Nessuno vede ciò che vuole vedere, alcuni vedono anche quello che non vorrebbero

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Nessuno conosce anticipatamente il momento esatto della propria morte, a nessuno è concesso di sapere quanto tempo gli rimanga da vivere su questa terra, a nessuno tranne me.  Non so se esser impaurita da questa consapevolezza o esser grata della possibilità che mi è stata donata, io posso accomiatarmi con le persone che amo, chi a questo mondo può vantare un simile privilegio? 

Sento le urla della folla che si avvicina alla mia casa, sento lo scalpitio dei loro passi sulla ghiaia, sento i ramoscelli spezzarsi sotto al loro incedere pesante. Una marmaglia indomita e selvaggia reclama il mio sangue. Non li vedo ma so cosa leggerò a breve nei loro occhi. Hanno sete di vendetta, di morte e di giustizia, credono che ardendomi viva il loro Dio perdoni loro ogni genere di peccato. Poveri stolti. Li sento, camminano scomposti lungo le strade zuppe di fango e piscio di cavalli, hanno abbandonato il calore familiare delle loro case per venirmi a dare la caccia, una preda, ecco cosa sono questa notte per loro; ma forse, chissà, una preda io lo son sempre stata, vittima di un carnefice di cui non conosco nemmeno il volto. Sono giunti a pochi passi da me, sento distintamente le loro urla selvagge e i loro latrati furiosi, sembrano delle bestie al macello, eppure questa notte non saranno loro a morire… Sono là fuori per me, ironia della sorte vuole che io possa godere di un simile interesse da parte loro, solo nel giorno della mia morte. 

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Lentamente mi appunto il fermaglio tra i capelli e sorrido al riflesso nello specchio.

“Visia, non aver paura, morire non è mica la fine, è solo un cambio di prospettiva”, me lo ripeto ormai da giorni, da quanto una mattina mi svegliai sudata e affannata dall’ennesimo mio sogno premonitore. Questa volta però qualcosa era diverso, non avevo previsto la morte di un parente, un amico o un conoscente, no, la morte che avevo visto era la mia ed era chiaramente quella riservata alle streghe, arsa viva nella pubblica piazza davanti la chiesa. “Visia, non aver paura, tra poco sarà tutto finito”. Eccola, mia nonna, o meglio, il suo spirito, quel che rimane della dolcissima donna che mi cullò tra le braccia appena nata e mi trasmise il suo dono. 

Ricordo tutto perfettamente. Era una fredda sera di novembre, l’inverno alle porte e il vento gelido che entrava dalle vecchie imposte di casa, lei ormai allo stremo delle forze, riposava sul grande letto di paglia posto al centro della stanza. Ad un certo punto, raccogliendo le ultime forze rimastele, chiese a mia madre e a mia zia di uscire dalla stanza, disse loro di volermi salutare come si doveva. Non appena rimanemmo sole, lei mi fece avvicinare e mi disse di volermi fare un regalo, un dono prezioso che non avrei mai dovuto rivelare a nessuno, pose le sue mani sui miei occhi e poco dopo spirò. I giorni che seguirono furono molto duri per la mia famiglia, tutti erano piegati dallo sconforto e i loro visi erano segnati dalle lacrime, era il momento di esser tristi ma io non avevo tempo per quello, impegnata com’ero nel cercare di metter ordine tra le decine di voci e le centinaia di visi di defunti che si affollavano per cercare il mio aiuto per raggiungere l’altro mondo. Con il passare dei mesi arrivarono anche le visioni e i sogni premonitori, vedevo di tutto, dagli esiti del raccolto alle epidemie, dalle nascite alle morti, dal fiorire di nuovi amori alle prime scintille di odio. Esther, la lattaia del villaggio, un giorno mi ha vista parlare con Tobhias, il figlio del mugnaio e da lì si sono scatenate le sue folli gelosie, fin quando non mi ha pubblicamente accusata di stregoneria. 

Di cosa sono realmente colpevole? Non di ciò di cui mi accusano: l’ironia è questa. Mi prenderanno, mi esamineranno e senza dubbio mi puniranno, per dei peccati che non ho mai commesso, per dei doni scambiati per maledizioni, per le errate e frettolose interpretazioni delle scritture di un pretucolo di campagna. 

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Sento il loro vociare concitato mentre alcuni iniziano a prender a spallate la porta, nel tentativo, fin troppo semplice, di entrare in casa mia e di strapparmi una volta per tutte, dal mondo terreno. Mi urlano i peggiori improperi, dicono che sono una seguace di Satana e che ho stretto un patto con i peggiori tra i demoni per circuire gli uomini del paese e sottrarli ai loro letti. Se solo fosse così mi consegnerei spontaneamente alle loro mani, non li lascerei faticare nemmeno un attimo, nessun uomo e nessuna donna devono provare a dividere quel che il buon Dio ha voluto unire. I miei occhi non hanno mai provato desiderio per alcun uomo, figuriamoci per un uomo timorato di Dio e già fedele ad un’altra donna. Un uomo con il triplo della mia età, sudicio e sudato, sbatte giù la porta della mia piccola dimora e senza troppi complimenti viene verso di me e mi carica sulle sue spalle, come se fossi cosa morta, come se di me gli importasse meno di nulla. Ed io lo lascio fare. Conosco i disegni di Nostro Signore e non ho intenzione di sottrarmi ai suoi piani, altro non sono che la più umile delle sue serve. La plebaglia del paese mi scaglia contro del pane vecchio e della verdura marcia. Tentano di umiliarmi in ogni modo, di farmi capitolare ma io non cederò, non piangerò davanti a loro. So di non essere da sola, so che questo mio ultimo cammino verso la morte è sorretto da chi prima di me ha sorretto questo fardello. Vedo mia nonna, la mia bisnonna e tutte quelle che prima di me hanno avuto il Dono. Sono tutte qui a farmi forza, sono le Donne della mia famiglia, le antiche custodi del Segreto, non mi lasceranno mai da sola, nemmeno dopo, quando l’orribile cerimonia toccherà il suo culmine.

In lontananza inizio a scorgere la piazza davanti la Chiesa. La folla mi spinge verso di essa. Il pretucolo di campagna che si forgia del titolo di discepolo di Dio, mi si avvicina con sguardo schifato. “Visia, sei stata accusata di essere una serva del Demonio, una concubina del Diavolo e di tramare con il Maligno contro il villaggio e tutti i suoi abitanti. È arrivato il momento che tu confessi ed espii i tuoi peccati, concedici di salvare quello che rimane della tua anima ignobile!” Resto impassibile e con me i volti delle mie Donne. Se dicessi loro la verità, se raccontassi loro del mio Dono, del Segreto che da millenni la mia famiglia si porta dietro, taccerei la memoria di persone a me care, il mio destino ormai è segnato. La verità deve rimanere un segreto anche se ciò significa soffrire per un male non commesso. Il prete mi fissa severo e pieno d’astio. Mi domando se creda davvero nelle accuse che mi sta muovendo. “Per il potere conferitomi da Dio e dagli uomini suoi figli, io qui ti condanno alla pena del rogo!”. Un vociare concitato si eleva dalla folla, grida di giubilo accompagnano i miei ultimi passi verso quella che sarà la mia pira funebre. Degli uomini mi afferrano malamente per legarmi al palo dell’esecuzione. Le loro dita scure e pelose scorrono sulla mia pelle candida, dita piene di sporcizia incrostata sotto le unghie scheggiate e rosicchiate. Improvvisamente in mezzo alla folla, i miei occhi scorgono quelli di una bambina. La conosco, so chi è. Si chiama Ioana, “dono di Dio”, è la figlia del capo villaggio. Cerco il consenso delle mie Donne e non appena lo ricevo, regalo a Iona quello che un tempo fu donato a me, augurandole un futuro migliore del mio. Lei mi sorride timida, come se avesse di colpo compreso tutto. 

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Quando la prima scintilla da fuoco alla paglia posta ai miei piedi, io non ho alcun rimpianto.

Soraya Galfano

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