8 marzo: come non rivendicare i propri diritti

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La Festa della Donna, così come celebrata oggi, non ha alcun significato. Qual è il suo valore? Nessuno ne conosce l’origine storica, affidandosi a una non meglio verificata leggenda metropolitana che parla di operaie morte in un rogo durante gli anni ’20 del XX secolo. In questa giornata, nessuno si concentra in modo concreto su ciò che potrebbe essere utile per combattere la violenza di genere o la discriminazione: tutti si focalizzano sul concetto di festa e, come per un compleanno, a ogni festa che si rispetti si fanno regali e si inviano auguri.

E’ mortificante, lo dico con la massima sincerità. Celebrare ogni anno la Festa della Donna senza che esista un minimo fondamento etico – quantomeno per la maggiore parte delle persone – avvilisce, sminuisce, ghettizza. Poco cambia se viene chiamata Giornata Internazionale della Donna: il concetto rimane il medesimo.

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Le versioni storiche della nascita di questa festa sono molteplici. Alcuni ritengono che la Festa della Donna sia nata negli Stati Uniti (Women’s Day) il 3 maggio 1908: durante una conferenza del Partito Socialista di Chicago, Corinne Brown, socialista, prese la parola per discutere dello sfruttamento delle operaie e delle discriminazioni sessuali da queste subite in termini di salario o orari di lavoro. La prima giornata a favore delle donne fu celebrata negli USA il 23 febbraio 1909, ma solo nel 1910 venne proposto di istituire ufficialmente una giornata volta a rivendicare i diritti delle donne.

Secondo altri invece la Festa della Donna sarebbe stata festeggiata per la prima volta nel 1914. Tre anni dopo, a San Pietroburgo, alcune donne manifestarono per chiedere la fine della guerra. Era l’8 marzo (23 febbraio secondo il calendario Russo) e si trattò di una delle prime e più importanti manifestazioni della Rivoluzione di febbraio, durante la quale alle donne fu esteso il diritto di voto. Fu poi nel 1922 che Vladimir Lenin istituì l’8 marzo come festività ufficiale. Fino agli anni ’70, la Festa delle Donne fu festeggiata quasi esclusivamente nell’URSS (unico altro Paese ad avere questa tradizione era la Cina).

Dato certo è che il 1975 fu dichiarato Anno Internazionale delle Donne e l’ONU, due anni dopo, ufficializzò la festività.

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La Festa della Donna dunque è una giornata volta a ricordare i numerosi sforzi e le numerose lotte sostenute per giungere alla parità di genere. E come celebrare questa giornata pregna di significato? Con il nulla più assoluto: feste, messaggi di auguri, regali, spogliarellisti e frivolezze che non rendono giustizia a ciò che questa giornata dovrebbe rappresentare. Per questo mi incazzo e ritengo che questa festa in realtà non sia niente di più che un insieme di luoghi comuni tali da porre sul fondo il vero motivo fondante; per questo mi incazzo e ritengo che questa giornata, se non pensata diversamente, possa essere anche abolita.

La Festa della Donna viene celebrata limitandosi a una visione del tutto occidentale, senza dare importanza alla condizione della donna in quei numerosissimi Paesi in cui, per motivi politici o religiosi, le donne sono ancora considerate come una nullità. Scendere in piazza serve, ma se si è consapevoli di ciò che si fa; scioperare serve, ma al fine di potere garantire una maggiore equità da ogni punto di vista, sentendosi liberi e cercando di promuovere garanzie anche per chi non ha diritto di poter dire la propria opinione senza timore di ritorsioni. Bisogna parlare, discutere; bisogna fare capire agli uomini perché i loro comportamenti siano a volte sbagliati ed eccessivi; bisogna fare capire alle donne che si deve essere alleate, non nemiche le une delle altre.

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L’8 marzo, oggi, è una festa ridicola. Siamo mossi da un femminismo che spesso sortisce gli effetti opposti a quelli sperati. Rivendicare la propria indipendenza è fondamentale, ma scegliere la modalità con cui fare ciò lo è ancora di più. E’ importante avere il coraggio di dire la propria opinione, di crederci sempre, senza mai smettere di pensare che esista una totale identità di diritti tra uomini e donne. Per dieci donne che sono scese ieri in piazza protestando contro l’insussistenza di uguaglianza di genere, cinquanta hanno esternato il loro supporto alla causa postando fotografie di mimose o frasi di circostanza, come se solo in quel giorno avessero ricevuto l’attenzione meritata. Come se sottolineare quanto la donna sia dolce, gentile e materna grazie a un aforisma di chissà chi, fosse punto fondamentale per rivendicare la necessità di una dura opposizione al sessismo dilagante.

Sarebbe bello se, per un giorno, ci si sentisse davvero unite in una causa che meriterebbe tutto il supporto e la forza che ciascuna di noi può dare. Sarebbe bello se ci si comportasse come il 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, dove davvero il peso sul cuore aumenta ogniqualvolta si parla del numero dei femminicidi compiuti in pochi mesi o di quanto non sia scontato vivere serenamente tra le mura domestiche. Sarebbe bello se si sottolineasse tutte insieme quanta fatica venga ancora fatta oggi per ottenere un posto di lavoro senza dovere essere ritenuta una poco di buono perché bella, quanto sia avvilente vivere con il timore di dovere sopportare frasi sessiste per paura di perdere il proprio impiego. In questi casi, sì: l’8 marzo sarebbe una festa degna di essere celebrata. Ma alcune chiudono un occhio; altre ritengono non sia poi così grave; altre ancora credono che uno schiaffo sia solo frutto di uno scatto d’ira occasionale e che tutti meritino una seconda chance, poi una terza, una quarta, una quinta…

Sarebbe bello se capissimo quanto è grande il nostro valore e quanto sia importante agire da subito e non reagire solo a offesa subita.

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Fino a quando l’alleanza e il crederci davvero saranno solo un’utopia, mi chiedo cosa ci sia da festeggiare. Forse la mortificazione della giornata delle donne a opera delle donne stesse a colpi di clic, mazzetti di mimose e selfie da ubriache con #festadelladonna?

No, grazie.

Beatrice Broglio

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