Di Poletti, di cervelli e di “pistola”

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Il 18 dicembre scorso il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha espresso un suo parere sulla cosiddetta “fuga dei cervelli”. Egli sostiene infatti che, tra i ragazzi che in questi anni hanno deciso di lasciare l’Italia con un biglietto di sola andata, vi sono alcuni che è molto meglio non avere fra i piedi, anche perché “quelli che rimangono non sono mica tutti dei pistola”. L’affermazione ha tempestivamente fatto il giro del web e in poche ore si è levato un polverone mediatico che ha investito, e non per la prima volta, di polemiche il ministro.

Le domande che mi sono posto assistendo al dibattito sono le seguenti: le accuse mosse a Poletti sono giuste? O ci troviamo di fronte al più classico degli sciacallaggi mediatici? Sarà bene procedere con ordine.

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Per prima cosa diamo quindi uno sguardo ai dati a nostra disposizione. Secondo l’AIRE (Anagrafe italiani residenti all’estero) attualmente vi sono 5.202.821 italiani residenti all’estero, distribuiti in massima parte e in modo più o meno equo tra Europa (Germania, Inghilterra, Svizzera) e America del Sud (Argentina e Brasile). Dieci anni fa, nel 2006, il numero totale di italiani espatriati ammontava invece a 3.106.251, ben 2 milioni in meno. Numeri davvero impressionanti se non fosse che, secondo il sito cambiailmondo.org, questi dati andrebbero incrociati con quelli a disposizione dei diversi Paesi di destinazione e facendolo si scopre che per il solo anno 2014 gli espatriati sarebbero in realtà 400mila, 4 volte di più i dati fornitici dall’ISTAT, e per il 2015 300mila, 3 volte in più i dati nazionali. La cosa davvero impressionante è che al 1 gennaio 2016 il tasso di mortalità del nostro paese ha raggiunto i livelli del secondo dopoguerra e quello di natalità non era mai stato così basso dal 1861. Questo significa che chi decide di partire non lo fa a causa di un surplus demografico, motivo di emigrazione per esempio nei primi anni del ‘900. In più i dati ci dicono che il 60% degli emigrati italiani tra il 2005 e il 2015 sono almeno diplomati o laureati e non vi è dunque un espatrio di manodopera non scolarizzata come accadeva nei decenni precedenti. La migrazione di risorse umane dell’ultimo decennio è simile a quelle precedenti per numero (nel periodo 1945-1970 ci furono 7 milioni di espatri), ma decisamente diversa per composizione sociale e motivazione di partenza.

Già, a proposito, perché si parte?

I cervelli

Emergency Exit: Young italians abroad (Brunella Filì, Officinema Doc 2014) è un film documentario di una giovane casa di produzione romana che racconta le storie di una decina di italiani che risiedono attualmente all’estero, dalla Spagna agli Stati Uniti. Alcuni di loro hanno una famiglia e un lavoro stabile, altri studiano, altri ancora cercano fortuna. Tutti però hanno una cosa in comune: la disillusione nei confronti dell’Italia e la consapevolezza che per avere una vita “normale”, soprattutto se si è giovani, bisogna partire. Certo, l’amarezza è tanta e la nostalgia costante, ma analizzando i pro e i contro nessuno di loro tornerebbe oggi a casa propria. Tra i pro del Belpaese, si sa, il cibo il sole il mare la famiglia la gente, tra i contro la mancanza di lavoro giustamente retribuito, l’assenza di opportunità e meritocrazia, il clima di incertezza economica e politica.

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I “pistola”

Italy in a day (Gabriele Salvatores, Indiana Production Company e Rai Cinema 2014) è stato rilasciato nello stesso anno e parte da un’idea semplicissima. Attraverso una complessa campagna di promozione è stato chiesto a tutti gli italiani di girare un video in qualsiasi formato con un unico vincolo: il giorno da raccontare doveva essere il 26 ottobre 2013. Vennero spedite più di 2.200 ore di filmati (44mila video) che sono stati poi montati con l’ausilio di musiche originali. Il risultato è un grande autoritratto dell’Italia da Nord a Sud, dai giovani ai meno giovani, dagli operai ai pescatori, dai carcerati agli imprenditori. Secondo la stessa ammissione di Salvatores la cosa più interessante e un po’ stucchevole è che la maggior parte di quelli che hanno deciso di girare e spedire il video hanno voluto esprimere sentimenti positivi e non di sfiducia o pessimismo, come egli si sarebbe al contrario aspettato (e avrebbe anche voluto). Vediamo dunque tantissimi baci, nascite, bimbi in fasce, balli, carezze, pranzi in famiglia, serate tra amici, proposte di matrimonio e tanto amore domestico. In una parola, speranza.  

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Trailer

Tornando dunque al punto di partenza, Poletti ha ragione o no? E’ sbagliato pensare che tutti quelli che partono sono dei geni e che chi rimane è un buono a nulla? La questione è, ovviamente, mal posta. Quello che ho cercato di dimostrare con i due esempi è che il tema è in realtà molto più complesso e andrebbe affrontato, specie da chi si occupa di politiche lavorative, in modo ben più serio. Qui non si tratta di definire chi è più o meno stupido ma di individuare chi ci crede ancora fermamente nel proprio Paese e chi invece ha ormai lasciato la spugna. E il dato allarmante è che il numero degli sfiduciati, specie tra i laureati, è in vertiginoso aumento. Un Governo interessato al futuro dell’Italia dovrebbe interrogarsi seriamente su questi dati e correre ai ripari per evitare che un numero sempre maggiore di italiani smettano di credere, è qui che si gioca la partita. Non ha alcun senso fare delle sparate estemporanee (Ministro, le parole hanno il loro peso, per carità) eludendo perennemente il fulcro del problema.

E, già che ci siamo, forse che il fatto che l’Italia sia il penultimo Paese OCSE per spesa pubblica scolastica e che dal 2006 ad oggi la percentuale del PIL investita nell’istruzione è pesantemente stata sotto la media europea, c’entra qualcosa? Ah, la crisi!

 Matteo Mascarin

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