Aliosha – Piccolo raggio di sole

Il dottor Botkin è appena uscito dalla mia stanza, dice che le mie condizioni sono stazionarie e che mamma non ha nulla da temere. Tuttavia so che non è così, lo leggo nei suoi occhi cerulei e lo sento dalle varie fitte che attraversano di continuo il mio corpo.

Credo che dopo l’incidente di Spala, quello dell’altro giorno, sia uno tra i più assurdi e più dolorosi in cui io sia mai incappato. Ero seduto con Anastasia a leggere le avventure del principe Azair quando a un tratto lei ha iniziato a tossire e io mi sono alzato per andare a prenderle un bicchiere d’acqua. La cristalleria era messa nel piano più alto della credenza e io ho fatto un piccolo salto per poterci arrivare. Purtroppo, però, ho poggiato male i piedi e l’inguine destro ne ha subito le conseguenze. Lo stesso pomeriggio avevo la pelle striata di viola e gonfia, la sera la febbre ha fatto la sua comparsa e questa è la prima mattina dopo una settimana in cui riesco a stare seduto nel letto senza sentire il bisogno di urlare.

A un certo punto vedo la maniglia della porta girare e la porta scostarsi dalla sua normale posizione. Uno stivale di pelle nera fa capolino accompagnato da un terribile fetore. Si tratta di Anatoliy, un ragazzo poco più grande di me, uno degli scagnozzi di casa Ipatiev; l’ho odiato dalla prima volta che l’ho visto e sono certo che per lui non sia diverso. Lo vedo avvicinarsi alla sponda del mio letto e guardarmi con aria di superiorità. So che si sta compiacendo del fatto che io sia costretto a letto mentre lui è tanto forte e prestante da portare sul petto lo stemma del nuovo partito.

“Come sta il principino fragile?”

Vedo nei suoi occhi la compiacenza per la cattiveria appena sputata, vorrei saltargli addosso, fare a pugni e dimostrargli che non sono la femminuccia che pensa che io sia ma non posso.

“Sto molto meglio, grazie per esserti interessato Anatoliy!”

Rispondo pacato. Mamma dice che se all’odio si risponde con la gentilezza si vive meglio. Non so da cosa mamma lo abbia dedotto, però lei è una donna molto saggia quindi conviene darle retta.

Anatoliy inizia a girare per la camera come se fosse sua, mette le mani tra i miei indumenti, ne tasta la qualità e ne ispira i profumi. A un certo punto la sua attenzione viene catturata dal mio fucile giocattolo che sta posato su una piccola poltrona sotto la finestra. Si avvicina e lo prende tra le mani, saggia la consistenza del legno, valuta la minuzia dei dettagli e lo soppesa. Capisco dal suo sguardo che è interessato a ciò che gli sta tra le mani.

“E’ tuo?”

mi chiede all’improvviso.

“Sì, me lo ha regalato papà …”

rispondo in un sussurro.

Senza dire una parola se lo porta via. Di colpo mi alzo, sento il sangue ribollire nelle vene ma la testa si fa pesante e la vista cala. Non riesco a chiamare aiuto e cado riverso a terra.

Sento un cuore vicino al mio orecchio, un tamburellare conosciuto e due delicate braccia che mi cingono. Tento di aprire gli occhi ma non ce la faccio, una mano dolce mi accarezza le tempie e una voce calda cerca di tranquillizzarmi. Pian piano riacquisto le forze e mi affaccio timidamente al mondo esterno. Devo avere un viso davvero scosso a giudicare dall’espressione stordita di mia madre. I suoi occhi si bagnano di calde lacrime e io con uno sforzo disumano allungo un dito a frenare la loro folle corsa sulle sue belle guance.

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Certe volte penso a come sarebbe la loro vita se io non fossi mai nato. Mamma sarebbe felice con le mie sorelle, avrebbe più tempo per se stessa e per papà, lui potrebbe dedicarsi alle questioni della Russia e le mie sorelle si vedrebbero con gli uomini che le corteggiano invece che occuparsi notte e giorno di me. Certe volte penso che io sia un errore, un disastro nato per puro caso in una famiglia perfetta. Mi chiedo come mai Dio non abbia posto fine alla mia vita nel grembo materno, sarebbe stato tutto molto più semplice sia per la mia famiglia che per me.
Io, già io, che diritto ho io di parlare quando la mia malattia è la condanna di un intero popolo? Non sono stato nemmeno in grado di proteggere un mio giocattolo, figuriamoci se mai sarei stato in grado di provvedere ai bisogni di un impero con milioni di sudditi. Spesso mi capita di guardare gli altri ragazzi e allora un senso di malinconia mi pervade il petto.

Loro corrono liberi nei prati, io sono bloccato su di un letto.

Loro danno il primo bacio, le mie labbra si corrugano dal dolore.

Loro affondano i loro visi nei seni di una donna voluttuosa, io soffoco le mie lacrime sul cuscino.

Loro sognano una vita perfetta, io invoco a pieni polmoni la morte.

Nessuno può sapere cosa significhi nascere diverso, nessuno percepisce come il malato gli sguardi della gente. C’è chi ti disprezza, che ti prova pena e chi ti compiange. Nessuno ti ama per quel che sei, la tua malattia prende il posto del tuo viso, delle tue mani e perfino dei tuoi pensieri. Spesso la sera mi trascino fino alla finestra e parlo con il nulla. Che amico può avere una larva dalla parvenza umana? Se chiudo gli occhi riesco ad immaginare la mia morte, è lenta ma poco sofferta, è un addio dolce e senza lacrime. Mi piacerebbe essere seppellito in un prato, magari vicino ad un lago così da poter vedere il ciclo delle stagioni e sentire la vita scorrere nel terreno.

Immerso nei miei pensieri volto lo sguardo verso mio padre. Che uomo diverso da me, è strano che non si vergogni di me, io al posto suo lo farei.
Lui è forte e bello, io non sono nulla, ho quasi quattordici anni e non sembro affatto un uomo, non ho nemmeno l’ombra della barba che troneggia sul suo viso scavato dagli anni e da mille notti insonni al mio capezzale. D’improvviso lui si alza e mi prende dalle braccia del dottor Botkin, so che mi vuole portare a letto, so che mi vuole parlare e sono pronto a sentire tutto ciò che vuol dirmi.

Mi adagia piano sul letto, ha la stessa delicatezza che immagino abbia avuto la prima notte con mia madre: oggi ha paura che io mi faccia male; allora aveva solo paura che quella donna tanto bella e delicata che aveva tra le braccia lo abbandonasse. È strano come io, l’unico uomo di casa oltre a lui, abbia bisogno di così tante cure.

“Ho saputo quel che è successo ed ho provveduto io stesso a porre un freno a Anatoliy… o almeno ci ho provato”

“Mi dispiace padre

rispondo guardandolo dritto negli occhi

mi dispiace avervi deluso e di essere crollato al primo ostacolo”

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“ Tu non mi hai affatto deluso Aleksej, tu non mi deluderai mai, tu sei…”

“ L’anello debole della catena, la causa della vostra disfatta padre mio”

lo dico tutto d’un fiato, per una volta in vita mia ho voluto essere sincero, almeno con me stesso.

Sono stanco di sentire che sono speciale, non lo sono affatto, sono solo malato e in attesa della fine.

I muscoli di mio padre fremono sotto la sua pelle e di colpo mi ritrovo sdraiato con il suo viso sul mio petto. Non capisco cosa stia succedendo, non mi aveva mai abbracciato in questo modo. A un tratto mi rendo conto che sta piangendo, mi supplica di perdonarlo, lui chiede scusa a me per non avermi difeso, lui che mi ha dato la vita e che mi ha sempre protetto adesso mi chiede perdono per qualcosa che è solo colpa mia. Sposto la mano sul suo capo e gli accarezzo i capelli cercando di calmarlo.

Sono stato un egoista a pensare in tutti questi anni di voler morire, sono stato uno sciocco a pensare che loro potessero vivere senza di me. Ormai sono qui e devo lottare per vivere al meglio delle mie forze, lo farò per papà, lo farò per mamma e per tutti quelli che mi amano. Adesso non mi importa più di quante notti soffrirò, voglio solo vivere e vedere felici i miei cari. Non appena saremo lontani da questa prigione dorata andrò per i campi con la mamma, spingerò la sua sedia e presenzierò al matrimonio delle mie sorelle, cullerò i loro figli e racconterò loro della famiglia eccezionale in cui hanno avuto la fortuna di nascere.

“Papà

– lo chiamo così per la prima volta dopo tanti anni, per la prima volta da quando porto i pantaloni-

stai con me questa notte? Ho bisogno di te”

Eccolo, il mio primo passo verso la mia nuova vita, ammettere di aver bisogno degli altri come un re del suo popolo.

“Rimarrò qui con te questa notte e tutte quelle che vorrai..”

sposta le coperte e mi abbraccia meglio.

“Grazie…”

“ Ti voglio bene Aliosha!”

Mi addormento così, con il capo nell’incavo del collo di mio padre sognando il futuro rimanendo però abbracciato al mio passato e alle mie debolezze che forse sono proprio la mia forza.

Poche ore dopo…

Un colpo di baionetta trapassa il cranio di papà, vedo il suo cervello spargersi per la stanza e non riesco a trattenere un urlo di disgusto e puro terrore. La canna della pistola viene puntata verso di me … Supplico mentalmente i miei aguzzini di risparmiare almeno le mie sorelle: spero che loro possano crearsi un futuro, quello che hanno sempre sognato magari. Prego Dio che possano dimenticare quest’orrore. Un rumore sordo accompagna la pallottola che attraversa il mio corpo. Cado per terra esangue, ho tanta paura, non sono pronto per morire, mamma ci sarai tu ad attendermi dall’altra parte? Ti prego dimmi che tu ci sarai, quando il tempo mio sarà finito. Stringo la mano di papà e non sento più nulla.

Soraya Galfano

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