5 sconosciuti da ascoltare

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Che cosa occorre per avere successo? Secondo quella Bibbia laica che è WikiHow, per far sì che una band abbia successo basta che segua 14 passi (corredati dalle solite immagini assurde): 1. trova un agente; 2. distribuisci volantini; 3. fai video delle prove e caricali su YouTube; 4. fai pratica; 5. sii paziente; 6. non farti problemi se sei Dave Mustaine; 7. MySpace (forse all’epoca di Homo floresiensis); 8. invita amici e conoscenti a dare feedback; 9. suona più che puoi; 10. filmati sempre e comunque; 11. non ammettere il tuo partner nella band solo perché avete una relazione (questa me la ricordo bene); 12. crea un look per la tua band (io cantavo in kilt); 13. registra un CD (non un album eh, attenzione!); 14. crea un logo e stampalo su magliette che farai indossare a parenti a amici (straordinario ultimo punto).

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WIKIHOW BAND, capito?!

Non credo che questi consigli lo siano veramente, non credo, dunque, che gente come Rihanna ed i 99Posse (mi piaceva l’idea di accostarli), abbia dato un’occhiatina a WikiHow prima di intraprendere la carriera (più o meno) artistica. Forse, anzi, questi consigli sono stati più ossequiosamente seguiti da persone che non conosciamo. Non so che cosa possa realmente servire per avere successo in campo musicale, ma indubbiamente ci sono artisti che avrebbero meritato molto di più. E non parlo del povero Gabbani ingiustamente tradito da San Marino, ma di gente che non arriva alle 100mila visualizzazioni su YouTube, pur avendo prodotto cose interessanti.

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2017: Guerra italo-sanmarinese

Per questo ho deciso di far loro un po’ di pubblicità, gratuita e inefficace.

Ho selezionato per voi (per me) alcuni artisti, non tutti stranieri, atti a solleticare il padiglione auricolare dei più avvezzi agli insuccessi ed alle stranezze. Alt al mainstream (e al sudore)!

Orbene, seguitemi:

1. Non è una classifica, quindi questo non è un primo posto, ma è semplicemente il primo artista ad essermi venuto in mente, nonché quello di maggior insuccesso. Si tratta dello statunitense Justin Dean Thomas. Cantautore, comparsa cinematografica e poeta stabilitosi a New York, ma originario di Boston, Justin vive della sua musica, tra locali e stazioni della metropolitana, quindi, probabilmente, muore di fame. Si tratta di una nuova versione del classico cantautore del Nord America. Ricorda spesso James Taylor, ma anche gente come Percy Sledge. Un mix di folk, country, rhythm&blues, rock ‘n’ roll e punk rock (poco) noto come Americana, che annovera tra i suoi principali esponenti The Handsome Family (quelli della sigla iniziale della prima stagione di True Detective) e, probabilmente, gli Uncle Tupelo (che forse ne sono più che altro avi). Finora ha pubblicato solamente un EP, con la collaborazione dell’ex bassista de The Smiths, Andy Rourke, e il batterista della band R&B Zzajé, Brandon Collins. Di lui si trovano comunque diversi brani da solista su SoundCloud. Fa inoltre parte di un trio The Bowery Riots, messo in piedi con il bassista TJ Rosenthal e il batterista Warren Stubbs.

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Da ascoltare perché: sia da solista che in gruppo il sound è malinconico, ma quasi mai noioso, con una voce nasale abbastanza originale e testi discreti.

Pezzo da ascoltare: Standing in the door (da solista); My time has come (come The Bowery Riots).

2. Duo svedese dall’iconico nome di Black Letter Day (modo di dire anglofono nato almeno nel XVII secolo, indicante una giornata tragica), il gruppo in questione suonava un synthpop con forti influenze darkwave. Nel 1987 hanno rilasciato un EP, che oggi costa dai €60 in su, contenente due pezzi patinati e bui, registrati maluccio. Di loro, purtroppo, non si sa altro, se non che, finanche su YouTube, a distanza di 30 anni, non se li caga praticamente nessuno. Si possono scovare soltanto i due pezzi già citati, comunque piuttosto interessanti e intrisi di malessere adolescenziale. Poco più di 7 minuti che li rendono un duo emblematico, da ricordare e magari da approfondire, non saprei come. Insomma, per atmosfere, testi, insuccesso e mistero, letteralmente una Black Letter Day band.

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Da ascoltare perché: se lo meritano, quasi i loro due pezzi fossero le lapidi di questo duo (non dei componenti, spero).

Pezzo da ascoltare: So long (ma anche The screaming, che è la title track).

3. Giusto per dare una piccola soddisfazione al Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, il prossimo gruppo l’ho scelto tra le schiere di chi, in Europa, non canta in lingua inglese. La Repubblica Ceca (o Cechia, fate voi) è zeppa di musicisti interessanti, andando dal punk demenziale dei Visací Zámek (milioni di visualizzazioni su YouTube e 35 anni di attività) alla combattiva cantautrice Radůza. Ancor più interessante, ma meno famoso (sebbene pluripremiato), è il trio folk rock degli Květy, che io considero i Coldplay cechi, ma mi piacciono. Suonano tendenzialmente un folk rock con sprazzi alternative, ma anche elementi jazz e hip hop. Innumerevoli le collaborazioni con musicisti cechi di varia estrazione, soprattutto suonatori di archi. Spaziano da brani dal sentore balcanico (ma anche ispanico), come Pasáček ovcí (che infatti significa pastore delle pecore), fino a brani a brani più jazzistici, come Je sychravý říjen, e, tra gli artisti da me scelti e qui propagandati, sono indubbiamente i più famosi, ma lo sono esclusivamente in patria.

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Da ascoltare perché: sono una band originale, ricercata, che non esagera mai, regalando atmosfere sia soffuse ed eleganti, sia stralunate, con l’ausilio di una lingua sconosciuta ai più, che fa molto intellettuale.

Pezzo da ascoltare: Tulák (vagabondo, che mi ha ispirato una trama mai sviluppata: Storia di un praghese che si dissolse).

4. Essendo stato una sorta di metallaro per alcuni anni, non potevo non inserire qualcosa di inerente in questa breve lista. I Kairi non sono un gruppo per tutti, né, soprattutto, per i puristi del Metal. Erano una band gallese di funeral doom metal, nata come la one-man-band dark ambient di Kairi Parker-Shikari. Quest’ultimo è stato l’unico componente fisso della band, grazie anche alle sue doti di polistrumentista. Nel 2003 ha pubblicato The Pain of Waiking, dopodiché, nel 2005, affiancato da tali Leon Protheroe e Jeremy, ha rilasciato All of My Dreams. Nello stesso anno, sempre con il vocalist Leon, esce l’album Kairi, segnando anche il definitivo cambio di nome della band. Nel 2012 l’ultimo lavoro, Dust, segna la fine della carriera del giovane musicista, che era stato affiancato da Leon per le parti in growl e screaming (quando metallari e punk fanno, rispettivamente, voce grossa e voce stridula). Nel mezzo qualche altro lavoretto. I temi principali (anzi gli unici) trattati sono pene d’amore, solitudine e sofferenza in generale, ma sovente non ci sono testi, al massimo una o due parole al minuto. Kairi si è recentemente laureato in Music Technology presso la University of Glamorgan, ma di lui, musicalmente parlando, non si è più sentito nulla.

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Da ascoltare perché: avrei potuto scrivere benissimo il 99% della produzione di Kairi, quindi ascoltatelo, perché nessuno suonerà mai le canzoni che ho scritto (a caso) e sono più di 200.

Pezzo da ascoltare: Together (7.34 minuti di puro struggimento, ascoltabili da tutti).

5. Chiudiamo in bellezza con un duo italiano ormai sciolto da tempo, che secondo me ha ricevuto molte meno attenzioni di quante ne avrebbe meritate. Sì: Loy è figlio di Nanni Loy. Hanno registrato solamente tre album, all’epoca considerati uno dei rari esempi di country rock italico, ma in realtà erano ben di più. Sono stati, più di tutti, i padri nobili dell’indie rock italiano. È vero, quello attuale fa cagare, ma loro no, erano i primi e lo facevano meglio. Mischiavano amore e denuncia sociale, ma lo facevano bene, con un’ironia che non fa ridere solo chi vota Possibile [ciao Giovanni Magoga, se leggi (a Genova, scrivi Magoga sulla scheda elettorale del Municipio IX Levante, dopo aver barrato il simbolo della lista Chiamami Genova Putti sindaco)].

Oggigiorno, Massimo Altomare continua a fare il cantautore, annoverando una collaborazione con Stefano Bollani, ma scarso successo e pezzi non più carichi come quelli passati. Francesco Loy, invece, si è ritirato in un casolare in campagna e compone musica ambient.

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Da ascoltare perché: sono piuttosto sconosciuti, ma meritano un grande successo, scoprite velo da soli il perché.

Pezzo da ascoltare (almeno tre): Topi (struggente, ripetitivo, semplice), Quattro giorni insieme (scanzonato, malinconico, libertino), Contronatura (“Questa è una legge contraria alla natura che più ti spacchi il culo e peggio devi star”).

Spero di aver soddisfatto almeno un po’ i vostri padiglioni auricolari, ma, soprattutto, di aver satollato la vostra fame di artisti sconosciuti o poco più. Forse 5 artisti sono pochi, forse troppi (non credo), personalmente ritengo sia il numero giusto per non tediarvi, lasciandomi la possibilità di sfogare tutto il mio odio per i falsi miti dell’anticonformismo spiccio. Dunque “prego, grazie, scusi… tornerò!”.

Michele Radaelli

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