La colpa di essere innocenti

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Della RAI si dicono molte cose negative. Sui suoi palinsesti, non parliamone, è una critica continua.

Eppure, qualche idea bella ed interessante ogni tanto ce l’hanno anche tra viale Mazzini e saxa rubra. Una di queste è diventata un programma televisivo che ha confermato le aspettative, facendo un’ottima impressione.

Il programma in questione si intitola Sono innocente e ha esordito in prima serata su Rai 3 lo scorso sabato 7 gennaio. Condotto da un tanto giovane quanto talentuoso e promettente giornalista del Tg1, Alberto Matano, il programma si occupa (con la loro partecipazione diretta in qualità di narratori) di persone che hanno vissuto la pur sempre traumatica ed indelebile esperienza del carcere… Da innocenti! Con la consapevolezza, sin dal primo momento, di non avere commesso nulla di penalmente illecito. Nulla per cui queste persone meritassero di vivere, anche un solo giorno, la pesantissima esperienza della detenzione.

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Oggetto, tema che viene approfondito in questo programma ben fatto, è dunque quello degli errori giudiziari: in una parola, malagiustizia. Errori che si hanno tutte quelle volte che, per errori d’indagine, compiuti dal pubblico ministero oppure dalla polizia giudiziaria o dai carabinieri, a finire dietro le sbarre è chi viene menzionato nelle indagini ma non è stato lui a commettere il reato, e del reo è solo un conoscente, magari per soli motivi di lavoro. Oppure, è chi non è mai nemmeno stato nel luogo in cui il reato di cui viene accusato è stato commesso, e viene arrestato ed imprigionato per la semplice somiglianza fisica col colpevole. Per una svista negligente di chi indaga. Pensare che ciò, per quanto assurdo, possa davvero succedere e che a tanti cittadini innocenti sia effettivamente successo qui da noi in Italia, fa rabbrividire.

Il problema dell’arresto e della detenzione di innocenti non è certo una novità. Anzi: nella nostra storia Repubblicana, purtroppo, la questione della malagiustizia ha occupato diverse volte una posizione centrale, nel panorama delle notizie di cronaca giudiziaria e non solo. Molti, forse tutti sanno o ricordano il celebre caso del povero Enzo Tortora, arrestato ed imprigionato da magistrati convintissimi della sua colpevolezza, per poi essere definitivamente assolto dalle accuse (infamanti: associazione mafiosa di stampo camorristico e traffico di droga) a lui mosse, giusto pochi mesi prima di morire.

malagiustizia

Solo che, se non è nuovo, il fenomeno malagiustizia, raccontato a Sono innocente da chi lo ha vissuto in prima persona, a quanto pare, negli ultimi 25 anni, è divenuto sempre più ricorrente, raggiungendo numeri che, innanzitutto, fanno riflettere, ma che, ancor più, scuotono, fanno paura, se consideriamo il fatto che, ipoteticamente, ciò che è accaduto a Enzo Tortora o alla giovane Maria Andò (una delle prime due persone che hanno raccontato, nella prima di puntata di Sono innocente”la loro esperienza) potrebbe accadere, per una negligenza di chi indaga, ad ognuno di noi.

Un articolo pubblicato su Repubblica nel settembre 2015 riporta i seguenti dati: negli ultimi 50 anni, gli Italiani sottoposti ingiustamente, in quanto innocenti, alla custodia cautelare o alla detenzione a seguito di sentenza di condanna sono stati circa 4 milioni. Quattro milioni! Solo nel 2014 lo Stato ha accolto qualcosa come 995 domande di risarcimento presentate per detenzione ingiusta. I cittadini Italiani detenuti ingiustamente e che poi sono stati risarciti, nel periodo 1991-2012, sono stati quasi 25.000. Un danno enorme: biologico ed esistenziale per i diretti interessati, certo. Un trauma indelebile. Ma che non colpisce solo loro: riguarda tutti. L’intera collettività. Perché, oltre a essere biologico e psicologico, la malagiustizia è anche un pesante danno economico. Solo nel 2014, i risarcimenti che lo Stato ha dovuto versare ai cittadini detenuti ingiustamente ammontano ad un qualcosa come 35 milioni di euro (+41% rispetto al 2013). Nel ventennio 1991-2012, a 580 milioni. Ai quali vanno aggiunti i milioni e milioni (miliardi, in lire) dei decenni precedenti.

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Ci sono poi due aspetti del problema, della questione che scuotono e fanno quasi rabbrividire, ancor più di quello psicologico ed economico.

Il primo è dato dal fatto che gli errori giudiziari e di indagine degli inquirenti e delle forze dell’ordine, ultimamente, non accennano a diminuire. Anzi: continuano ad aumentare!

Il secondo poi inquieta ancora di più: se nel caso di Maria Andò la verità dei fatti è emersa dopo “soli” nove giorni di sua ingiusta detenzione, nella grande maggioranza dei casi (come quello di Diego Olivieri, imprenditore Veneto accusato di riciclaggio e traffico internazionale di stupefacenti, altro testimone intervistato da Matano a Sono innocente) la verità emerge dopo molto, molto tempo: alcuni mesi, un anno, o addirittura, in alcuni casi, dopo venti, trent’anni. Che non ti restituisce più nessuno. Che intanto che tu continuavi a dire, ad urlare da dietro le sbarre “sono innocente!” son volati via, o, per meglio dire, si son bruciati. Anni di dolore, sofferenza, di sospensione dalla vita, di mera sopravvivenza che non potranno mai essere integralmente compensati da un indennizzo versato dallo Stato a seguito della cessazione dell’ingiusta carcerazione. Fosse anche tutto il denaro del mondo, non potrebbe mai bastare!

Con questo articolo, non si vuole fare “un processo al processo”, sindacare per filo e per segno il lavoro di pubblici ministeri, carabinieri e polizia. Non si vuole affermare o proporre un’altra verità (giudiziaria, s’intende). Non è questo lo scopo. E’ però inevitabile, e giusto, anche alla luce dei dati riportati da Repubblica, e che chiunque può trovare anche presso i portali di Eurispes, dell’unione delle camere penali Italiane, o dell’osservatorio per gli errori giudiziari (che ha anche un suo sito: www.errorigiudiziari.com) farsi alcune domande: perché un innocente deve, quasi sempre, attendere sin troppo tempo, mesi se non anni, per essere riconosciuto tale da un giudice e per vedersi restituita la sua libertà e la sua vita? Perché, nonostante le indagini che poi portano all’arresto di innocenti siano caratterizzate da ombre, dubbi e lacune, si preferisce ostinarsi sulla pista investigativa che si è riusciti ad individuare? Cosa dobbiamo pensare? Che l’obiettivo sia non quello di trovare la verità, ma di trovare a tutti i costi un colpevole, da esporre poi alla pubblica opinione manco fosse un trofeo, e non un uomo? Perché la regola che impone di condannare un uomo solo quando la sua colpevolezza sia stata provata oltre ogni ragionevole dubbio (e non solo con una certa probabilità!) viene violata così spesso, con tutto quello che ne consegue? Perché la libertà personale, che la nostra Costituzione definisce all’art. 13 “inviolabile” viene invece negata sulla base di atti che non possono definirsi davvero “motivati” dell’autorità giudiziaria, come invece impone sempre la Costituzione, all’art. 13?

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I magistrati, i carabinieri, i poliziotti sono uomini, persone, e come tutti, sbagliano.  Qualche errore giudiziario c’è stato, c’è e ci sarà sempre, purtroppo. Ma davanti a questi numeri, che continuano a crescere, l’auspicio non può che essere quello che si abbia, al più presto, una inversione di tendenza. Che finalmente, quel principio fondamentale del diritto per cui “è molto meglio lasciar libero un colpevole, che condannare un innocente” trovi finalmente il rispetto che merita e l’applicazione che necessita.

Intanto, alla RAI, ad Alberto Matano e a tutta la redazione di Sono innocente, il più sentito ringraziamento per aver riacceso i riflettori su un problema così grave e su una questione ancora apertissima.

Nicola Campione

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