Il Grunge è morto, abbasso il Grunge!

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Gli anni ’90 sono stati forse tra i peggiori decenni di sempre. Per i comunisti era finito il sogno che si nascondeva dietro il Muro, per liberali e conservatori erano finiti gli anni di Re Ronald Reagan (citazione colta) e quelli della Iron Lady. Per non parlare dell’inutile scossone di Mani Pulite nel nostro Paese, di un Festival di Sanremo che ha sorpassato se stesso in pochezza e di un generale affioramento di un moralismo post-ideologico.

Musicalmente parlando è iniziato di tutto, i 90s sono stati il principio di una diversificazione musicale che ha portato alla nascita di generi underground che accontentano quasi tutti i palati più raffinati, ma, allo stesso tempo, ha permesso alla musica commerciale di farsi strada incontrastata. Come strascico degli anni ’80, però, una corrente musicale, che era in realtà più una moda che un genere, ebbe un successo enorme nei primi anni del decennio peggiore, nonostante le chitarre distorte e i testi dirty: il Grunge.

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L’inizio della fine

Il termine, derivante da un aggettivo nato nel 1965, indica la sporcizia, soprattutto musicale, che caratterizzava alcune band. Il termine fu utilizzato per la prima volta dal cantante/chitarrista statunitense Mark Arm, ma ebbe inizialmente diffusione nella sola Australia, per indicare lo stile di band come i Beasts of Bourbon. Anni dopo venne affibbiato anche al cosiddetto sound di Seattle, che in realtà un vero e proprio unico sound non era, ma era rappresentato da numerose band di successo di varia entità, che avevano mischiato un po’ tutti i generi rock più semplici, quasi sempre con solo basso, chitarra e batteria, creando un qualcosa che era soprattutto l’evoluzione del garage rock, ma che, a seconda della band, poteva ispirarsi maggiormente all’heavy metal, al punk, alla psichedelica e all’hard rock. In comune c’erano soprattutto gli argomenti trattati (depressione, protesta, malessere, povertà, nichilismo, adolescenza,…), lo stile trasandato e la struttura dei brani (strofa calma-ritornello forte-strofa forte).

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Intro di Smells like Teen Spirit, il più grande successo dei Nirvana

Potremmo scrivere per anni senza aver finito di rendicontare ogni singola band grunge, ma eviterei di tediarmi. Mi concentrerei, dunque, sulle quattro band che hanno rappresentato il successo commerciale del genere in questione. I primi furono, nel 1991, i Nirvana, con Nevermind, che tra tutti risultavano sicuramente i più pop. Un mese prima era uscito l’album Ten, dei Pearl Jam, che però arrivò al successo poco dopo il primo citato, forse anche a causa della maturità dello stile. L’anno successivo arrivò Dirt degli Alice in Chains, il lato metal del grunge. I Soundgarden, invece, già da tempo suonavano riuniti, ma raggiunsero l’apice nel 1994 con l’album Superunknown.

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Copertina di Superunknown

Questi quattro sono indubbiamente i quattro pilastri commerciali del primo Grunge.

L’ultimo album citato uscì l’8 Marzo 1994. Nemmeno un mese dopo, mentre mio padre compiva 30 anni, il 5 Aprile, Kurt Donald Cobain, frontman dei Nirvana, ma più in generale dell’intero movimento, si sparò in testa con un fucile a pompa modello Remington M-11 calibro 20. Il 23 Febbraio precedente (compleanno di mia madre, in questo caso) era apparso per l’ultima volta in TV, su Rai3, nel programma Tunnel, condotto da Serena Dandini. Lasciò una lettera To Boddah, che sembrava più che altro un testamento musicale.

Cobain divenne così l’ennesimo maledetto ad entrare nel Club 27, ossia quello dei famosi morti a 27 anni, su tutti Hendrix e Morrison.

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Cobain a Tunnel (sì, c’è scritto “RAIUNO”, ma era tipo un servizio del Tg)

Esattamente 8 anni dopo, al culmine di un’esistenza fatta di sofferenze, fisiche e psicologiche, Layne Staley, cantante degli Alice in Chains, si tolse la vita con una dose gargantuesca di speedball. Il corpo fu ritrovato, in casa, soltanto due settimane più tardi. Alla veglia funebre organizzata in suo onore si presentarono, defilati, anche Chris Cornell dei Soundgarden (in realtà già scioltisi nel 1998 e poi riuniti, in qualche modo, nel 2010) ed Eddie Vedder dei Pearl Jam (lanciati da Cornell), gli ultimi due rappresentanti di spicco in vita (potremmo metterci anche Mark Lanegan e Dave Grohl, ma sono meno specifici/meno di spicco).

Almeno fino al 17 Maggio 2017 (quasi 37 anni giusti dopo Ian Curtis, che morì il 18), fino a quella poco chiara notte a Detroit. Chris Cornell si è impiccato (ma pare sia morto in ambulanza). Una sito bufalaro ha provato a smentirne la morte con una pessima bufala, ma è tutto vero.

A differenza degli altri due, già crepati da anni, Chris era il figo istrionico, quasi più da reaganiani anni ’80, ma soprattutto vicino ai frontman scalmanati dell’hard rock made in 70s. Non soltanto un bello maledetto. Soltanto apparentemente più semplice degli incomprensibili testi delle sue canzoni. Leader della band che aveva aperto la strada alle altre tre, avendone più o meno lo stesso successo. Sottosotto nascondeva un’infinità di celebri lutti mai elaborati: Andrew Wood dei Mother Love Bone (da cui nacquero i Pearl Jam) su tutti, ma anche Kurt Cobain, Layne Staley e il più famoso da morto per eccellenza, ossia Jeff Buckley.

Aveva appena calcato il palco, twittato la felicità di essere a Detroit (tweet rimosso postumo), parlato con i fan.

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Il suo penultimo tweet

Qualcuno ha visto un messaggio in quell’ultimo concerto, durante il quale la cover di In my time of dying, dei Led Zeppelin, è stata eseguita in chiusura, preceduta da una frase, col senno di poi, emblematica:

«Non so come spiegare alla gente quanto sia bello il pubblico di Detroit, mi dispiace per la prossima città…».

La prossima città sarà Lavandonia. Se tutto ciò fosse vero, sarebbe un addio appena uno scalino sotto a quello di Black Star di Bowie.

Di lui restano i grandi classici, su tutti Black Hole Sun (come ha scritto un amico: “la canzone con più ritornelli nella Storia”), ma anche la meno famosa e più oscura Fell on Black Days, nonché la mia preferita (sono un po’ commerciale): Jesus Christ Pose.

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Chris Cornell nella clip di Jesus Christ Pose

Passati i vestiti larghi e macilenti, passata la rabbia, passata l’ultima rivoluzione del rock, che cosa resta di questa gente? Tantissimo. Che cosa resta del Grunge? Molti eredi, poco degni di esistere nel panorama musicale, un po’ di abbigliamento e un malessere, un nichilismo, che non se ne è più andato dalla società occidentale. Eredità, dunque, nel bene e nel male, che è ciò che lasciano i morti.

Signori e signore, è accaduto da tempo, non con il suicidio di Chris Cornell, allorché con la sua morte forse simbolicamente in definitiva: il Grunge è morto… Abbasso il Grunge!

Michele Radaelli

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