Cronaca nera all’italiana

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La cronaca nera, in Italia, è serializzata, con sviluppi costanti riportati di servizio in servizio, a ogni ora, non solo nei telegiornali.

Nelle prime settimane del 2016, quasi a inaugurare l’anno della cronaca nera, abbiamo avuto il delitto di Ferrara, che poi di Ferrara non è, ma di quella talvolta sordida provincia, la stessa che qualche mese addietro aveva contrapposto fiamme e barricate a mamme e bambini richiedenti asilo. Una provincia, che non è semplicemente quella ferrarese, ma è in generale un mondo fuori dal mondo. A Pontelangorino, frazione di Codigoro, è andato in scena il perfetto caso di cronaca nera, perfetto per la mercificazione. È mancato il fattore mistero, piuttosto importante per la vendita del prodotto mediatico, ma c’erano evidenti richiami ad altri casi di cronaca del passato recente, quali il delitto di Cogne o Erika e Omar. Eventi atroci che hanno ormai nomi propri, acquisiti in ore e ore di dirette, plastici, processi mediatici e non.

Ma l’Italia è l’unico Paese dove è presente questa sovraesposizione serializzata? La risposta è “no”, ma ci sono sostanziali differenze. Se è vero che la maniacalità narrativa inerente la cronaca nera è iniziata con il misterioso caso di Jack lo Squartatore, è anche vero che in Italia, rispetto al resto dell’Occidente, c’è una più forte attrazione verso tutto ciò che è legato al racconto della quotidiana violenza. Ad esempio, secondo i dati dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, nel primo semestre del 2010 (vero, parliamo di 8 anni fa) la cronaca nera ha occupato il 10,8% del tempo del Tg1, a fronte dell’1,8% dell’intera rete tedesca Ard. Ben 413 servizi contro i 34 del canale televisivo teutonico, i 113 di France2, i 159 della BBC ed i 267 della spagnola RTVE. Solo negli USA troviamo fenomeni paragonabili.

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Vignetta d’epoca raffigurante Jack lo Squartatore, disegnata nel 1888 da John Tenniel per la rivista satirica Punch

Fino al secolo scorso, ci si riferiva alla cronaca nera con il termine cani schiacciati, per indicare l’azione del giornalista, che doveva riportare sempre casi diversi, ma nella sostanza molto simili. E allora via con l’opera di differenziazione, per la quale occorreva e occorre accumulare una quantità maggiore di dati, con conseguenti articoli differenziati tra loro, anche per lo stesso argomento, poiché si fanno interviste e si parla dei fatti, delle persone, del contesto (il celeberrimo retroscena), delle indagini, delle analogie e chi più ne ha più ne metta (ma anche se non ne ha). Stando al Centro d’Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva, per quanto riguarda le notizie di cronaca nera nei telegiornali (escludendo il trash pomeridiano o di canali minori), il tempo a loro dedicato è talvolta addirittura più che duplicato nel corso degli ultimi anni, nonostante, in generale, i crimini siano addirittura diminuiti. Sempre stando al Cd’A, peggiore sarà il crimine e maggiore sarà l’esposizione mediatica, perdurando anche per mesi, nonostante l’eventuale mancanza di novità, spesso alimentando trasmissioni che nulla avrebbero a che fare con la cronaca nera, che creano veri e propri dibattiti ad hoc, trasformando un processo mediatico in un dibattito pseudo-ideologico.

In questo modo il crimine diviene a-temporale, dando l’impressione di un continuo stato di allarme, nonostante l’avvenimento sia perfino di anni addietro. C’è una vera e propria tendenza alla drammatizzazione e alla spettacolarizzazione del quotidiano che non passa solo dal risalto che determinate notizie finiscono per avere, bensì anche dalla terminologia utilizzata, che trasmette costantemente un’immagine di morte e violenza, quindi una sensazione di insicurezza e pericolo. Mio nonno non ama particolarmente la televisione e attualmente, anche come forma di lutto, non la guarda minimamente, ma ricordo che aveva una particolare attenzione verso termini come “cadavere”, “corpo” e “massacrato”, termini da romanzi thriller ai quali la sua generazione non era abituata, forse anche con un po’ di ipocrisia, che permetteva, però, di non sfruttare la morbosità di molti verso la violenza, con una conseguente limitazione di irrazionali paure. Quest’ultime le notiamo in particolare modo sui social, sotto gli articoli pubblicati sulle pagine dei principali quotidiani nazionali, ma soprattutto tra i commenti di pagine più o meno chiaramente demagogiche. Le storiacce si prestano molto a diventare argomento di interesse. Il modo in cui vengono raccontate diviene estremamente importante in un ambiente in cui la concorrenza non può essere giocata sui contenuti. Si crea, così, una legittima confusione tra ciò che è reale e ciò che invece rappresenta la trama di un film, finendo anche per banalizzare determinati tratti, dati per scontati in una serie televisiva (a meno che non sia The OA).

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Onde evitare problemi di copyright, ecco a voi una foto della tomba di Paul Gauguin, presso l’isola di Hiva Oa, Collettività d’oltremare della Polinesia Francese

I dati Ministero dell’Interno, dipartimento della Pubblica Sicurezza, però, dicono altro. In generale, nel 2015, le denunce sono diminuite, rispetto all’anno precedente, del 4,5%, ma guarda caso, sono aumentate quelle legate alle truffe, soprattutto informatiche. I furti totali sono calati del 7%, le rapine del 10% e gli omicidi dell’1,5%. Anche in questo caso, però, l’Italia risulta estremamente variegata tra Nord e Sud, con le Province di Rimini, Milano, Roma e Bologna, prime per denunce e un numero di imputati stranieri, secondo l’Istat, pari al 24% del totale e una percentuale di condannati stranieri del 32,6% sul totale dei condannati. Nessuna emergenza, dunque, né dal punto di vista del numero di reati, né dal punto di vista della presenza di stranieri sul territorio nazionale, che anzi, si ritrova con il tasso più basso di omicidi, probabilmente da quando geograficamente esiste. Infatti, dopo l’Unità d’Italia, era di 6,8 ogni 100mila abitanti, nella prima metà XV Secolo era di 62 ogni 100mila abitanti, mentre oggigiorno è dello 0,8 ogni centinaio di migliaia di abitanti.

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La percentuale di detenuti stranieri nelle varie aree geografiche d’Italia, secondo l’Istat, nel 2011

Questa alterazione della realtà si basa sul principio anglosassone del if it bleeds,it leads, letteralmente se sanguina, conduce, in pratica, se c’è sangue, suscita interesse. Negli anni questo principio si è radicato talmente tanto nelle persone che i dati hanno perfino perso valore, per quanto riguarda la pubblica opinione. La violenza esiste, ma non è in aumento, anzi, nonostante ciò, sempre più persone si convincono dell’escalation. Prendendo i dati a livello regionale, non esiste regione che percepisca il reale tasso di omicidi. Sempre secondo i dati Istat, nel 2013, il tasso di omicidi era di 1,1 su 100mila persone, ma, ad esempio, per i laziali, una persona ogni 2500 moriva uccisa da un suo simile. Nel Lazio, quell’anno, i dati parlano di meno di 9 persone ogni milione di abitanti, fortunatamente. Tanto per capirci, un tasso di omicidi reale che si avvicinasse a quello percepito nella regione citata, nello stesso anno, si sarebbe posto tra quello della Giamaica e quello di El Salvador, rispettivamente del 42,9 e del 39,8, quarto e quinto posto della classifica di Actualitix.

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I primi dieci Paesi al mondo per tasso di omicidi secondo Actualix (ogni 100mila abitanti)

Indubbiamente, la crisi ha contribuito, nei suoi primi anni, ad aumentare alcuni reati, ma questo fenomeno si è già risolto in un’inversione di marcia, a differenza di altri paesi, come e soprattutto la Grecia. Anzi, le regioni che hanno subito maggiormente il colpo della crisi, ossia quelle meridionali, hanno anche avuto la maggior flessione per quanto riguarda il numero di omicidi. La letteratura scientifica attribuisce diminuzioni così rilevanti all’affermazione dei cittadini sulla criminalità organizzata.

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C’è gente che disegna cose del genere, se non sono crimini questi… (in realtà fa tenerezza)

In breve, il crimine va combattuto, Batman fa sempre comodo e non è possibile abbassare la guardia. Ma farsi prendere dallo sconforto e dalla sfiducia, oltre a essere controproducente, è proprio insensato, perché la realtà è migliore di una certa cronaca nera all’italiana.

Michele Radaelli

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