La guerra nel Medioevo: i cavalieri

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Anche oggi apriamo la rubrica con un luogo comune: la guerra medievale è fatta esclusivamente dai cavalieri. Beh, non siete i soli a pensarlo. Le cronache e le opere letterarie dell’epoca che narrano di battaglie, guerre o scontri in genere si focalizzano quasi del tutto sui guerrieri a cavallo, come se fossero i soli protagonisti.

Ma proviamo a fare un passo indietro. Perché i cavalieri sono diventati il simbolo della guerra medievale? Perché i fanti sono stati discriminati così dai contemporanei e dall’immaginario? Cos’è successo?

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Un cavaliere si batte valorosamente contro una lumaca, ecco il perchè di sì grande fama (Brunetto Latini, “Li livres dou trésor”, 1315-1325 ca.- Yates Thompson MS 19, f. 65r)

Nell’Histoire de France, scritta alla fine del X secolo, Richerio di Reims parla di milites peditesque che, per chi non mastica il latino, vuol dire guerrieri e fanti. Ciò significa che già a questa altezza il miles per eccellenza è un cavaliere. Richerio di Reims non è l’unica testimonianza della supremazia che si stava diffondendo un po’ in tutta Europa e faceva corrispondere le espressioni di ordo militaris e ordo equestris.

In questo periodo i cavalieri erano un ordine relativamente aperto quindi chiunque dimostrasse una certa attitudine al combattimento poteva farne parte, al di là delle condizioni economiche e di nascita.

“L’Ornamento dell’Impero e la nostra potenza risiedono nella moltitudine di cavalieri”

così diceva Federico II nella prima metà del XIII secolo cavalcando (ah-ah-ah…) l’idea comune che “cento cavalieri hanno il valore di mille uomini appiedati”. Insomma, nel corso dei secoli la cavalleria assume un’importanza sempre maggiore ma diventa anche una pratica sempre più dispendiosa: generalmente ogni territorio chiedeva a un combattente a cavallo un numero minimo di cavalcature (destrieri, non certo palafreni o ronzini), un’armatura più o meno completa, una lancia, una spada e uno scudo. Certamente ogni combattente possedeva un equipaggiamento più o meno completo, ma va da sé che il famoso zappatore di Pralboino non avrebbe potuto permettersi una semplice armatura o un bel cavallo neanche dopo una vita di lavoro.

Già tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, allora, si iniziano a distinguere due categorie: i cavalieri con maggiore disponibilità economica, ben equipaggiati e armati fino ai denti, solitamente appartenenti a una nobile famiglia, e i cosiddetti sergenti a cavallo, guerrieri che possedevano denaro sufficiente per equipaggiarsi discretamente ma che non sempre appartenevano all’aristocrazia.

Dal XIII secolo la distinzione tra cavalieri tout court e sergenti a cavallo diventa netta e la cavalleria si trasforma in una categoria chiusa: la nobiltà si cristallizza e ha come tratto comune la vita militare. Ecco che, se anche lo zappatore di Pralboino avesse trovato uno scrigno di monete d’oro sotto terra con le quali avrebbe potuto realizzare il suo sogno di comprare un destriero e un’armatura come si deve, si sarebbe dovuto rassegnare a vivere la sua vita di zappatore agiato senza poter diventare un prode cavaliere.

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Il famoso zappatore di Pralboino si improvvisa sergente a cavallo con un ronzino e una lancia malandata (“Breviarium ad usum fratrum Predicatorum”, MSS Latin 10483, 1323-1326, fol. 330v)

Il momento topico che segna la distinzione vera tra le due categorie è l’adoubement (tradotto in italiano con un orribile “addobbamento”), parola che deriva dal francone dubban, cioè l’azione di poggiare la spada sulla guancia o sulla nuca del futuro cavaliere. L’adoubement diventa negli anni una cerimonia sfarzosissima per le famiglie più ricche e decreta l’ingresso del giovane nobile nel mondo cavalleresco.

Qual è l’equipaggiamento di un cavaliere? Scommetto che se dovessi raccogliere le tue idee a proposito troverei ancora qualche retaggio dell’immaginario comune o del mondo fantasy (lo so, non ho molta fiducia in te, perdonami, ma prima dell’esame di storia medievale pensavo anch’io cose terrificanti) come, ad esempio, l’idea che l’arma per eccellenza del cavaliere sia esclusivamente la spada.

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Scommetto che ti è venuta in mente una cosa del genere (Excalibur di John Boorman, 1981)

L’armamento di un cavaliere si modifica nel tempo, si evolve e varia in qualche misura in base al territorio preso in esame. Scrivere in maniera così generica della cavalleria è un rischio: non si può parlare della vita militare in quella che oggi chiamiamo Europa come un tutt’uno omogeneo, per questo mi focalizzerò sull’ambito che, purtroppo o per fortuna, conosco meglio: la cavalleria francese. Certo, se avete letto il mio primo articolo sapete che i contatti tra le varie zone d’Europa erano stretti e molto diversificati, quindi dei punti di contatto ci sono -e sono molti- anche nell’equipaggiamento di un guerriero. Temo tuttavia di ricevere minacce di morte da storici inferociti per qualche piccola inesattezza territoriale (e d’altra parte non voglio nemmeno fornirvi informazioni sbagliate!) perciò esemplificherò l’armamento della cavalleria d’Oltralpe con un’attenzione particolare al XIII secolo quando si perfeziona una delle tecniche di guerra più efficaci per il cavaliere medievale.

L’elmo è forse la parte dell’armatura che cambia più volte nel corso degli anni, si modifica nella forma e nel materiale ma, a quest’altezza, è generalmente molto pesante, con un’unica fessura per gli occhi. L’elmo serviva a proteggere il guerriero dai colpi dei nemici ma, allo stesso tempo, poteva provocare gravi lesioni alla testa del cavaliere, nel caso in cui avesse già lievi ferite. Per questo il combattente non se ne andava in giro per gli accampamenti in compagnia di questo simpatico amico, ma preferiva utilizzare il bacinetto, una sorta di casco di ferro molto più leggero dell’elmo vero e proprio. Il cavaliere indossava poi un usbergo, cioè una lunga cappa di maglia ad anelli di ferro, posta sopra un gambesone, una tunica di cotone imbottito che portava ricamati o pitturati dei simboli particolari, presenti anche sulle bardature del cavallo. Alle volte i guerrieri francesi potevano utilizzare il cuoio come protezione secondaria: pantaloni, guanti e una cuffia indossata sotto l’elmo erano efficaci per ammortizzare ulteriormente i colpi. L’altro strumento di difesa era lo scudo, impugnato nel corso dello scontro, agganciato alla sella durante la carica o la cavalcata.

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A sinistra dei cavalieri durante l’assedio di Avignone indossano l’usbergo sotto una tunica (stessi motivi su tunica, scudo e bardature). In testa un bacinetto. Che sia efficace anche contro le pietre? (“Chroniques de France ou de St Denis”, 1332-1350, Royal 16 G VI f.118v)

Veniamo a noi, allora: le armi. Una buona spada era sì fondamentale nelle battaglie, ma solamente in caso di scontri ravvicinati. Ogni cavaliere doveva esercitarsi al meglio durante le giostre (e solo i nobili, ovviamente, avevano abbastanza tempo da dedicare ad un “allenamento” del genere) per poter riuscire perfettamente in una carica compatta a lancia tesa, tenuta in posizione orizzontale fissa. La lancia era quindi fondamentale negli scontri in campo aperto, i cavalieri dovevano formare un muro indistruttibile con i propri corpi, cavalli e lance; a quest’altezza la forza di un esercito medievale stava nella compattezza mantenuta dai cavalieri durante la carica con l’ausilio della lancia, impugnata, appunto, tesa in posizione orizzontale, proprio verso i nemici.

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“Ma si tiene così ‘sta lancia?” (Speculum humanae salvationis – Karlsruhe 2278, metà del XIV secolo, f. 12r)

Ecco perché leggendo un qualsiasi documento, una qualsiasi cronaca medievale spicca per lo più la figura del cavaliere. Ѐ un combattente, certo, ma è nobile, è giuridicamente riconosciuto come tale e costituisce il gruppo meglio armato e più efficace nell’ambito di una battaglia in campo aperto.

“E tutto l’immaginario che si forma intorno all’ideologia cavalleresca?”, direte voi, “ma allora cosa succede durante gli assedi o gli attacchi a sorpresa?”. State diventando bravi, miei piccoli lettori immaginari, ma dovrete aspettare i prossimi articoli per saperlo.

Nel frattempo, se volete capire come si evolvono armi e armature nel Quattrocento, vi invito a visitare il Museo delle Armi “Luigi Marzoni”, a Brescia. Se invece volete diventare un po’ più esperti sul mondo cavalleresco in genere, sarebbe meglio procurarsi “Cavalieri e cavalleria nel Medioevo” di Jean Flori (Einaudi, 1999).

Daniela Marchesetti

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