Ekaterimburg – l’eccidio di casa Ipatiev

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Da bambina ero convinta che da grande avrei esercitato la professione dello storico e che avrei indagato sui grandi enigmi del passato portandone alla luce il vero volto.

Lo storico, volente o nolente, è uno  studioso dell’umano, del mondo del “possibile”, dove le verità delle parti si scontrano in un duello che spesso risulta senza vincitori né vinti. Un po’ come il famoso Il fu Mattia Pascal di Pirandello, egli volge alla realtà uno sguardo strabico, distorto da quella che è la memoria di altri, indaga la polifonia di voci e storie che arriva loro, nell’incessante ricerca di quella che è la verità.

Immaginiamo lo storico come un medico che, per la prima volta, si trova ad aver a che fare con un paziente: egli chiaramente non potrà far alcuna diagnosi senza prima aver un quadro completo della situazione. Lo studio storico è, infatti, studio di individui e persone e può essere compreso solo alla luce dell’analisi della struttura sociale che, così come una molecola, risulta essere sempre in movimento.  Nulla ha senso in sé, è l’unità a essere sacra. L’impossibilità di analizzare le singole parti e la necessità di una prospettiva unitaria, la necessaria attenzione che deve essere posta ai rapporti, alle connessioni e alle relazione tra i vari fattori, ci porta ad introdurre quella che è la prospettiva sistemica.

Il fatto di cui oggi vogliamo parlare è quello che molti di voi conoscono come Eccidio di casa Ipatiev che segnò la fine della casata Romanov.

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A mezzanotte, Jurovskij svegliò i Romanov e ordinò loro di prepararsi per una partenza; spiegò che, in concomitanza dell’arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz’ora più tardi Nicola II, la moglie Alessandra, il medico Botkin, l’inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Olga, Tatiana, Maria, Anastasia, Aleksej e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e Jurovskij li invitò ad entrare nella stanza del pianterreno.

« Al pianterreno era stata scelta una stanza con un tramezzo di legno stuccato (per evitare rimbalzi), da cui erano stati levati tutti i mobili. La squadra era pronta nella stanza accanto. I Romanov non avevano intuito nulla

[…]

Nikolaj aveva in braccio Aleksej, gli altri portavano dei cuscinetti e delle piccole cose di vario genere. Entrando nella stanza vuota, Aleksandra Fëdorovna domandò: «Ma come, non c’è neppure una sedia? Non ci si può neppure sedere?». Il com. ordinò di portare due sedie. Nikolaj fece sedere su una sedia Aleksej, mentre sull’altra prese posto Aleksandra Fëdorovna. Ai rimanenti il com. ordinò di disporsi in fila. »

(Jurovskij – che narra in terza persona)

Per non far agitare i prigionieri venne usata come scusa la necessità di far loro una fotografia che servisse da prova del loro stato di salute per i parenti che da mesi reclamavano loro notizie.

Non appena allineati, Jurosky fece segno ai suoi collaboratori di entrare e prima che si aprisse il fuoco, estrasse dalla tasca un pezzo di carta e lesse: Nikolaj Aleksandrovich, per decisione del Soviet regionale degli Urali, siete condannato a morte. La rivoluzione sta per morire e tu morirai con essa. Avanti!

(Dal racconto dei fatti di Voikov)

L’ex zar ebbe appena il tempo di farsi il segno della croce che un primo colpo gli trapassò il capo. Nicola venne trafitto da una scarica di colpi di rivoltella, tutti provenienti da Juroskij. Il colpo di grazia gli venne dato da Viokov. La seconda a cadere fu la zarina seguita subito dopo dal figlio. Si fece fuoco per parecchi minuti . Lo scantinato era pieno di fumo acre e di stomachevole odore di sangue. Le granduchesse stavano ancora gemendo. Dovettero essere finite con un colpo di pistola. Lo zarevic ricevette il suo coup de grace da Juroskij.

Verso le due di notte, calò per sempre il silenzio su casa Ipatiev.

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Chi entrò in quella stanza in quella calda notte di luglio?

I nomi delle vittime sono sicuri. Primo tra tutti troviamo Nicola Aleksandrovich Romanov, cinquantenne ed ex imperatore di Russia. Un uomo di indole mite a detta dei suoi contemporanei, ma assolutamente impreparato alla difficile arte del governo, probabilmente a causa dell’ingombrante figura paterna. Al suo fianco c’è Alessandra, sua moglie, il centro del suo mondo da quando, quindicenne, la conobbe. Alessandra ha un carattere forte, è autoritaria e a un occhio poco attento potrebbe sembrare la classica parvenu.  Nipote per linea materna della regina Vittoria, non godette mai della stima del popolo russo che la chiamava Nemka, la cagna tedesca.

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La loro progenie si apre con Olga, ventiduenne con una spiccata passione per la letteratura e la storia, dal carattere malinconico e introverso. A detta di molti, la preferita del padre. Su chi fosse la preferita della zarina non ci sono dubbi, si tratta sicuramente di Tatiana, la secondogenita della coppia imperiale. Alta, oltre 1.75, capelli scuri e grandi occhi blu, gli occhi dei Romanov, aveva un carattere tanto forte da esser soprannominata “la governate”. Maria aveva in sé la forza di nonno Alessandro, capace di piegare un rublo con le dita, la calma di Nicola e il suo sorriso sempre pronto ad accogliere chiunque. Lei fu quella che uscì per le strade di San Pietroburgo, in mezzo a una bufera di neve, per portar cibo e medicine ai soldati. Maria, detta Mashka è considerata da molti storici filo zaristi come l’ultimo angelo di Russia.

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Anastasia è senza dubbio la più conosciuta delle quattro granduchesse, era il vero giullare di corte. Una sera, durante una cena ufficiale, si infilò sotto al tavolo e prese a solleticare le gambe di un ambasciatore. Un pomeriggio d’inverno, invece, mentre giocava a palle di neve, ferì la sorella maggiore Tatiana, tirandole della neve “condita” con una pietra.

Aleksej – o come preferivano chiamarlo i familiari, Aliosha – era l’unico figlio maschio di Nicola e Alessandra. Un bambino bellissimo e intelligente ma anche gravemente malato dato che aveva ereditato dalla madre il terribile gene dell’emofilia.

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Pierre Gillard, uno dei precettori di palazzo, lo descrisse così :

Lo zarevič era certamente uno dei bambini più belli che si possano immaginare, aveva un colorito rosa e fresco di un bambino sano, e quando sorrideva sulle guance paffute si disegnavano due fossette. Aleksej era il centro di questa famiglia unita, il fuoco di tutte le relative speranze e gli affetti. Le sue sorelle lo adoravano. Era l’orgoglio e la gioia dei suoi genitori. Quando stava bene, il palazzo si trasformava.”.

Le vittime esterne alla famiglia furono: Anna Deminova, una dama di compagnia, molto intima della zarina che aveva scelto di accompagnarla anche nei difficili giorni di prigionia, Aleksej Trupp, il valletto personale dello zar, Botkin, il medico personale dello zarevic, molto affezionato al ragazzo, tanto da rifiutarsi categoricamente di lasciarlo e Ivan Charitonov, uno dei cuochi di famiglia.

L’ex famiglia imperiale russa trascorse in casa Ipatiev i suoi ultimi 78 giorni di vita. In una prima fase furono vittime di numerosi soprusi da parte delle guardie, nella seconda fase (che facciamo coincidere con l’ingresso al comando di Yakov Juroskij), i Romanov ottennero nuovamente la possibilità di scambiare missive con i loro parenti e di recarsi in Chiesa a pregare. Quello che però caratterizza in modo preponderante questa seconda fase è il fatto che fin dall’inizio si stesse progettando la loro morte dunque abbiamo questa crasi tra il ricomparire di un clima apparentemente sereno e l’aleggiare di questo fantasma di morte.

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Per quanto riguarda i membri del plotone d’esecuzione, l’identificazione di ciascun componente, appare affar più complesso poiché alcuni nomi differiscono tra una ricostruzione ed un’altra. Iniziamo con quelli certi.

Yakov Juroskij fu incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell’esecuzione e del successivo occultamento dell’eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l’avevano seguita: in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della “Casa a destinazione speciale”, ossia della Casa Ipat’ev, dove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia, e nelle loro ultime settimane di vita gestì i ritmi della casa.

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I Romanov vivevano sotto stretta sorveglianza e la prolungata convivenza con le guardie rosse era costellata di soprusi e angherie da parte di queste ultime verso l’ormai impotente famiglia, specialmente verso le figlie adolescenti dell’ex sovrano Ol’gaTat’janaMarija e Anastasija. Sotto il precedente comandante della casa, i furti e gli scherzi triviali verso la famiglia erano all’ordine del giorno e i Romanov avevano persino difficoltà a tutelare la salute cagionevole del figlio minore di Nicola II, Aleksej, malato di emofilia, e della ex zarina Aleksandra Fëdorovna, sofferente di sciatica.

Con la sua rigorosa, fredda e spiccata professionalità, Juroskij si guadagnò la fama di efficiente funzionario sovietico. Con la rivoluzione d’ottobre e la presa del potere dei bolscevichi, fu eletto deputato regionale e Commissario di giustizia, oltre a guadagnare un posto di rilievo nella čeka di Ekaterinburg.

  • Di Sverdlov non sappiamo molto, se non che sopravvisse ai Romanov solo di pochi mesi, morì di tubercolosi il 16 marzo 1919.
  • Molotov era invece una delle “antenne” del Soviet degli Urali, pur potendo fornire un interessante opera al lavoro degli storici moderni, preferì trascorrere i suoi ultimi giorni in pace nell’isolato “Estrada” su una collina di Mosca da cui godette della vista del Cremlino, pur non riuscendo mai ad entrarvi.
  • Voikov, l’uomo di cui abbiamo utilizzato le memorie per la ricostruzione dei terribili fatti di quella notte del luglio ’18, venne assassinato a Varsavia nel 1927. Sorte simile toccò anche ai compagni Beloborodov, Ermakov e Goloscekin.

Per quanto riguarda i restanti membri del plotone, dai racconti di Juroskij si evince che nella seduta del Soviet dove si sarebbero decisi i bersagli dei carnefici, le guardie rosse si rifiutarono di sparare sui figli e egli dovette chiamare ex prigionieri di guerra austro-ungarici che avevano aderito alla rivoluzione a cui spiegò tutto in tedesco.

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Per ben comprendere quale fosse il clima che portò ai fatti di casa Ipatiev bisogna partire almeno dal marzo del 1917 quando Nicola II, lontano da casa, bloccato su un treno in mezzo alla Siberia, dopo aver subito il tradimento dei sui più fidati generali, venne forzato dai membri del governo provvisorio a firmare il documento d’abdicazione per sé e per il figlio Aleksej, ponendo così fine ad agli oltre 300 anni di autocrazia della sua famiglia.

Nicola, come abbiamo già detto, non era affatto un uomo di indole malvagia, tuttavia era quantomeno inadatto al ruolo che ricopriva, soprattutto alla luce di quella che era la situazione della Russia nei primi anni del ‘900. Una frase di Denis Ivanovič Fonvizin: “Dio è troppo in alto, lo Zar troppo lontan”, incarna perfettamente la visione che il popolo russo aveva del suo monarca.

La Russia aveva bisogno di una rivoluzione, il popolo la esigeva da tempo, per le strade gelide di Mosca si vociferava da tempo che presto le aquile sarebbero cadute. La rivoluzione del’ 17 fu relativamente incruenta ma fu seguita da una feroce guerra civile tra l’esercito anticomunista dei Bianchi e l’Armata rossa bolscevica. Le forze dei Bianchi erano prive di un comando forte ma, aiutate dalle potenze occidentali, riportarono qualche vittoria, tanto da giungere alle soglie di Ekaterimburg , cosa che probabilmente fece decidere il Soviet per “l’eliminazione del problema” come riportato nel telegramma 4852 che conteneva le istruzioni per l’eccidio.

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Ricordiamo che esistono versioni contrastanti riguardo quello che fu il trattamento riservato all’ex zarina e alle sue figlie, nei momenti precedenti alla fucilazione.

Una delle guardie, il lettone Kalnin, diceva spesso ai suoi compagni che avrebbero dovuto sfogare la loro vendetta sulle granduchesse per le sofferenze cui per secoli era stato sottoposto il popolo:

A me non importa un fico secco della loro bellezza, poiché preferisco di gran lunga le ragazze di Ekaterimburg ma al mio paese siamo stati a lungo prigionieri dei baroni tedeschi che mettevano incinte le nostre donne … ora è il tempo di vendicarsi sulla tedesca. Le sue figlie devono pagare per i bei servizi fatti alle nostre ragazze”.

Stando a questa testimonianza è facile pensare a cosa quelle povere quattro ragazze, dovettero subire prima della morte. Tuttavia, numerosi storici risultano concordi nell’affermare che per la ricostruzione dei fatti, delle tempistiche e soprattutto per l’esiguo spazio dove si consumò l’eccidio, risultasse impossibile perpetrare anche una violenza sessuale. Se le granduchesse abbiamo o meno subito anche l’onta di questo terribile oltraggio, rimane ad oggi un segreto custodito dalle pagine del tempo.

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Altro mistero riguarda quanti tra gli stessi membri del Soviet fossero concordi nell’uccidere tutta la famiglia e il suo seguito. Si sa di alcuni membri, tra cui ricordiamo lo stesso Trotzkij che si dissero sorpresi e sconcertati nell’apprendere che non fossero periti solo lo zar, la zarina e lo zarevich. Chi decretò la morte dei Romanov? Si trattò di un ordine proveniente dai piani alti, dallo stesso Lenin, o si trattò di una decisione presa da un più ristretto numero di persone?

Molti di voi saranno sicuramente a conoscenza anche delle numerose illazioni riguardanti varie donne che dicevano di essere Anastasia o uomini che giuravano di essere lo zarevich, protagonista di una rocambolesca fuga (come non si sa, dato che, lo ricordiamo, soffriva di emofilia e negli ultimi mesi di vita visse a lungo su una sedia a rotelle). Da cosa nascono tutte queste speranze riguardanti il fatto che qualcuno potesse essere sopravvissuto allo sterminio?

Lo stesso Sir Charles Eliot, alto commissario inglese e console generale in Siberia, uno dei due diplomatici di grado più elevato in Russia, uomo di straordinaria cultura, inviato con la precisa istruzione di vedere con i propri occhi e di dare un proprio giudizio sull’andamento delle cose, indagando sulla strage, inviò in codice il suo primo cablogramma a Londra al ministro Balfur, riferendo:

“Il mistero circonda il destino degli zar, che secondo i bolscevichi è stato fucilato qui la notte del 16 luglio, mentre alcuni tra i funzionari di grado più alto e meglio informati sono convinti che Sua Maestà Imperiale non sia stata uccisa ma portata via e data in custodia ai tedeschi, e che la storia dell’assassinio sia stata poi inventata per spiegarne la scomparsa. Il funzionario incaricato dell’attuale governo (i Bianchi) di indagare sul delitto mi ha mostrato la casa dove fu rinchiusa la famiglia imperiale e dove Sua Maestà Imperiale si dice sia stata fucilata. Ha respinto (Sergeev) come montature tutte le storie riguardanti la scoperta dei cadaveri, e le confessioni dei soldati che avrebbero partecipato all’esecuzione…. E’ opinione generale che l’imperatrice, il figlio e le quattro figlie non siano stati uccisi ma trasferiti, il 17 luglio, a nord o a ovest. La storia che li vuole bruciati in una cava sembra essere una amplificazione del fatto che è stato trovato un mucchio di cenere, residuo evidente di un grosso mucchio di abiti. In fondo alle ceneri c’era un diamante….e poiché si dice che una delle granduchesse avesse cucito un diamante nella fodera del vestito, si è ritenuto che qui sono stati bruciati i corpi della famiglia imperiale.

Il 17 luglio un treno con le tendine abbassate partiva da Ekaterinburg per destinazione ignota: si crede che a bordo si trovassero i membri della famiglia imperiale. Sembra dunque probabile che la famiglia imperiale si sia travestita prima della partenza”

Eliminati i Romanov, i congiurati cominciarono in fretta e furia le operazioni per far sparire quegli scomodi corpi; i cadaveri, denudati, furono caricati su una camionetta e condotti in un bosco dove si tentò inutilmente di bruciarli, in quanto la legna, umida e bagnata, non prese fuoco; dopo averli orribilmente mutilati e sfigurati con l’acido, per renderli irriconoscibili, si decise di gettarli nel pozzo di una miniera, ma anche in questo caso qualcosa andò storto, visto che l’acqua copriva quei resti solo fino alla metà. I corpi vennero così ricaricati sulla camionetta che, poco più tardi, rimase impantanata nel fango; stante il tempo trascorso, dopo aver scavato il terreno, i resti della famiglia imperiale vennero definitivamente seppelliti in una fossa comune, coperta da traversine di legno, luogo in cui rimasero fino al loro ritrovamento, avvenuto sul finire degli anni settanta, in piena era sovietica e reso noto solo nel 1989.

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I corpi ritrovati però non erano tutti, ne mancavano due all’appello. Uno era sicuramente quello dello zarevich, l’altro apparteneva verosimilmente a una tra le granduchesse Maria e Anastasia.  Il 23 agosto 2007 uno dei prosecutori dell’inchiesta sui due corpi scomparsi, Sergeij Pogorelov, ha dichiarato da Ekaterinburg che

delle ossa trovate in un’area di terra bruciata presso Ekaterinburg appartengono a un ragazzo e a una ragazza all’incirca della stessa età di Aleksej e di una delle sue due più giovani sorelle”.

Lo scienziato locale Nikolaj Nevolin dichiarò che un test sui resti sarebbe presto stato avviato. Il 28 settembre è stato annunciato dalle autorità regionali che la probabilità che le ossa appartengano ai due figli di Nicola II «è molto alta».

Il 30 aprile 2008, in seguito alla pubblicazione dei test del DNA da parte del laboratorio statunitense che aveva in esame i resti ritrovati nell’estate, vengono definitivamente identificati i corpi della granduchessa Marija e dello zarevič Aleksej. Lo stesso giorno le autorità russe comunicano ufficialmente che l’intera famiglia è stata identificata chiudendo per sempre, uno dei tanti misteri sulla fine dei Romanov.

Soraya Galfano

11 Commenti

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