La La Land

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Imbarazzante. Parlare di un musical tanto acclamato e con un seguito di recensioni così numerose suscita più di qualche impaccio, soprattutto se la materia in questione è assai macilenta. Calma, ne verremo fuori.

Damien Chazelle, regista ora fortemente chiacchierato, è un onnivoro animale cinematografico che ha spaziato molto nella sua produzione, specialmente per ciò che concerne la stesura di soggetti. A questo proposito, nel 2013, Chazelle si è mostrato uno scrittore molto arguto sceneggiando il gustoso Il riscatto di Eugenio Mira, un thriller ad alta tensione costruito su una esigua quantità di elementi.

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Damien Chazelle, regista di La La Land

Il vento cambia e arriviamo alla spensierata parentesi del 2016, anno in cui ogni cinefilo si trova a parlare di un musical eclatante, innovativo e sopratutto un elogio ai sognatori di ogni generazione. Ma ecco che tutti noi iniziamo molto presto a comprendere che La la land è una nuova merendina confezionata, uno zuccherino che viene venduto in tutti i cinema orgoglioso di avere ottimi ingredienti, in questo caso citazioni, e che promette di regalare un sorriso a tutti gli spettatori che reputa evidentemente tristi e disillusi. I bimbi in città si scambiano ipotesi su come prendere sul serio un’operazione tanto noiosa e prevedibile ma gli adulti, frustrati al pensiero di lavori che non li rappresentano, annoiati da insipide relazioni e sopratutto orfani di spensieratezza, acclamano ed esultano poiché qualcuno gli impartirà l’ennesimo cucchiaino di melassa. Ma La la land è, nonostante tutto, più di questo. Chazelle è uno scrittore ed è presumile che abbia un’ottima formazione in storia del cinema, una conoscenza tale da indurlo a farcire la sceneggiatura di piccoli riferimenti, esaltanti citazioni, elementi che possano conferire una rispettabilità autoriale al nuovo giocattolone.

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Emma Stone (Mia Dolan)

Veniamo ai fatti: dopo tante audizioni fallite, Mia, aspirante attrice, su suggerimento di Sebastian, virtuoso pianista patito di jazz, decide di scrivere un monologo che interpreterà a teatro. Sebastian riceve invece l’offerta di Keith, musicista neo soul, di diventare il tastierista della sua band. Questo ingaggio, pur non entusiasmando il pianista, gli permette di avere una certa sicurezza economica, beneficio che a lungo raggio lo porterà però ad allontanarsi progressivamente da Mia, unico vero amore della sua vita. L’intraprendente attrice, che ricambia i sentimenti di Sebastian, viene stroncata dalla critica e proprio quando sta per perdere ogni speranza di successo viene scritturata per una importante produzione. I due si separano ma non si dimenticheranno mai. Il collante della vicenda sono i numerosi numeri di canto e ballo che ripercorrono, con gusto e autocompiacimento, molto del cinema degli anni trenta, quaranta e cinquanta. Ogni citazione si mantiene tuttavia infedele al servizio narrativo e finisce per essere un mero esercizio stilistico con interesse solo per l’espressione tecnica. Qualche anima pia può tuttavia concedersi il diritto di pensare che questo sia cinema fatto da sognatori per altrettanti sognatori o che il miglior modo per raccontare il fantastico sia quello di raccogliere, quasi didascalicamente, esempi di cinema del suddetto genere. Chissà.

E’ senz’altro da evidenziare quanto sia palpabile l’impegno dei due attori protagonisti, Emma Stone su tutti per la sua straordinaria radiosità e languidezza senza togliere meriti a Ryan Gosling che, pur essendo visibilmente fuori parte, sta al gioco e ci prova.

Nonostante ciò, non mi sento di condividere l’entusiasmo di molti rispetto al citazionismo di cui sopra considerandolo un elemento gratuito e molto spesso interessato. Volendo però trovare un merito a questo bel luna park posso senz’altro dire che i suoi numerosi richiami ci permettono di andare a recuperare tanti titoli cinematografici meritevoli quali Les demoiselles de Rochefort, film musicale di Jacques Demy, Soy Cuba, grande esempio di virtuosismo tecnico firmato Michail Kalatozov, e La canzone di Broadway premiato come miglior film nel 1929 e diretto da Harry Beaumont. E ora non me ne vogliate perchè ho fatto del citazionismo.

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Fabrizio Fiorenzo Botto

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