poveri servitori di Dio. Non cederò alla bellezza del corpo, arte effimera ed ingannevole, affiderò la mia anima alle mani del Padre amorevole e con lui finirò il mio viaggio su questa terra.

 

Poche ore dopo…

Nella stanza spoglia non vi è nessun paramento. Le pareti sono bianche e nessuna mano di colore è stata data loro dopo il restauro. Solo un piccolo crocifisso fa timidamente capolino sulla parete opposta all’ingresso. Sotto la sua flebile ombra una giovane donna di rara bellezza guarda dritto negli occhi l’uomo che ha da poco posto fine alla vita di sua madre. Nel suo sguardo non si legge paura né angoscia, solo sconforto nel vedere che un’altra anima ha preferito la strada della perversione e del dominio a quella della virtù. Un colpo le trapassa la spalla, la sua non sarà una morte veloce, ma lenta e sofferta. Mentre il sangue cremisi pian piano l’abbandona, lacrime copiose le rigano le guance. Con le ultime forze che le rimangono solleva una mano verso gli aguzzini e sussurra: “ Salvali mio buon Dio!”

Soraya Galfano

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