Allied – Un’ombra nascosta

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Chiunque sia un appassionato di cinema, non può non ricordare pellicole come All’inseguimento della pietra verde, la trilogia di Ritorno al Futuro e il piccolo cult degli anni ’90 La morte ti fa bella. Il padre di queste enfatiche parate, spinte talvolta verso il grottesco più acceso, è Robert Zemeckis, nome autorevole e talento americano ampiamente istituzionalizzato.

Superata la soglia dei sessant’anni, questo variopinto condottiero osserva il mondo dal balcone del suo resort alle Seychelles, sorseggia con la soddisfazione il suo carrot cream pomeridiano e con l’ingenua fierezza tipica degli americani sfida un orizzonte fatto di palme e coco de mer. Mi diverto a pensare che sia in condizioni simili che Allied abbia preso forma: in un momento in cui la nostalgia per un certo cinema ormai perduto e conosciuto solo attraverso locandine e memorabilia, abbia generato il desiderio di rinascita. Non è forse questo il sogno proibito di ogni regista americano nato negli anni ’50? Puntuali, parlando di ispirazioni e influenze, tutti i grandi nomi del blockbuster vi citeranno opere quali Casablanca di Michael Curtiz, Il grande sonno di Howard Hawks e via dicendo, ripercorrendo con occhi lucidi quelle che furono le glorie di quel sacro bianco e nero che rendeva tutto più magico ed irripetibile.

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Ingrid Bergman e Humprey Bogart, Casablanca (1942)

Ahimè, il pubblico di oggi non è quello degli anni ’40, i meccanismi di pubblicizzazione risentono di un crescente cinismo e le trame più elaborate sono quelle che risultano essere le più vincenti. Ci crediamo meno ingenui, più dotti e certamente più autorevoli nell’esprimere le nostre critiche in campo d’intrattenimento. Benché si rilevi questo callo, molti autori sopracitati non desistono e propongono il loro personale Via col vento, una masturbazione consapevole e compiaciuta che, nella maggior parte dei casi, non lascerà tracce rilevanti nella storia dello spettacolo. Zemeckis è scalpitante, contatta con urgenza Steve Knight, Graham King e Steve Starkey perché collaborino per la stesura di una sceneggiatura, qualcosa con cui dare il via al suo ambizioso progetto. Il trio passa le seguenti tre notti su Skype per dividere opinioni, parlare di politica e di come sarebbe interessante inserire nella trama un chiaro riferimento alla situazione americana di oggi. Poi d’un tratto, quasi contemporaneamente, i loro cervelli si focalizzano sulla definizione di una love story di ambientazione bellica che, per ovvie pressioni, si intreccia con vicende spionistiche. Bingo.

Zemeckis è soddisfatto, riesce a prendere a bordo Brad Pitt che trasformerà in un novello Bogart e la talentuosa e bellissima Marion Cotillard che camufferà per l’occasione da Rita Hayworth. In risposta alle numerose preghiere dei pubblicisti tra le due star sembra nascere addirittura del tenero. L’aereo è decisamente pronto per decollare. Ecco dunque arrivare il comandante di aviazione Max Vatan (Pitt) a Casablanca per conoscere Marianne Beausejour (Cotillard) e fingersi il suo amato marito. Insieme i due dovranno operare ai danni dell’ambasciata tedesca e assassinare un’alta carica nazista. L’operazione sarà un successo e fra i due divamperà una forte passione.

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Marion Cotillard

Zemeckis gioca d’astuzia e prepara un terreno formalmente infallibile con cui ovviare alle debolezze della trama attorniandosi di figure di alto mestiere quali Joanna Johnston per i costumi e Gary Freeman per le scene. Il supporto visivo in effetti risolleva l’atmosfera generale e più di qualche abito riesce a guadagnarsi una menzione d’onore. Gli ambienti sono ricostruiti con filologia impeccabile e rivelano parecchi stuzzicanti dettagli. Nel contempo, i due protagonisti riescono a tornare a Londra, sposarsi e avere figli. Ma la disgrazia è dietro l’angolo poiché a Max viene riferito che i suoi superiori nutrono radicati sospetti verso sua moglie, ritenuta una spia al servizio della Germania. Inizia dunque una folle corsa alla ricerca della verità che ridefinirà per sempre i legami tra i due amanti.

Fine dei giochi, i riflettori si spengono e il pubblico esce dalla sala appesantito da aspettative non soddisfatte. Zemeckis osserva ora il suo lavoro con fare interrogativo, come se questo succulento banchetto non lo avesse soddisfatto a dovere, come se l’entusiasmo da cui era partito si fosse lentamente affievolito sino a essere un pallido ricordo di un focoso slancio creativo. L’istinto è più coscienzioso del box office, ed è qui che mentre scorrono i titoli di coda sovrastati dalla fanfara di Alan Silvestri viene alla mente un sornione Clark Gable che esclama deciso “Francamente me ne infischio.”.

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Robert Zemeckis e sua moglie Leslie Harter

Fabrizio Fiorenzo Botto

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