Trittico del mese – Marzo

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uno

Le puttane non chiudono mai le gambe

dicono che han sempre voglia di prenderlo

al contrario i petali esterni del Tulipano,

al calar del sole, premono verso l’interno

attendendo pazientemente il sorgere di un nuovo giorno.

 

Questa è una poesia biologica

che narra l’esistenza della diversità

per la quale siamo spinti ad affrontare

bufere e tormente

fin quando non saremo accovacciati

all’interno di quella calda sacca

nutriente luogo che tiene fuori il tempo,

dentro te si consuma la vita.

Una vita che è continua ricerca

verso quella bellezza celata

a cui non siamo ancora pronti ad accostarci

e ci si accontenta di quella effimera vanità

che struggendo l’animo c’insegna

il senso della vita. Oh Ninfea

giunta qui tra ordinarea areosità

riesci dunque a godere del sole

per cui da fluide tenebre decidesti

di scalare litri di secoli?

Dimmi tu Ninfea, godi di questo sole

o i fiumi dei pensieri umani

anche a te impediscono di goderne?

 

Le puttane non chiudono mai le gambe

si aprono nella notte come purpurei Iris

e pazientemente attendono il sopraggiungere

del piacere

che succhierà via da quel corpo

giusto un pizzico di bellezza

e se ne andrà

lasciando quel fiore divino

vagare per campi flegrei

nell’attesa che la vita un giorno

possa nuovamente compiersi.

 

due.jpg

come stridono le mie mani

sulla lucida carrozzeria

e con quale fremito

spingi verso il fondo

a voler schiantare

contro il mio corpo nudo

il tuo umano telaio

a voler imprimere

su questa imperfetta pelle

i sogni di una notte meccanica;

com’è doloroso

veder accasciare

quella scocca perfetta

che languidamente bacio bagnato dall’abbagliante luce

di fanali quasi spenti.

premo e scalpito

inseguendo la potenza

bianca e amara

senza mai fermare

senza mai decelerare

inseguendo questa chimera

lontana

e quando oramai stanco

arretro

queste tue mani forti

stringono questo motore

la luce si palesa

ed’è uno schianto.

tre.jpg

Non conservo immagine dell’attimo in cui

mutai da energia a materia e quindi pensiero

di quell’attimo lontano tanto quanto sembri

non essere mai accaduto

posso immaginare la potenza con cui

fui gettato da una realtà parallela

in questa vita terrena

quella fatta di giorni scadenze doveri

fatta di spazio e di tempo.

provo allora a immaginare l’emozione

che in me suscitò la vista del volto

il primo istante in cui ti guardai

dopo essere stati scissi in due entità.

lontano da te potevo finalmente guardarti

mamma.

e quello fu primo e vero amore

il momento in cui per la prima volta

tu mi hai guardato e nei tuoi occhi

ho cominciato a conoscere me stesso

a percepire questa nuova dimensione

ero diventato carne tra la tua carne.

ed’è per questo che adesso da te lontano

tra fumose distese di papaveri

io ti rammento fiera e nobile

cosparsa di melograni e carbonici tetraedri

distesa su di un mare di cadaveri

mentre reciti parole dolci

con le quali cullandomi

gettavi tra le mie labbra fiele

terra mia materna e matrigna.

Che mi costringi a fuggire così

da non sopperire alla calugine estiva

con la quale ti avvinghi e uccidi.

menomata terra pensierosa che ammali

moderna medusa che pietrifichi

il mio canto non può che giungerti da lontano

da fredde terre del nord che provano a curare

ustioni.

Pierangelo Grosso

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