Londra post Brexit: la fine di un’Era?

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Un importante risvolto della Brexit potrebbe essere quello derivante dalla scelta dei primari gruppi finanziari di abbandonare la City come headquarter, trasferendo nei prossimi mesi del 2017 risorse verso i restanti stati membri dell’Unione Europea e dunque traslando il loro business al di fuori del Regno Unito.

Recentemente il primo ministro britannico Theresa May ha annunciato di voler dare seguito al processo di uscita dall’euro, applicando di fatto il fatidico articolo 50 già dal prossimo mese di marzo. Si è così dimostrata poco avvezza a considerare le richieste del mondo finanziario londinese che, fin dai primi giorni post voto, ha dovuto scontrarsi con la mancanza di preparazione della pubblica amministrazione e con l’ostilità di almeno due ministri deputati alla gestione della Brexit. Il ministro dell’economia Philip Hammond, inizialmente disponibile al dialogo, ha ben presto dovuto sottostare alle direttive del governo e non è riuscito a far valere il proprio punto di vista: nelle ultime settimane i rapporti si sono deteriorati a tal punto che gli esponenti dei principali istituti di credito hanno smesso di fornire il loro contributo al governo May, schierato sempre più in ottica populista e anti elitaria.

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Questa presa di posizione ha provocato una dura reazione dei mercati che, sostanzialmente, hanno reagito svalutando fortemente la sterlina, negli ultimi mesi già decisamente deprezzata sul mercato valutario: da sempre vista come una valuta ciclica e con la capacità di reagire in modo elastico a eventi e dati modificando il proprio valore in un range di +/- 10%, negli ultimi tempi si è dimostrata molto più sensibile rispetto agli eventi esterni.

Dai loro uffici dei palazzi della City, i manager sostengono che l’uscita di Londra dall’Unione Europea sia totalmente a discapito dei Paesi che rimangono e a completo vantaggio del Regno Unito e del suo business, ma potrebbero anche essere affermazioni scaramantiche o comunque inficiate da un sottile senso di paura e incertezza su ciò che realmente potrebbe accadere. Testimone di questo clima è l’esortazione della City of London Corporation a stipulare “as soon as possible” accordi di transizione precisi e specifici, nel tentativo di dissipare le preoccupazioni delle imprese che hanno temporaneamente sospeso gli investimenti in attesa di maggior chiarezza circa il futuro britannico. La principale preoccupazione è dovuta dall’incertezza circa il  mantenimento dei passporting rights, ovvero la possibilità per le società di servizi finanziari di gestire le loro attività nei vari paesi europei senza dover disbrigare molteplici formalità burocratiche ma soprattutto senza la necessità di richiedere preventiva autorizzazione a operare al singolo stato membro dell’Unione Europea.

Senza questa serie di norme, l’attività nel Regno Unito sarebbe molto più complicata per le imprese internazionali che decidono di aprire una sede britannica e iniziare ad operare sul territorio della Regina.

A questo complesso scenario si aggiunge quello politico; il mantenimento di un mercato integrato europeo è una condizione dalla quale non si può prescindere e se la trattativa venisse lasciata a Regno Unito ed UE, probabilmente, la soluzione sarebbe molto rapida e probabilmente indolore. Tuttavia, sembrerebbe che saranno proprio i politici a decidere il futuro della vicenda; il governo May, da questo punto di vista, si è voluto mostrare diametralmente opposto al governo Cameron. Sono lontani i tempi di quando i banchieri vedevano nel primo ministro e nel ministro dell’economia George Osborne due affidabili interlocutori con i quali condividere decisioni e scelte strategiche.

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Secondo Andrew Gray, a capo delle operazioni sulla Brexit alla PwC (PricewaterhouseCoopers – società di consulenza) a fine febbraio, quando le banche pubblicheranno i loro risultati preliminari, potrebbero esserci i primi annunci sulle decisioni dei grandi istituti finanziari.

JP Morgan, dopo il voto del 23 giugno, ha annunciato la possibilità di spostare dai suoi uffici di Canary Wharf, Glasgow e Bournemouth ben 4.000 dei suoi 19.000 lavoratori.

HSBC, la più grande banca presente in Gran Bretagna, potrebbe decidere di trasferire circa 1.000 unità lavorative nei propri uffici di Parigi.

Stime abbastanza realistiche, firmate Corporation of London, mostrano come i servizi finanziari offrano più di 2,2 milioni di posti di lavoro nel Regno Unito, non solo nella City.
Le proiezioni per i prossimi anni indicano la possibilità che vi sia una diminuzione di circa 100.000 posti di lavoro nel settore finanziario entro il 2020.
Questo processo dovrebbe tuttavia allungarsi di ulteriori due o tre anni in quanto le grandi banche potrebbero avere difficoltà a spostare rapidamente i propri assets e a trasferire i team di lavoro.

“Londra rimane sempre una buona piazza ove fare affari e se le imprese sono venute qui è per uno specifico motivo”

sostiene Gary Campkin, direttore Policy e Strategy a CityUK e aggiunge come sia tuttavia

“necessario assicurare che le decisioni che vengono prese non siano dettate dalla fretta ma nemmeno si dilunghino troppo, al fine di mantenere una stabilità che al momento è fondamentale”.

Parte basilare del processo della Brexit saranno dunque gli accordi di transizione che si articoleranno prettamente in due fasi: la prima sarà quella che inizierà con l’attivazione vera e propria dell’articolo 50 e che terminerà nel momento in cui il Regno Unito lascerò in modo definitivo l’UE. La seconda fase, invece, riguarderà il lasso di tempo aggiuntivo che verrà concesso alle imprese affinché possano beneficiare del tempo necessario ad adattarsi al nuovo regime

La prospettive non sono quindi rosee ma nemmeno catastrofiche; la finanza non lascerà in massa Londra ma sicuramente i colossi americani potrebbero tagliare alcune sedi e trasferirle a New York, mentre i gruppi europei potrebbero potenziare i loro uffici europei a scapito di quelli londinesi. 

La nomea di Londra come primario centro finanziario mondiale è però a serio rischio.

Luca Brambilla

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