Tiran e Sanafir: isole della discordia egiziana

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Gli Stretti di Tiran sono angusti tratti di mare formati dalla presenza dell’isola di Tiran, 80km2, nel golfo di Aqaba, dove già il Sinai e la penisola araba arrivano a una distanza di appena una ventina di chilometri. A Est dell’isola di Tiran si trova la più piccola isola di Sanafir, circa 33km2. I due stretti in questione acquisiscono una certa importanza poiché sono sia via d’accesso sia per il porto israeliano di Eilat che per quello giordano di Aqaba. Le due isole principali furono cedute all’Egitto nel 1950, meglio armato, che avrebbe potuto difenderle da un paventato attacco israeliano. Secondo Tallha Abdulrazaq, ricercatore dello Strategy & Security Institute dell’Università di Exeter, fu in realtà una mossa per allontanarsi dal neonato conflitto israelo-palestinese. Nel 1967, infatti, il blocco degli stretti di Tiran da parte del governo egiziano fu la scintille che fece scoppiare la Guerra dei sei giorni. Le due isole furono, per alcuni anni, controllate dal governo di Gerusalemme, che le restituì all’Egitto nel 1982, anno in cui l’Arabia Saudita ha iniziato a reclamarle. La confusione geopolitica è già nella definizione di questi tratti di mare, talvolta al singolare, talvolta al plurale. Vi sono difatti due passaggi, entrambi ad Ovest dell’isola di Tiran: l’Entreprise, profondo non più di 300m, passa accanto alla costa egiziana; il Grafton, circondato da secche e con una profondità massima di 70m. Ad Est, tra Tiran e l’Arabia Saudita, c’è un solo canale navigabile, profondo appena 15m.

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Le due isole e gli Stretti di Tiran

Gli accordi

La sovranità sulle due isole era esercitata dall’Egitto, ma nel 2014, in seguito all’investitura presidenziale di ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, l’Arabia Saudita ne ha rivendicato il controllo, fino ad arrivare a un accordo, nel Maggio 2016, che ha sancito il passaggio delle due isole allo Stato wahabita. L’accordo ha ovviamente introdotto un’importante variabile nella geopolitica del Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda il futuro anteriore. La cessione ai sauditi, inoltre, potrebbe essere una violazione degli accordi di pace stretti tra EgittoIsraele, nel 1979. Il Ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha garantito la supervisione messa in atto, anche perché, per l’accordo, è richiesto non solo il voto del Parlamento egiziano, ma anche quello del Knesset, essendoci di mezzo un trattato internazionale. Il generale Tal Kelman ha comunque espresso prudenza verso la situazione futura, dato che, comunque Riyad controllerà gli stretti (forse, perché l’Egitto ha promesso ai suoi cittadini che continuerà a controllarli, nonostante i confini siano stati ridisegnati).

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Tal Kelman

Ovviamente l’Egitto non ha regalato le due isole, inabitate e desertiche. L’Arabia Saudita pagherà due miliardi di dollari e fornirà armamenti, anche all’interno di una serie di accordi che prevedono investimenti sauditi in Egitto, per un totale di 20 miliardi di dollari, in cui sarebbe compreso anche un ponte atto a collegare i due Stati, a scopi turistici. Ma il Regno dei Saud che ci guadagna? Semplice: Israele. Fino a ora i rapporti tra i due paesi ci sono stati, ma sono sempre stati celati, anche grazie agli USA. Per la monarchia assoluta araba è invece giunto il momento di normalizzare i rapporti. Si verrebbe dunque a creare un’ufficiosa alleanza, esclusivamente istituzionale, tra i principali paesi sunniti e Israele, che, in seguito agli accordi per lo sviluppo del nucleare iraniano, si trovano più distanti del solito dall’Occidente. Perfino Netanyahu si è spinto a definire l’Arabia Saudita un alleato, anche in seguito alla spinta per inserire Hezbollah, organizzazione sciita e filo-iraniana, diventata il primo fronte di scontro tra paesi sciiti e paesi sunniti in Medio Oriente, nella lista dei movimenti terroristici redatta dalla Lega Araba. Alcuni media israeliani, inoltre, si sono spinti a teorizzare un imminente riconoscimento, da parte dei Saud, di Israele. La collaborazione israelo-sunnita ha visto un forte incremento, negli ultimissimi anni, già con l’Egitto, soprattutto nel campo dell’intelligence, ma anche per quanto riguarda il settore energetico. Settore energetico sul quale punta, storicamente, anche Riyad, che intende infatti sfruttare le due isole per il posizionamento di una moltitudine di pannelli solari.

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Gli Stati aderenti alla Lega Araba e le loro date di adesione

Le preoccupazioni

Più a Oriente, l’Iran minaccia spesso e volentieri la chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre i suoi alleati in Yemen, gli Houti, cercano di controllare il Golfo di Aden, l’imbocco, tra Africa ed Asia, che porta al Canale di Suez.

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Bandiera dell’Arabia Saudita

L’annessione concordata delle due isole da parte del Regno di Riyad entra nell’ottica di un’affermazione nella parte settentrionale del Mar Rosso, nonché della presenza nel Maghreb, al fine di sviluppare una sorta di pan-sunnismo a guida saudita. Progetto nel quale la partecipazione sempre più attiva dell’Egitto nell’Organizzazione della Cooperazione Islamica e nell’Alleanza Militare Islamica è fondamentale.

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Bandiera dell’Iran

In Iran, al contempo, la strategia dell’Arabia Saudita appare molto chiara, anche in seguito alla crescita notevole della sua flotta mercantile. La preoccupazione nella repubblica islamica, quindi, sale.

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Bandiera di Israele

In Israele, qualcuno, è invece preoccupato per lo sviluppo della prima centrale nucleare egiziana (supportata dai russi) e per l’incerto acquisto, da parte di Riyad, di bombe atomiche pakistane, la cui costruzione era stata effettivamente da loro finanziata. Secondo Shaul Shay, direttore dell’Interdisciplinary Center di Herzliya, vi potrebbero essere, però, problemi nel concreto, per Israele, che potrebbe rischiare di sorvolare il territorio saudita, magari, prossimamente, con il permesso per farlo, ma per il futuro questa certezza manca, in particolar modo nel momento in cui questa strana alleanza anti-iraniana dovesse portare a termine il suo obiettivo, divenendo così inutile o, comunque, meno necessaria.

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Bandiera dell’Egitto

Per quanto riguarda l’Egitto, dove già la popolazione è in tumulto per altri motivi, la cessione territoriale è stata aspramente criticata dai media non allineati e dai rimasugli di opposizione. Nell’ultimo anno, inoltre, diverse manifestazioni, contrarie a questa scelta, sono state represse duramente. Ma anche alcuni avvocati si sono opposti, tacciando l’accordo di incostituzionalità e accusando al-Sīsī di tradimento, ricorrendo, il 17 Maggio 2016, alla Corte Suprema d’Egitto. La repubblica del Nord Africa, però, oltre ai soldi e alle armi che arrivano dalla penisola arabica, guadagna un’ulteriore distensione con Israele e spera che l’Arabia Saudita faccia maggior pressione su Qatar e Turchia per fermare il finanziamento ai Fratelli Musulmani, principali oppositori del regime egiziano. La preoccupazione trasversale di molta dell’elite egiziana pare sia, però, il rischio di divenire un satellite di Riyad, un po’ come lo furono di Londra. Di conseguenza, oltre alla perdita reale di sovranità, si avrebbe, nell’immediato, un cambio di rotta nei rapporti con lo storico alleato Assad.

Le conseguenze di una mancata cessione

La mancata cessione potrebbe avere, per il governo egiziano, gravi ripercussioni. Secondo Ciro Sbailò, professore di diritto comparato all’Unikore di Enna e direttore di SKAI-Studi Kore, in Egitto, l’integrità territoriale ha una valenza maggiore rispetto alla media dei paesi mediorientali, poiché più storicamente definita. A Gennaio, l’Alta Corte Amministrativa aveva annullato il trasferimento delle due isole, ma, il 2 Aprile scorso, il Tribunale di Giustizia per i ricorsi urgenti ha rivisto questa sentenza, accogliendo il ricorso dell’avvocato Ashraf Farahat. In controtendenza con quest’ultima sentenza, l’Art. 151 della Costituzione egiziana rende però nulle le cessioni territoriali. Lo stesso presidente viene investito del compito costituzionale di salvaguardare l’integrità territoriale, secondo gli Artt. 139 e 144. Risulta quindi piuttosto improbabile che la cessione si realizzi. Il tutto si giocherà negli equilibri di forza che si giocheranno, a loro volta, all’interno dell’instabile assetto istituzionale egiziano, sempre più fragile anche a causa di una crisi economica che non trova soluzione. Al fine di rafforzare il governo di al-Sīsī, potrebbero perfino essere reinseriti nel circuito politico i rami più moderati dei Fratelli Musulmani, anche in funzione anti-radicalizzazione e di riavvicinamento al governo statunitense.

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Emblema dei Fratelli Mussulmani

La Storia repubblicana egiziana ha visto la deposizione di molti presidenti, dal primo, Muḥammad Naǧīb, al penultimo, Muḥammad Mursī. Solo Gamāl al-Nāṣir, in Occidente conosciuto come Nasser, morì per cause naturali. Eccezion fatta per il Marocco, il Nord Africa continua ad essere un crogiuolo di istanze spesso inconciliabili. A questo si aggiunge la Costituzione egiziana del 2014, che prevede una gestione semplificata dei golpe.

USA e comunità internazionale

Negli ultimi mesi, la posizione sullo scacchiere internazionale dell’Egitto è divenuta sempre più confusa. Se, da un lato, si cerca l’appoggio di Arabia SauditaIsraele (quindi, collateralmente, degli USA), dall’altro c’è stato il voto in favore della risoluzione russa per quanto riguarda la Siria, discutendone anche con l’Iran. Il 3 Aprile, al-Sīsī ha fatto visita al POTUS Donald Trump, la prima visita ufficiale di un capo di Stato egiziano alla Casa Bianca, dal 2010, all’interno di una visita statunitense della durata di cinque giorni. Tra i temi discussi, la lotta all’islamismo (sia radicale che estremista), tanto che, pare, Trump stia per inserire i Fratelli Musulmani nella lista dei gruppi terroristici. Altri temi caldi pare siano stati le situazioni di Iraq, Siria, Yemen e Libia, nonché la questione palestinese. Il rapporto tra i due è sicuramente disteso. Il Presidente egiziano è stato tra i primi politici arabi a congratularsi con The Donald per la sua vittoria, anche a causa di alcune divergenze con l’amministrazione Obama. Il giorno prima è avvenuto un incontro con il capo della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, col quale ha discusso di questioni economiche e politiche sociali.

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al-Sīsī e Donald Trump

Non si sa ancora quale sarà il destino di Tiran e Sanafir, ma è certo che sarà legato al futuro del governo di al-Sīsī, dunque dell’Egitto, quindi del Medio Oriente. Le due isole giocano un ruolo infinitamente più grande di loro nell’assetto geopolitico mondiale, almeno per ora. Se non si troveranno altre vie per un accordo tra Arabia Saudita ed Egitto, si rischia di creare ulteriore instabilità nell’area, nonché di rimpinguare le fila di quegli Stati che si stanno allontanando da USA e NATO, con ripercussioni che, volenti o nolenti, favorevoli o meno all’attuale assetto mondiale, si riverseranno su tutti, anche su di noi.

Michele Radaelli

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