Quando abbiamo iniziato a parlare italiano?

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È arrivato il momento di svelarvi quel terribile segreto di cui vi parlavo qualche articolo fa. La verità, cari lettori, è che mi riesce molto difficile scrivere di storia medievale senza temere orde di storici inferociti che mi inseguono al grido di “MI STAI RUBANDO IL LAVORO! TORNATENE AL TUO CORSO DI LAUREA!”. La verità, signori miei, è che sono laureata in lettere, non in storia (qui un sito per manifestare il vostro stupore).

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Un gruppo di storici caccia i letterati dal blog de L’ora d’aria

Oggi quindi vorrei parlarvi di un argomento più vicino al mio corso di laurea: la lingua italiana. Ogni letterato che si rispetti deve affrontare nella sua vita un corso di linguistica italiana o di filologia romanza in cui, bene o male, gli viene spiegata l’evoluzione del latino e la sua trasformazione nelle lingue romanze che nascono e si sviluppano proprio nel Medioevo.

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Un’arma di distruzione di massa scagliata su ogni letterato in Statale, a Milano

Come ricorderete dal primo articolo nessuno si svegliò nel 476 pensando di essere approdato a una nuova epoca. Allo stesso modo nessuno si svegliò un bel giorno credendo di dover improvvisamente parlare italiano! Come la storia, anche la lingua è frutto di evoluzioni e lenti cambiamenti, nessun idioma naturale si crea a tavolino.

L’italiano, insieme a francese, spagnolo, portoghese, rumeno e altre lingue minori ancora esistenti, è una lingua romanza perché deriva dal latino. Questa lingua, come le altre della Romània (un territorio non ufficiale che comprende tutte le zone europee in cui si parlano lingue romanze), è chiamata volgare perché tradizionalmente è parlata dal volgo ed è contrapposta al latino classico, appannaggio delle persone colte. In realtà non è proprio così. Il volgare è usato da chiunque ma solamente nel contesto dell’oralità, nella lingua scritta si usa invece esclusivamente il latino. Già in epoca classica sarebbe presente una varietà linguistica diversa, il sermo familiaris, usato in un contesto informale. Tra il latino classico e le lingue romanze c’è allora un idioma intermedio chiamato latino volgare. Come accade anche oggi, il cittadino medio in epoca classica e nel Medioevo tende a semplificare la lingua, soprattutto nel parlato.

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Una moderna semplificazione linguistica. Sigh.

Ma, dico, avete mai sentito la registrazione di un uomo medievale? È mai stata ritrovata una VHS con il filmino del decimo compleanno del futuro zappatore di Pralboino mentre la famiglia gli canta “Tanti auguri a te”? Ovviamente no. Tutto ciò di cui disponiamo sono le fonti scritte e il contesto storico da cui attingere le informazioni che ci servono.

Siccome state diventando dei piccoli storici saprete ormai che all’alba del Medioevo il mondo romano era totalmente cambiato anche e soprattutto a causa delle migrazioni germaniche (“perché non invasioni barbariche come mi hanno insegnato a scuola?!”, direte voi, miei piccoli lettori, la risposta vi sarà fornita in un altro articolo) quando cioè i popoli del nord e del nord est entrano nei confini romani e arrivano anche ad occupare posizioni di rilievo nell’amministrazione dei territori. L’arrivo di questi popoli influenza la lingua latina, è quindi una lingua di superstrato perché non si impone sull’idioma indigeno ma ne influenza profondamente la struttura. È soprattutto questo evento storico che inizia a modificare il latino volgare guidandolo definitivamente verso le varietà romanze.

Andiamo allora a cercare le prime testimonianze di latino volgare e di varietà romanza. Un esempio che può spiegare i cambiamenti e le caratteristiche del latino volgare è il cosiddetto indovinello veronese (VIII-IX secolo) vergato a margine di un codice più antico:

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No, non è scritto con l’alfabeto arabo

Scritto con questo comodo font il testo recita così:

Se pareba boves, alba pratalia araba

et albo versorio teneba, et negro semen seminaba

Cioè “Spingeva i buoi, arava i prati bianchi / e teneva un aratro bianco e seminava un nero seme”. Il fantasmagorico autore voleva ovviamente paragonare il lavoro nei campi all’arte della scrittura, ma questo ci interessa poco. Quello che ci interessa è invece la scomparsa della desinenza -t alla fine dei verbi (che indicava, in latino, la terza persona singolare) o il cambiamento di alcune vocali (nigro del latino classico diventa negro) che indicano una semplificazione in atto anche nella lingua scritta. Questa però non è ancora la prima testimonianza di lingua romanza perché la struttura è ancora quella latina, togliere la t alla fine significava pronunciare più facilmente e velocemente la parola, per questo spesso anche nelle grammatiche dell’epoca si compilava una tabella con gli errori più frequenti e le rispettive correzioni (ad esempio si segnalava, in una grammatica come l’Appendix Probi, la storpiatura di calida in calda, più veloce e semplice da pronunciare).

Le prime fonti relative alle lingue romanze propriamente dette sono da ricercare nelle cosiddette scritture esposte, i murales odierni in sostanza, o nei testi non letterari. Per quanto riguarda la prima categoria, l’esempio più antico scoperto fino ad oggi è il graffito della Catacomba di Commodilla, nella prima metà del IX secolo:

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No, non è stato un ragazzino romano di passaggio

Il testo recita “Non dicere illa secrita abboce” cioè “non pronunciare le segrete a voce alta”. Questa incisione è il consiglio di un ecclesiastico a un collega sbadato: durante la messa l’officiante voltava le spalle alla platea e recitava delle preghiere particolari, le segrete appunto, da pronunciare sottovoce. Il testo ha dei tratti marcatamente romanzi: l’infinito negativo costruito con non (il latino classico avrebbe usato ne), la presenza di illa usato come articolo e soprattutto il raddoppiamento fonosintattico (abboce) che usate ancora oggi se abitate nell’Italia del centro o del sud (il mio professore di linguistica, bresciano, amava dire accasa in qualsiasi esempio sul raddoppiamento fonosintattico, ma questa è un’altra storia).

Vorrei chiudere con il mio esempio preferito, risale al 960 ed è il primo esempio di volgare in codici non letterari, è contenuto nel Placito Cassinese.

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Aaah, che chiarissima grafia

Un placito è il parere di un giudice su una lite. In particolare i placiti cassinesi riportano una disputa per definire l’appartenenza di alcune terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa, Aurunca e Teano. I giudici chiamano in causa anche alcuni testimoni, prevalentemente monaci, che riportano il loro punto di vista trascritto poi sul documento. La parte che ho indicato è una delle quattro testimonianze ed è sicuramente la più conosciuta:

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

“So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, le ha possedute per trent’anni l’amministrazione di San Benedetto”. È chiaramente una formula, presente anche nelle altre tre testimonianze, ma il monaco, una persona dotta dunque, non ha usato il latino in modo da far capire a tutti i presenti ciò che stava dicendo. La struttura della frase è totalmente modificata rispetto al latino classico, l’unica parte che mantiene le desinenze latine è Sancti Benedicti, sicuramente l’elemento più importante della frase perché indica l’appartenenza delle terre in questione.

Non possiamo allora definire un periodo preciso di passaggio dalla lingua latina a quella romanza, possiamo solo ricercare le testimonianze più antiche nello scritto tenendo ben presente che i primi utilizzi del volgare al di fuori dell’oralità sono dettati da esigenze di comunicazione, di fronte a una popolazione che, in larga parte, non comprende più il latino. È proprio il bisogno di comprensione che porta alla redazione dei cosiddetti Giuramenti di Strasburgo, il primo vero documento ufficiale in volgare nel mondo latino. Del suo contenuto e del suo contesto storico parleremo la prossima volta.

Daniela Marchesetti

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