La chimera dei decadenti: un ritorno incerto in un libro imperdibile

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Nel rumoroso, instabile ma inesorabile avanzare dell’Età Moderna sembra ormai quasi impossibile che l’Arte (che rispecchia sempre la società nella quale vive) – in questo caso la scrittura – possa adornarsi di fronzoli, periodi prolissi e bellerie antiquate; eppure, davanti ai nostri occhi, abbiamo la prova che ancora una volta qualche artista s’imponga all’aggiornarsi degli stili per impugnare una dignità e una consapevolezza che trasuda di vecchio ma che ci appartiene più che mai come europei in primis e come occidentali in secundis.

Il libro di Orlando Donfrancesco (edito da Historica – http://www.historicaedizioni.com/prodotto/1152/ – copertina a opera del Conte Massimiliano Mocchia di Coggiola già nostro ospite) pare un omaggio all’antichità, all’immobilità e a un sano luddismo dedito a un ritorno (e contatto) con il nostro passato fatto di rigattieri di mobili antichi, messe a rito tridentino, feste in maschera e sarti vesuviani. 
Un encomio alla cultura europea, italiana e veneziana, con le sue chiese, locali storici e tradizioni stilistiche; il romanzo ruota intorno alla mondanità esteticamente elevata che le città d’arte (Roma, Venezia e Parigi) possono ancora offrire a chi (come i protagonisti dell’opera) è così sofisticamente esigente da non volersi mischiare con il baccano dei turisti e dei teenagers rifugiandosi nella propria torre d’avorio che molto ricorda il nostro cantuccio. Un libro che quindi non poteva che non essere trattato in questa adorna Rubrica, ma prima di iniziare, qualche riga di presentazione sull’autore.

Orlando Donfrancesco vive a Roma. Laureato in farmacia, si occupa di medicina antroposofica, musica elettronica, storia del costume, saggistica e narrativa. Ha pubblicato racconti brevi per la Giulio Perrone Editore e la Writers Magazine Italia. Questo è il suo primo romanzo, finalista al premio “Orlando Esplorazioni” nel 2015.

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Orlando Donfrancesco, autore di Il sole a Occidente

Inizierò con una domanda molto semplice: cosa l’ha spinta a scrivere questo libro? Puro otium cum dignitate o c’è qualcos’altro dietro le sue motivazioni?

A mio avviso si può iniziare a scrivere un romanzo per puro otium cum dignitate, ma per portarlo a termine ci vuole sempre una motivazione. La mia è stata fin dall’inizio quella di scrivere un romanzo contemporaneo che ricreasse le atmosfere e la poetica del decadentismo, in una storia che si svolge ai giorni nostri. Posso definirlo un omaggio a quel tipo di cultura e letteratura che mi ha formato. Poi ovviamente la storia mi ha coinvolto ed è andata avanti da sé, aggiungendo l’ulteriore motivazione a creare qualcosa di originale nel panorama stereotipato della narrativa italiana attuale e, allargando ulteriormente il concetto, nella desertificazione del “pensiero unico” dominante.

Leggendo il romanzo si può facilmente notare come vi sia una forte attenzione nella descrizione (a volte volutamente costruita in modo palese) degli elementi cardine della vicenda, in particolare per i luoghi e per i vestiti, come mai questa scelta stilistica?

Il Sole a Occidente è un romanzo narrato da un punto di vista prevalentemente “estetico”, dunque la descrizione dettagliata per tutto ciò che è considerato importante dal protagonista è una precisa (e coerente) scelta stilistica in tal senso.

Vi sono molti punti di vicinanza con Huysmans per quanto riguarda la descrizione maniacale dei mobili delle case citate e dell’accademico nozionismo sulle opere europee, inoltre ho notato come anche la retorica dannunziana sul piacere e sul trionfo della cultura classica – europea sia molto presente. Insomma, possiamo parlare di neo – decadentismo?

La definizione di neo-decadente che è stata data al mio romanzo mi piace particolarmente, anche se sarebbe più appropriato parlare di post-decadentismo. Infatti, se i “numi tutelari” Huysmans, D’Annunzio e Wilde crearono la poetica decadente sul finire del XIX secolo guardando con nostalgia a ciò che era esistito prima e che in quel momento iniziava a finire, Tancredi guarda con nostalgia proprio al loro mondo, già decadente di per sé e ora definitivamente sepolto. Da ciò l’assenza di speranza che permea tutto il romanzo, e che spesso si risolve in puro nichilismo.

Il romanzo parte nel Pincio di Roma ma prosegue per gran parte a Venezia, come mai queste due città?

Queste due città, che conosco bene e che amo, insieme a Parigi costituiscono la triade perfetta per le atmosfere che ho voluto creare. Ovviamente Venezia – città-isola isolata nello spazio e nel tempo – rappresenta il rifugio ideale e ineguagliabile per l’esteta che vuole isolarsi dal resto del mondo. Potremmo definirla una torre d’avorio naturale.

A Venezia vi è una forte attenzione all’evento mondano del Carnevale, perché è così importante sia per Tancredi? E per Orlando?

Mi ricollego alla risposta precedente: cosa può esserci di più seducente del Carnevale per un esteta che vive nella torre d’avorio veneziana? Un evento effimero, della durata di una settimana o poco più, capace di trasportare l’animo sensibile in un tempo “altro”, dove il solo fattore estetico è in grado di creare un mondo intero destinato a incenerirsi rapidamente, lasciando nell’anima uno spleen di proporzioni gigantesche. Nutrimento vitale per Tancredi, e anche per Orlando, che lo frequenta ormai da più di vent’anni. Ovviamente parlo del Carnevale privato, non quello di piazza.

Nel romanzo ho potuto notare che alcuni personaggi – in particolare uno – hanno riferimenti a persone che esistono davvero, è così? La stessa figura di Tancredi è la personificazione letteraria di qualcuno, ci può dire di più?

Come penso accada in tutti i romanzi, ogni personaggio ha caratteristiche di persone realmente esistenti dai quali si è tratta ispirazione. Non per questo possiamo però parlare di “personificazioni letterarie”: ogni personaggio è un collage di tratti e dunque non può rispecchiare in toto una persona reale. Per quanto riguarda Tancredi non mi sono ispirato a nessuno in particolare, se non alla parte più oscura e controversa del mio animo.

Continuerà a scrivere di gentiluomini esteti e di nobili decaduti?

Non so se lo farò, mi piace variare con i temi. Quel che è certo è che non posso evitare di parlare di uomini che lottano per la Libertà e la Bellezza (entrambe con la maiuscola) contro la volgarità e l’omologazione di pensiero dei nostri tempi. Se c’è una motivazione che mi spinge ogni volta a prendere la penna in mano, è proprio questa.

Daniele Ruffino di Cabanera

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