Il delitto della Cattolica

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A Milano, in pieno centro, a poche centinaia di metri dalla basilica di Sant’Ambrogio, c’è l’Università Cattolica. Proprio qui, forse non tutti lo sanno, il 24 luglio 1971, Simonetta Ferrero muore. È un lunedì mattina.

Sarà lunedì mattina, da quel ’71, per sempre.

I fatti sono questi: alle 8.30 circa, un salesiano, salendo la scala G, giunto all’ammezzato è attratto dal rumore dello scrosciare d’acqua dei rubinetti dal bagno delle ragazze. Lì vede un corpo, disteso, ricoperto di sangue. Fugge spaventato.

Pochissimi minuti dopo, una studentessa nota delle macchie che sembrano sangue sulla maniglia della porta dello stesso bagno; incuriosita, scorge qualcosa all’interno. Poi fugge anche lei.

Nel bagno della scala G, depauperato dal sangue presente ovunque, c’è una ragazza: 44 le coltellate ricevute, stesa su un fianco, una grande macchia di sangue rappreso sotto di lei, la borsetta attaccata al corpo. Molte delle ferite sono da difesa (ha cercato di posizionare le braccia davanti al viso e all’addome per proteggersi dai colpi). Sul luogo del delitto, però, l’arma, ricostruita come un coltello lungo almeno 15/20 cm, non si trova.

La polizia, giunta sul posto, in quell’immutabile lunedì mattina, nella sua borsa trova la carta d’identità: la ragazza è Ferrero Simonetta, anni 26.

Ma chi è Simonetta Ferrero? Che abitudini, che idee ha? Perché si trova all’Università, seppur laureatasi sì, nella stessa in scienze politiche, ma un paio d’anni prima? 

Prepariamoci a dei salti mortali per rispondere ad alcune di queste – e ad altre – domande, che dal lunedì del ’71, ad oggi, sono state fatte agli inquirenti, ai giornalisti, a chiunque abbia indagato.

La Ferrero, sappiamo, lavora alla Montedison e il 24 luglio – quel 24 luglio – iniziano le sue vacanze. Il programma è quello di passarle in Corsica con la famiglia.

Il tipo di vittima e le sue relazioni con il contesto in cui viene perpetrato un reato e con l’autore di quest’ultimo, per un criminologo e non solo, sono fondamentali nella ricostruzione dei fatti. Proprio da queste domande, dai salti mortali che ne derivano, discendono grandi problematiche che hanno inquinato e mistificato il Delitto della Cattolica.

Innanzitutto Simonetta è una persona normale: molto cattolica, poco corteggiata dall’altro sesso, ex appassionata studente di scienze politiche, ostile alla rivoluzione del ’68, che fa volontariato. Il perché, appunto, si trovi in Cattolica può soltanto essere ipotizzato. È forse un motivo banale, semplice, comprensibile da qualsiasi studente, che ha familiarità con il proprio Ateneo: ha urgenza di andare in bagno. Infatti la ex studentessa, secondo le ricostruzioni, una volta arrivata da Corso Vercelli in Corso Magenta, si dirige, inspiegabilmente, in Università.

Oppure ha un appuntamento, dice qualcun altro. Ed effettivamente queste sono le due ipotesi. A far propendere decisamente verso la prima, c’è il fatto che il medico legale riscontra, nella sua perizia, che la vescica di Simonetta sia vuota.

Quindi, probabilmente, la ragazza, trovandosi nei pressi della Cattolica, quella mattina, per fare delle compere, decide di fare una deviazione. Decide di andare nei bagni della ex università, che conosce bene, piuttosto che in quelli di un bar qualsiasi e si dirige, purtroppo, verso la morte. Un minimo potrebbe essere ricostruito in questo modo.

Ora, l’ammezzato della scala G è solitamente molto frequentato, ma non dimentichiamoci che la nostra storia avviene il 24 luglio, un periodo nel quale sono davvero pochi gli studenti che vagano tra aule, scale e chiostri. È piena estate. Questo sicuramente ha giocato un ruolo importantissimo nello svolgimento dell’omicidio e nelle poche risposte che ci si è stati, nel tempo, capaci di dare.


Simonetta entra nel bagno e  viene  accoltellata, prima (?) o dopo aver usato il gabinetto, con quelli che si riveleranno essere solo i primi colpi. Dopodiché, dai segni riscontrati, cerca di difendersi con una certa forza e di scappare verso la porta d’uscita. Grida? Non possiamo saperlo. Istintivamente, ci viene da rispondere di sì. Ma comunque ci sono degli operai nelle vicinanze, lavorano con il martello pneumatico; insomma c’è un gran baccano. Anche se lo fa, nessuno può sentire niente.

Di rapina non si tratta, considerando che le si trova addosso un anello, una collana e la predetta borsa contenente anche una somma cospicua di denaro. Nè si tratta di violenza sessuale. Insomma il campo oscuro è densissimo. Le risposte sono, per forza di cose, accennate e poco esaurienti.

Ma allora, di che omicidio si tratta? D’impeto? Di che tipo di autore si parla? Gli operai, subito sospettati, vengono scagionati immediatamente. A questo punto, le ricerche si orientano verso i frequentatori più misteriosi dell’Università. Sono tante le voci a susseguirsi: alcuni parlano di un uomo strano che usa sedere sulle panchine dell’Ateneo, altri di un tipo che si avvicina spesso agli studenti e grida e fischietta; altri ancora di un maniaco, che segue sovente le studentesse e le impiegate della zona.

Viene interrogato, infine, seguendo questa pista, uno studente che quel giorno si mostra particolarmente interessato alla scala G e che porta con sé un grande borsone. Niente di niente, ha un alibi e non possiede armi. Scagionato.

L’espressione brancolare nel buio è sicuramente perfetta per la situazione che la polizia si trova ad affrontare nelle sue indagini. 

Viene fermato un altro uomo strano, un tipo che qualche giorno prima era stato visto, secondo le testimonianze di alcune studentesse, aggirarsi nei pressi dell’Università, armato di coltello. Niente. Anche stavolta.

Molti mitomani cominciano ad autoaccusarsi del fatto; iniziano ad arrivare lettere anonime.

Una di queste, nel ’93, mette in relazione l’omicidio di Simonetta con un altro omicidio, avvenuto a Varese ai danni di una ragazza di Comunione e Liberazione, Lidia, e accusa di entrambi i delitti un sacerdote. 

Ma tra mitomani, mezzi pazzi, studenti, impiegati, sacerdoti e professori, cosa rimane, tra i chiostri Bramanteschi della Cattolica, della vita dei “normali” – di Simonetta in primis – della quotidianità, della folla del centro milanese? Cosa rimane dell’omicidio? 

Come fugge, il colpevole, sporco di sangue, dall’Università? Da quale uscita? Resta da pensare che abbia a disposizione altri vestiti, anche se l’ipotesi è alquanto problematica.

Anche nei tempi più recenti sono stati effettuati degli studi, per ricostruire il comportamento e, approssimativamente, le fattezze dell’autore dell’omicidio. Le gocce di sangue trovate per terra vicinissime alla porta, ad esempio, fanno pensare a qualcuno che si sporge sullo stipite, cauto, per controllare, dopo l’uccisione, se arrivi qualcuno. Dalle orme dell’assassino sulla porta si evince che è molto alto, un metro e novanta circa. Un “gigante” che però non vede nessuno, che rimane sconosciuto. Che si dilegua.

È già in bagno, casualmente o no, prima che lei entri? L’ha seguita? Davvero troppo poche le informazioni al riguardo. Rimangono solo i segni della difesa veemente di Simonetta, il sangue, l’impronta sulla porta, il mistero dei vestiti.

Delitto irrisolto.

Intanto la porta viene murata. Il luogo del delitto non esiste più. L’uomo scompare. Ed anche l’omicidio lentamente scompare dalla mente, viene cancellato. Si ferma, poi, aggrappato a quel lunedì mattina forgiatore di tutti i futuri lunedì mattina. La monotonia, lo status quo si riprendono il chiostro e provano a ridisegnarci, con pazienza, Bramante. O almeno a seguire le sue linee. E poi il niente, il nulla. Gli anni, le nuvole, i soli, i 24 di luglio. 

È sempre lunedì. Per sempre, forse. 

Andrea Conte

Un commento

  1. Luca

    Mi sono chiesta se si sia mai indagata la pista (scomoda perché eventualmente screditante) di una possibile relazione sentimentale tra la vittima ed un docente o togato dell’universita’.

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