L’importanza di essere Joe Petrosino

Alcune storie non hanno tempo né spazio. Certi eventi, certi occhi, potresti averli visti ieri come dieci anni fa; non cambierebbe niente. Rimarrebbero indelebili e scolpiti, senza materia magari. Ma rimarrebbero nell’anima. Stratificati, nascosti, sottintesi, inconsci. Non sapresti descriverli. Ma rimarrebbero.

È il caso di Giuseppe “Joe” Petrosino. È un nome, questo, che ogni tanto si sente e che suona, ormai, quasi familiare alle nostre orecchie. Joe Petrosino. Ma chi era? È una storia molto, molto bella quella di Joe, romantica, che fa bene raccontare e scolpire, ricalcare nell’anima.

Nato a Padula, in provincia di Salerno, nel 1860, Joe si trasferisce da ragazzino a New York con la famiglia. È il 1873, sono gli anni in cui iniziano i grandi flussi migratori dall’Italia, dalla Spagna, dalla Gran Bretagna. Tutti diretti negli USA, a cercare fortuna. È un tempo lontano in cui gli italiani sono discriminati. Ci chiamano “Diogo”, una storpiatura del nome Diego, in America, o “Blacks”. Nel Nuovo Mondo ci vanno in tanti: alcuni per lavorare duro e onestamente; altri no. La famiglia Petrosino fa parte della prima categoria e va a vivere in un quartiere popolare, Little Italy. Insomma si tratta di italiani, sì, ma di certo non arrivati negli States per far baldoria.

È qui a New York che Joe diventa spazzino. Ed è qui a NY che alcuni suoi connazionali cominciano a creare una sorta di criminalità organizzata. È la Mano Nera, la prima forma, grezza e  semplice, assunta da Cosa Nostra Americana, con ramificazioni in Sicilia.

Ora, apriamo un breve intermezzo. Due caratteristiche sono, forse, da considerare ancestrali negli italiani. Da una parte c’è la furbizia: i primi delinquenti italiani negli Stati Uniti portarono un sacco di problemi alla polizia che aveva uomini soprattutto di origine britannica. I tipi di crimini perpetrati e le modalità sfuggivano spesso al controllo di questi poliziotti. Anzi, questi non riuscivano neanche a comprendere il linguaggio degli italiani. Erano troppo diversi. Dall’altra parte, però, oltre alla furbizia, negli italiani c’è un forte senso di dignità. È la dignità di un popolo abituato a tutto, potremmo dire. Bene, Joe Petrosino ha quella forte dignità. È una persona orgogliosa: delle sue origini, della sua famiglia, del suo duro lavoro. Questo è fondamentale per rimanere affascinati dalla sua storia e comprenderla. 

Ed ecco che – è un’azione ancestrale? – Joe va dalla polizia e si propone come poliziotto. Lui può capire il linguaggio e i gesti dei suoi connazionali, come si muovono, come agiscono, chi comanda, dice. È il suo senso di dignità a muoverlo. È un’idiosincrasia per quei ladruncoli. È quell’orgoglio genetico. Non vuole che gli italiani siano visti come truffatori e rapinatori.

La polizia non si fida tanto di un ometto tarchiato, olivastro e alto meno di un metro e sessanta. Ma è assunto.

Qui ha inizio la storia dell’eroe Joe Petrosino.

Dopo una rapida scalata nella polizia, infatti, è evidente a tutti che i metodi di Joe funzionano. Gli italiani capiscono gli italiani. Così vengono risolti vari casi, tra cui il famoso Delitto del Barile. Viene fatta luce sui primi Boss e sul pizzo; insomma Joe capisce tutto e subito, è un segugio. Capisce anche che il vero problema è la miseria. Si arriva al punto in cui si forma il primo Pool Antimafia della storia, l’Italian Branch: Joe si fa affiancare da altri 4 colleghi, tutti emigrati italiani. Sono loro a portare avanti le indagini riguardanti la “mafia” e a costringere tantissimi criminali a scappare a gambe levate nella Penisola.


È un successone. Joe Petrosino diventa un eroe nazionale, quasi una popstar. Lo conoscono tutti e tutti ne parlano. Un signore tarchiato, di Padula e un po’ buffo è il migliore poliziotto d’America. Fa sorridere vederlo in mezzo a poliziotti bianchissimi ed alti il doppio di lui, ma tant’è: la fama di Joe è inarrivabile. Il nostro eroe costringe tale Vito Cascio Ferro, uno dei primi pseudo-boss a New York, a scappare in Italia.

Ma Joe Petrosino ha un sospetto, cioè che dall’Italia arrivino aiuti sotto forma di armi e uomini alla mala americana. È proprio da quel momento gli è chiara una cosa: la criminalità italiana va combattuta in Italia. Se si evita che per l’America partano, pensa Petrosino, persone che hanno già commesso delitti, il più è fatto. Dall’Italia partirebbero solo – o quasi – persone oneste.

Così Joe Petrosino, l’eroe che dalla Campania era arrivato a sconfiggere la delinquenza in America, parte per Palermo. È il 1909, una vita fa. Convinto che in Italia, come negli States, un rappresentante delle forze dell’ordine non possa correre pericoli, il piano è quello di indagare in incognito sui boss presenti in Sicilia. Ma qualcosa va subito storto: la partenza di Joe non passa inosservata. Anzi, è un passaparola veloce, tra mafiosi americani ed italiani, quello che avviene. Prima che Joe partisse, ne erano già al corrente tutti.

Joe Petrosino, a pochi giorni dal suo arrivo a Palermo, muore. Muore alla fermata del tram, di notte. Tutti scappano quando sentono tre spari. Un marinaio anconetano sarà l’unico ad accorrere e a vedere tre uomini scappare. E un signore tarchiato a terra. Joe muore e muore sul colpo, alle 20.45 del 12 marzo in Piazza Marina a Palermo. Un poliziotto, anzi IL poliziotto italo americano a Palermo, in pieno centro, steso col viso rivolto verso l’asfalto.

Il console statunitense scrive subito un telegramma addirittura al presidente: “Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire.” Muore un martire, come un cane. Circa 250.000 persone, un numero mai raggiunto fino ad allora, partecipano al suo funerale, a New York.

Il primo sospettato è Vito Cascio Ferro, il boss che da New York era stato costretto a far ritorno a Palermo per non essere arrestato. Ma Cascio Ferro ha un alibi: la sera che Joe muore lui era con un deputato (caratteristica ancestrale n.3: essere amici di deputati). L’onorevole conferma. Le indagini si fermano e la polizia brancola nel buio, oserei dire per un po’ di tempo. Neanche il lauto compenso che il governo americano promette di dare a chiunque parli smuove qualcuno.

Il caso viene “risolto” nel 2014, più di un secolo dopo, quando in un’intercettazione telefonica ad opera della D.I.A. di Palermo, un picciotto ha detto che suo zio, per conto di un boss, Cascio Ferro, molti anni addietro ha ucciso Petrosino.

Oggi a Joe sono dedicati alcuni francobolli, che lo ritraggono. E non solo.

Andrea Conte

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