Mashka, l’ultimo angelo di Russia

Facebookgoogle_plusinstagrammail

15 luglio 1918

Caro diario,

Papà è seduto alla scrittoio, ha davanti a sé un giornale dalle pagine spiegazzate e ingiallite dal tempo. Qui non arrivano le notizie fresche, qui non arriva nulla che abbia un sentore di verità. Tutto intorno a noi è stato controllato e minuziosamente censurato dalle guardie dei rivoluzionari. Il popolo reclamava il pane e la libertà, si lamentava del regime monarchico inneggiando a diritti come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Sono venuti in molti a palazzo a parlare di innovazioni e di diritti, sono venuti in molti e hanno parlato dell’uomo come se fosse un animale da studiare, come se la nostra vita fosse regolata da leggi fisse ed immutabili come se fossimo tutti oggetti da riordinare. Citavano filosofi e declamano versi di poeti che ciechi inneggiavano a Napoleone. Come se il Bonaparte avesse sparso i fiori per l’Europa, come se i suoi stivali cruenti non avessero calpestato più anime di quelle di qualsiasi altro sovrano. L’uomo è stupido, l’uomo del mio tempo si crede padrone della propria vita quando in verità non sa nemmeno attribuire il giusto nome alle cose. È cattivo il sovrano che tenta di sfamare il suo popolo o il repubblicano che con le sue finte promesse ti affama e ti lascia a morire di stenti? Quando mai i sogni hanno salvato delle vite? Non so, sono molto confusa, questi mesi di prigionia mi hanno portata a riflettere su molte cose. Adesso disconosco il lusso e lo sfarzo della corte, i miei compagni di ogni giorno sono il freddo ed il dolore. Qui nelle camere tristi e spoglie la notte si sentono le risa distanti dei contadini e i lamenti di dolore di mio fratello. Già, povero fratello mio, da erede al trono di tutte le Russie a prigioniero di un manipolo di codardi. Povero il mio bambino, certe volte credo anch’io come te che il tuo destino sarebbe stato migliore qualora tu non fossi mai nato, quante sofferenze hai dovuto patire.

Adesso scappo mio fido compagno di viaggio, vado da Tatiana a tenerle un po’ compagnia.

Maska

Maria cammina lenta e posata lungo i corridoi di casa Ipatiev. Tra tutti i membri della famiglia lei risulta sempre quella più pacata. Il suo viso di giovane donna non è mai turbato da espressioni di inquietudine. Da bambina i suoi passi per casa si udivano anche dalle stanze vicine, non era affatto aggraziata e il suo viso tondo e roseo, certe volte, somigliava più a quello di un bambino che a quello di una raffinata granduchessa. Con il passare degli anni però le guance s’erano affusolate e il viso tutto appariva molto elegante. I modi di fare un tempo raffazzonati, adesso erano degni della raffinatezza materna. Da quando aveva iniziato a frequentare i balli con le sorelle gli sguardi di tutti gli uomini si erano concentrati sulla sua figura. Non erano pochi quelli che avevano perso la testa per lei.

maria

Dalla finestra del soggiorno delle piccole gocce di pioggia tracciavano il loro percorso sui vetri, mai una curva, mai una deviazione dalla rotta prevista, Maria pensò che la vita sarebbe dovuta esser davvero così, tutto avrebbe dovuto filar liscio e andar secondo i piani. Si lasciò cadere indietro frenando la caduta con le mani, le dita a contatto con il legno caldo del tavolo la faceva sentire stabile come sicuramente un tempo doveva esser stata la quercia che aveva dato origine a quel mobile. Pensò alle feste, agli ornamenti dorati, ai gioielli di sua madre e delle sue sorelle, ricordò la musica dolce sulle cui note ballava fino a tarda notte poi d’improvviso un fremito rammentò alle sue dita che non era ora di batter la fiacca, “chi pensa troppo poi alla fine si fa male” disse fra sé. 

Mise l’acqua a bollire per preparare il the, si sedette al tavolo e iniziò a passare le dita lungo le venature del legno. Chissà quant’era alta la quercia, chissà quanti bambini avevano giocato tra i suoi rami però, a ben pensarci quel che un tempo era stato vita vera adesso non era nulla più che fredda materia. Lo sbuffo del bollitore la fece sobbalzare, spostò le mani dal tavolo inorridita, le mise sotto l’acqua ghiacciata e solo dopo averle accuratamente lavate, prese le tazze e vi fece l’infuso. Si diresse verso il portico dove dopo essersi seduta sorseggiò la bevanda calda. Ormai il sole stava tramontando e anche un’altra giornata in quell’odiata prigione stava per finire.

A mezzanotte bussarono alla porta con veemenza, una voce baritonale le intimò di raggiungere il più in fretta possibile il pianterreno. Con una calma innaturale scostò le coperte dal suo corpo nudo, si alzò, si sciacquò il viso, si vestì con uno dei suoi abiti migliori e si raccolse i capelli. Mentre scendeva le scale continuava a fissar il tavolo di quercia, i suoi occhi azzurri si persero sul legno con una complicità che solo chi sa cosa la vita gli riserva può comprendere.

maria e nicola.jpg

Poche ore dopo…

Con passo lento ma cadenzato entrò nella stanza dove pochi istanti prima l’aveva preceduta l’intera famiglia. I bolscevichi lessero ad alta voce il decreto che sanciva la loro uccisione. Un mormorio di puro terrore  si levò tra i presenti quando le baionette esplosero i primi colpi. Maria si scostò indietro e accennando un lieve sorriso disse: “sono come te mia adorata quercia, ciò che è troppo forte per viver di sé vien sempre distrutto dall’invidia altrui”.

Soraya Galfano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *