L’ideologia cavalleresca

«Certo che Roberto è proprio un cavaliere, mi ha regalato una rosa rossa dopo aver vinto a softair!»
«Sì, anche Luca lo è! Pensa che ha anche pagato da bere a tutti perché ha aiutato i suoi compagni a vincere la partita di calcetto!».

Sì, va bene, ho capito che sembrano un misto fra le frasi del tuo libro di grammatica delle medie e la nuova “opera” di Federico Moccia, ma non mi veniva in mente altro che potesse esemplificare bene una sorta di traduzione di quella che era l’ideologia cavalleresca in epoca medievale.
Se hai letto l’ultimo articolo, significa che non hai dormito per due settimane, in attesa di sapere come si forma quell’ideologia di cui sentiamo parlare ancora oggi in conversazioni di questo genere (anche se spero che tu non abbia a che fare con uomini di tal sorta, donzella che leggi).

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Un modernissimo cavaliere in sella al suo bolide. E abbiamo toccato il punto più basso della rubrica. (Tre metri sopra il cielo, 2004)

Troviamo un primo germe dell’ideologia cavalleresca nel 1025, quando Adalberone di Laon scrive un poemetto indirizzato al re di Francia e, tra le altre cose, postula la famosa divisione della società in tre ordini: oratores (coloro che pregano), bellatores (coloro che combattono) e laboratores (coloro che lavorano). Ecco cosa dice dei bellatores:

“I nobili sono guerrieri, protettori della Chiesa, difendono con le loro armi tutto il popolo, grandi e piccoli, e ugualmente proteggono sé stessi.”

I cavalieri, allora, non erano altro che difensori della Chiesa, del popolo e di sé stessi, tutto qui. Che palle, direte voi. Ma tant’è. L’articolo è finito.

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Due cavalieri difendono una chiesa a costo di perdere gli arti (Cattedrale di Wells, 1240 ca.)

Non è vero. Fortunatamente il concetto di cavalleresco si evolve e si modifica nel tempo, soprattutto grazie all’influenza della letteratura, soprattutto in Francia.
Fra l’XI e il XII secolo vengono scritti i primi romanzi e le prime chansons de geste di cui abbiamo notizia. I romanzi forniscono delle notizie ai lettori, raccontano fatti realmente accaduti anche se magnificati; le chansons de geste (letteralmente, canzoni di gesta) sono essenzialmente epiche, raccontano qualcosa di ben noto ai fruitori. Quello che ci interessa, però, è che il lettore instaura con i protagonisti un’identificazione di tipo ammirativo, vorrebbe essere come loro. Questi protagonisti sono ovviamente dei cavalieri e le opere in questione sono i famosi cicli cavallereschi.
Ecco che in questi libri si fa strada una nuova idea di cavaliere, affiancata a una funzione prettamente religiosa. Conoscerete la Chanson de Roland, la più famosa fra le opere del ciclo carolingio, che dunque vuole raccontare la storia vera dell’attacco alla retroguardia di Carlo Magno a Roncisvalle. Troviamo qui alcune delle caratteristiche ricorrenti del cavaliere: la prodezza, la fratellanza, la lotta al traditore, l’onore e il vassallaggio a Dio (e qui vi spoilero il finale perché Orlando muore alzando il guanto al cielo, donando a Dio la propria fedeltà eterna, perdonatemi).

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Una copia della Chanson de Roland (XI secolo)

A questa immagine di cavaliere ideale si affianca l’argomento amoroso, presente già in alcuni romanzi del XII secolo ma soprattutto nella lirica provenzale. Nei romanzi cavallereschi si parla di un amore raffinato: si scrive solitamente della storia di due giovani che alla fine, con un inaspettatissimo colpo di scena, si rivelano essere gli avi del sovrano a cui è dedicata l’opera o i fondatori di un certo regno. L’amore della lirica, invece, è del tutto diverso perché nella maggior parte dei casi è un amore adulterino ma irraggiungibile, è il tipico amore cortese.

Ho cercato di chiarire il contesto letterario in cui si sviluppa l’ideologia cavalleresca del Medioevo, è molto breve ma non temete, ci sarà un altro articolo di approfondimento (so che non vedete l’ora). Vediamo allora in breve gli elementi che più caratterizzano il cavaliere in letteratura:

  • Amore cortese. Ѐ diffuso, come si diceva, nella lirica medievale. Nasce nella Francia meridionale e si diffonde abbastanza velocemente in Spagna e in Italia, ma è nella zona provenzale che ottiene il maggiore successo, con le liriche in lingua d’oc (volgare di area occitanica). L’amore cortese è tendenzialmente un amore adulterino che deve essere protetto dalle malelingue: il cavaliere ama segretamente una donna che appartiene già ad un altro uomo e per difendere l’amata dai pettegolezzi è costretto a chiamarla con un Senhal, un nome segreto incomprensibile per i calunniatori (ricorderete tutti con dolore la difficoltà delle rime petrose di Dante. Ecco, la “donna petra” è un Senhal e deriva proprio da questa concezione dell’amore).
    Attenzione, però, il povero cavaliere non consumerà mai, ma è felice così. Certo, si punta al piacere amoroso, la metà delle canzoni liriche si basa proprio sul desiderio di raggiungere l’amata, ma la sua realizzazione negherebbe un principio cortese: l’amore vero è desiderio, è fin’amor, il piacere sessuale (fals’amor) annullerebbe la tensione erotica tra il cavaliere e la dama. C’è un rapporto vassallatico fra l’uomo e la donna e, oltre a cantare il proprio amore nelle liriche, il protagonista non può fare altro che guardare l’amata, sperare che gli conceda il saluto e regalarle un fiore dopo la vittoria di un torneo di softa… pardon, cavalleresco.
    Ovviamente nella realtà le cose non andavano proprio in questo modo, ma sicuramente i combattenti a cavallo prendevano ispirazione dai protagonisti delle canzoni, soprattutto quando opere di questo genere hanno iniziato a viaggiare per l’Europa e sono diventate universalmente conosciute dal gruppo cavalleresco.
    Insomma, l’eroe è destinato ad una modernissima friendzone: ama e desidera, non raggiungerà mai la dama ma è felice così.
    Un concetto senza tempo.
Cod. Pal. germ. 848 Große Heidelberger Liederhandschrift (Codex Manesse) fol. 197v
Due cavalieri combattono con onore alla presenza delle dame. Che romanticheria. (Cod. Pal. germ. 848, Codex Manesse, f. 197v)
  • Onore e prodezza. Non solo i romanzi cavallereschi, ma anche le cronache di una guerra o le biografie, si concentrano sull’onore e sul coraggio che sembrano appartenere ai cavalieri dalla nascita. Un cavaliere è un preudomme, dimostra grande prodezza in battaglia e sa che questa caratteristica gli è stata donata da Dio. Il vero guerriero a cavallo non fugge davanti al nemico, ma combatte con onore fino alla fine, proprio come Orlando durante l’imboscata di Roncisvalle. Fuggire era considerato un vero e proprio disonore per un cavaliere, nella maggior parte dei casi non veniva nemmeno più considerato tale dopo il misfatto. Allo stesso tempo non bisognava nemmeno peccare per eccesso di coraggio: gettarsi da soli sul nemico senza aspettare i compagni o condurre un’imboscata senza aiuti era una follia e avrebbe potuto rovinare i piani d’attacco dell’intero esercito.
    Prode ma non scemo.
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Se avete letto l’articolo precedente sapete che in battaglia l’unione fa la forza (Arazzo di Bayeux, seconda metà dell’XI secolo)
  • Compagnonnage. Questo termine indica essenzialmente la fratellanza fra i cavalieri. Si trova frequentemente nelle Chansons de geste. Per rimanere nella Chanson de Roland, Carlo Magno e Orlando sono uniti da un rapporto di vassallaggio ma anche di sincera fratellanza, lo testimonia il pianto disperato del sovrano dopo aver ricevuto la notizia della morte del paladino. Questo concetto si ritrova anche in svariate cronache o biografie, dove i cavalieri dello stesso rango portano un profondo rispetto l’uno per l’altro. Il compagnonnage prevedeva vere e proprie regole anche perché ogni combattente sapeva di poter ricevere qualcosa in cambio della gratitudine. Qualche concetto fraterno era probabilmente presente anche nelle battaglia fra eserciti europei, dal momento che si stava pur sempre combattendo contro dei cristiani: a volte si cercava di limitare le uccisioni e rendere prigionieri i cavalieri nemici. Ovviamente la loro liberazione prevedeva il pagamento di un bel gruzzolo a seconda del rango… Amici con profitto.
The Pierpoint Morgan Library Ms M. 638 - Morgan Bible AKA Maciejowski Bible fol. 43v 1240-50
Un rapporto di compagnonnage chiaramente andato male (The Pierpoint Morgan Library Ms M. 638 – Morgan bIBLE, F. 43V, 1240-50 ca.)
  • La prodigalità cavalleresca è tipica di quei combattenti nobili che vogliono dimostrare la propria grandezza, sia nei confronti di un altro suo pari, sia nei confronti di una dama da conquistare. Nel primo caso la prodigalità era necessaria per cercare di convincere quanti più uomini possibili a unirsi all’esercito, per questo è un gesto tipico anche dei sovrani (ti aspettavi forse una leva obbligatoria?!); nel secondo caso, invece, era una di quelle piccole componenti della cortesia amorosa: si organizzavano tornei, feste, giornate sfarzose per attirare l’attenzione della dama.
    Indebitato ma felice.
BL Harley MS 4431 fol. 137 The Book of the Queen, c. 1410-14 France - Paris
Lo sfarzo di un cavaliere si nota anche dall’equipaggiamento e dalle ricche bardature del suo cavallo (BL Harley MS 4431 f. 137, 1410-14 ca.)

Questi sono probabilmente gli elementi che più caratterizzano il cavaliere medievale in letteratura, sono concetti che si sono evoluti e perfezionati nel tempo e che hanno dato vita a una miriade di sfaccettature, creando un’ideologia omogenea ma allo stesso tempo profondamente differenziata in tanti piccoli particolari. Il cavaliere tratteggiato dalla letteratura del periodo non corrispondeva al cavaliere reale, ma alcune caratteristiche si ritrovano nella narrazione di cronache o biografie, quindi possiamo pensare che questa ideologia sia stata sicuramente conosciuta dai guerrieri e che in parte i combattenti si ispirassero alla letteratura per costruirsi una personalità distinta dai meno nobili.

Se non ne avete avuto abbastanza aspettate i prossimi articoli dedicati alla letteratura romanza medievale. Vi svelerò anche un segreto tremendo.

Daniela Marchesetti

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