MAI – Recensione e intervista all’autore

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Non è

Soltanto musica

Così cantavano i Grandine nella loro canzone Sole Nero HC, manifesto (poi divenuto testamento) di uno dei gruppi più osannati della scena punk italica, e da qui si deve partire se si vuole capire MAI, storia di un gruppo punk hardcore veneto, raccontata dal punto di vista di Sebastiano, cantante, bassista e autore del libro. Suoi compagni di (dis)avventure sono due personaggi tanto pittoreschi fuori quanto punk nell’animo: Serj, batterista e il Francese, chitarrista. Questo trio ha attraversato il Nord Italia in lungo e in largo partendo dalla loro sala prove in una azienda agricola della provincia veneta per portare il loro messaggio di rabbia sotto forma di musica a chiunque volesse ascoltarlo, o a gente capitata di lì per caso. L’autore lo ripete più volte nel corso del libro, tutto quello che fa, l’urlare e suonare la musica da loro composta è la sua unica e preferita valvola di sfogo da tutta la rabbia e lo schifo accumulato tra un concerto e l’altro.

E noi lettori, attraverso gli spostamenti sulla Swift del gruppo, li possiamo vivere tutti. Ogni concerto, che sia in un centro sociale, in un ristorante cinese, in un fienile o in una autoconcessionaria occupata  abusivamente, è una esperienza unica e irripetibile per poter esprimere chi si è veramente e cosa si prova. Ovviamente non sono raccontati concerti di una boyband: si parla di situazioni al limite, di situazioni HARDCORE (o di provincia), a volte al limite della legalità.

Oltre alle eroiche gesta di questo sgangherato trio, l’autore ci tiene a sottolineare la relazione strettissima tra la vita e la sua musica che, alla fine, sono la stessa cosa. Tutte le restrizioni che si è costretti a subire in casa, sul lavoro, i problemi che da questo possono essere generati (quando lo si ha), finisce tutta in quella sala prove e poi sui palchi (quando presenti), nelle cantine , dove ci sia qualcuno pronto a ascoltarle, cantarle e viverle. Ognuno dei capitoli di questo libro di poco più di 150 pagine potrebbero essere delle canzoni dei MAI, capitoli brevi, estremamente diretti, senza particolari rifiniture o descrizioni particolareggiate. Capitoli-canzoni di vita vissuta, che parlano d’amore, dei problemi che affliggono l’uomo moderno, la società moderna, risse con i naziskin e ristoranti cinesi dalla dubbia igiene.

Personalmente amo ascoltare i racconti e i resoconti delle loro serate fatti dai musicisti, mi diverte e mi ha sempre affascinato, anche se come in questo caso si tratta di inseguimenti, risse sfiorate, atti osceni in luogo pubblico e colpi di mortaio (leggere il libro per non avere spoiler). Questo libro per me è stata una piccola grande sorpresa.

Sebastiano riesce a coinvolgere facilmente il lettore e a farlo diventare il quarto membro dei MAI, così sembra di essere lì con loro a percorre la A22 e a bere litri di Nichilismo (solo una volta letto potrete capire) verso il prossimo concerto.

Lo consiglio a tutti quelli che non hanno idea di cosa sia il punk hardcore e sono convinti che il punk si sia fermato a Londra nel ’77 con i Sex Pistols. Tra l’altro proprio quest’anno cade il quarantesimo anniversario dell’uscita di due dischi fondamentali per il genere: Never Mind the Bollocks dei già citati Pistols ma soprattutto The Clash, il primo album omonimo dei Clash.

Ascoltatevi quelli, poi leggete questo libro e capirete che Londra, a volte, può avere molte cose in comune con la provincia veneta.

Qui potete acquistare il libro e qui potete ascoltare il disco dei MAI e a questo indirizzo trovate il blog personale di Sebastiano

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Per approfondire il mondo attorno a questo gruppo e al suo autore, ho sottoposto Sebastiano ad alcune domande.

Prima domanda inevitabile. Affermi che queste esperienze vissute con il tuo gruppo possono sembrare assurde per quelli che magari non sono dell’ambiente o non hanno idea di cosa significhi essere a un concerto hc (o accaccì). Quindi ti chiedo: è vero che MAI è un’autobiografia, però quanto di vero e quanto di romanzato c’è nel libro?

Definisco l’opera una “biografia romanzata”: i personaggi esistono, quei concerti sono avvenuti, quelle emozioni sono vere, quei pensieri sono tuttora i miei. Gli aneddoti, però, sono talvolta inventati per poter caratterizzare meglio i personaggi e poterli inquadrare in un ruolo.

Qual è stato il tuo percorso musicale? In che modo ti sei avvicinato alla musica e poi al punk?

In quanto agli ascolti musicali sono arrivato per sbaglio al punk, sentendo una canzone dei Clash alla radio. Da lì è iniziato tutto, anche se riesco a localizzare la svolta più hardcore: ad un mio compleanno un mio amico mi regalò un album degli Skruigners, “Finalmente vi odio davvero”, e capii che quella doveva essere la mia musica. In quanto al suonare, ho imbracciato un basso elettrico in quarta superiore, così, per caso, per imparare a suonare qualcosa che non fosse la solita chitarra, la complicata tastiera o la rumorosa batteria.

Uno dei problemi risaputi della musica dal vivo, soprattutto per chi suona generi “non pop”, è trovare un luogo e un contesto dove suonare e spesso i centri sociali fanno da tampone per questa situazione. Pensi che in un genere come il punk hardcore sia importante avere un’ideologia definita e mandare un messaggio politicizzato per essere “accettati” o è una situazione che appartiene al passato e oggi le cose sono cambiate?

Parlando di ideologie o politica non intendo gli schieramenti destra-sinistra, compagno-camerata, Lenin-Mussolini. Sono però convinto che per coerenza chi affronta, suona e vive questo genere sia obbligato a “schierarsi”, nel senso di portare avanti degli ideali non per forza rientranti nelle caselle della politica istituzionale. Vivere il contesto dei centri sociali e di tutta quell’area socialmente “borderline” ti fa sentire carico di responsabilità: ci metti la faccia e quello che suoni lo fai tu, quindi ci devi credere.

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Nel libro citi spesso gruppi che vi hanno influenzato o con cui avete suonato insieme, Skruigners, Nerorgasmo, Karcaveija.. saresti in grado di fare una top 10 dei dischi che possono far capire a chiunque cosa sia il punk hardcore?

Non mi sento di elencare dieci album, sarebbe una scelta troppo escludente. Diciamo dieci gruppi, sicuro di escludere fior fiore di band e non riuscendo ad abbracciare ogni sottogenere: Black Flag, Misfits, Exploited, Napalm Death, Discharge, Ratos de Porao, Negazione, Nerorgasmo, Skruigners e Crass.

Perché questo libro? È stato un modo alternativo alla musica per avere una valvola di sfogo, un modo per far uscire quella rabbia che è il filo conduttore di tutto il libro? Volevi “incidere nella pietra” i tuoi ricordi? O lo hai fatto per darlo come compito per le vacanze ai tuoi allievi?

Nessun compito per le vacanze, semplicemente mi sono successe tante cose belle vivendo la mia musica e mi è sembrato quasi doveroso rendere partecipi anche persone che poco o niente hanno a che fare col genere di quanto l’hardcore sia vicino a chiunque abbia un cuore e un cervello che funzionino a pieno ritmo. Alla fine il tupatupa della batteria può essere visto come il battito accelerato di un cuore, la base della vita degna di essere vissuta.

Andrea Aiolfi

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