Scarponi in rosa

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Uno che si chiama Scarponi non può che andare forte in montagna.

Un nome, un destino. O quasi. Sì, perché Michele è sì uno scalatore, ma lui le salite le supera inforcando una bicicletta. Per questo motivo lo chiamano l’Aquila di Filottrano, che a Filottrano ci vive e aquila lo è davvero, sulle due ruote. Corre da quando ha 8 anni, sono quindi ormai 30 che il ciclismo fa parte della sua vita. Anni in divenire, dalla nazionale Juniores, a 17 anni, passando per l’esordio nel ciclismo professionistico nel 2002, esordio coronato quasi subito con una vittoria, fino a un primo brusco stop, dovuto al coinvolgimento nell’Operación Puerto, che lo ferma per ben 18 mesi. Ma Michele è cresciuto in quegli anni, con tante vittorie e tanti importanti piazzamenti. Nel 2009, finalmente, ritorna alle competizioni ufficiali, trionfando subito alla Tirreno-Adriatico, davanti a due che non sono esattamente nessuno: Stefano GarzelliAndreas Klöden.

Proseguono i successi e i buoni risultati: al Giro, ma non solo, inizia a diventare una bella speranza e un uomo pericoloso. Ma questa definizione cozza con quello che è Michele. Sempre sorridente, giocoso, gentile, generoso. Lo vediamo ridere e sorridere da quando lo conosciamo. È il 2011 l’anno della svolta vera, con il secondo posto nella classifica generale del Giro d’Italia, appena dietro uno come Alberto Contador e davanti a Vincenzo Nibali, che arriva terzo. Lo spagnolo, però, risulta positivo al clenbuterolo, viene squalificato e la maglia diventa dunque di Scarponi, così come la Volta Ciclista a Catalunya. Ma l’Aquila di Filottrano da prova di sé e dichiara:

“Per uno sportivo vincere a tavolino non è mai piacevole. Mi spiace molto per Alberto: lui è di un altro pianeta ed è giusto riconoscerlo. L’anno scorso io ho fatto di tutto per vendergli cara la pelle, ma quando la strada saliva, fin dalla tappa dell’Etna, lui ha dato dimostrazione di forza e classe purissima. Non voglio entrare nella questione della sentenza, mi limito a dire che per me Alberto resta un fuoriclasse.”

Nel 2012 alcuni problemi fisici gli fanno perdere il podio del Giro proprio all’ultima tappa, in favore del belga De Gendt. Al Tour solo un secondo posto in una tappa, ma pur sempre dietro a Voeckler e dopo una fuga spettacolare. L’anno seguente, dopo alcuni piazzamenti di rilievo (su tutti il quinto posto alla Liegi-Bastogne-Liegi), cade rovinosamente, ma termina come quarto della carovana rosa. Il 2014 è l’anno del ritorno all’Astana, orfana di Vinokurov, che però ne è divenuto l’allenatore, e il cui capitano è Vincenzo Nibali. È capitano, ma una brutta caduta lo costringe al ritiro. Partecipa, però, al Tour, dove si rivela fondamentale per la vittoria della classifica generale da parte dello Squalo di Messina. Nel 2016 corre una buona Vuelta, ma a fine corsa si trova ad un undicesimo posto che gli sta un po’ stretto. E arriva il 2017, il capitano dell’Astana alla Corsa rosa dovrebbe essere Fabio Aru, ma un infortunio fa sì che Michele Scarponi, reduce da una bella vittoria alla prima tappa del Tour of the Alps, lo debba sostituire.

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È la centesima edizione del Giro d’Italia. Un’edizione speciale di una corsa a tappe mai scontata, sempre speciale. Ciclisti, campioni e leggende si sono susseguiti fino a oggi, per ormai 100 volte. Un grande traguardo, in tutti i sensi.

La partenza ad Alghero, venerdì 5 Maggio, le altre due tappe in territorio sardo, e poi la Sicilia, con l’arrivo sul pianeta Etna, dove Michele ha dato prova di non essere soltanto un 38enne che deve aspettare i mondiali dell’anno prossimo, come gli ha scherzosamente detto il C.T. Cassani. È un gregario, mai stato gregario, che torna a essere capitano. E via per Messina, la città di Nibali, poi la Calabria, i trulli di Alberobello, il Gargano, fino ad arrivare a un’altra tappa che, per la classifica finale, ha molto da dire: Montenero di Bisaccia-Blockhaus. La montagna col nome datogli da un ufficiale altoatesino che combatteva i briganti fa selezione e rimangono quelli che effettivamente erano dati come favoriti: Nibali, Pinot, Thomas, Dumoulin, Scarponi, Molelma, un po’ meno Jungels, ma più di tutti Quintana. Quest’ultimo, anche grazie all’aiuto dei compagni di squadra, conquista la maglia rosa. Vincenzo e Michele ci sono, poco dietro, forse anche grazie all’esperienza hanno resistito all’attacco del giovane colombiano.

Si passa dalle Alpi, ma non prima di qualche tappa di transizione in cui Gaviria si dimostra un talento puro e, soprattutto, una bella crono stravinta da Dumoulin, in cui però Michele si difende benissimo, quasi a emulare quel ventiduenne di Jesi che nel 2011, ai Mondiali su strada, nella prova a cronometro si era piazzato all’ottavo posto. La maglia rosa olandese, con pazienza, stacca tutti gli avversari al santuario dell’Oropa, vincendo, a sorpresa, la tappa, ma Michele si mette in mostra, tenendogli testa e recuperando qualcosa sugli altri in classifica. Rovetta-Bormio: Dumoulin ha un attacco di dissenteria e si deve fermare, difende coi denti la maglia rosa, ma Nibali, col suo attacco scalmanato in discesa, si avvicina moltissimo al primo posto, così come Quintana e Scarponi, ormai tutti e tre a una manciata di secondi dall’ambita maglia. Nibali vince la tappa, ma l’Aquila di Filottrano sembra un ragazzino, con anni di esperienza alle spalle. Verso i Canazei vince Rolland, ma Vincenzo e Michele rosicano abbastanza secondi a Dumoulin, diventando, rispettivamente, maglia rosa e secondo sul podio, quasi il secondo fosse ancora il gregario del primo, ma non è così: Michele è deciso a fare bene, a vincerlo questo Giro, questa volta sul campo, come ha sempre sognato.

Si parte da San Candido e si arriva a Piancavallo. Grande fuga fin da subito, ripresa a poche decine di chilometri del traguardo. Partono in contrattacco due omonimi: Mikel e Michele. Nessuno dei due ha ancora vinto, ma si sono comportati molto bene, anche se lo spagnolo ha risentito di quella brutta caduta che ha coinvolto tutto il suo team. Dumoulin è in crisi, Nibali e Quintana resistono, ma il colombiano non può aiutare la maglia rosa.

Scarponi è lì e lì per conquistare la maglia rosa, gli mancano ormai pochissimi secondi. Né lui né Landa si risparmiano, entrambi vogliono la vittoria di tappa. Ex compagni di squadra, ora avversari, ma sempre amici. Difficile non esserlo con uno come Michele. Nella volata finale il decreto: Landa. Ma Scarponi è assieme a lui e, soprattutto, è la nuova maglia rosa! Dopo anni. A 38 anni. Il vincitore più vecchio di un Giro d’Italia – almeno fino a ora – è Fiorenzo Magni, vittorioso nel lontano 1955, a 34 anni.

Sabato 27 maggio è il turno dell’ultima tappa di montagna. Sono tutti vicini, in ordine di classifica generale: Scarponi, Nibali, Quintana, Pinot, Dumoulin, ma anche Zakarin ed il mitico Pozzovivo. Si parte da Pordenone e si arriva ad Asiago, passando per il Monte Grappa, purtroppo lontano dal traguardo. Ma c’è la salita, a Foza, in cui tocca staccare chi in crono va più forte tra gli uomini di classifica: su tutti l’olandese, ma anche Nibali e Pinot. La lunga salita prima del traguardo è l’occasione giusta ed ecco Zakarin e Pozzovivo che partono. Dumoulin non ce la fa più di tanto, ma gli altri sì. Anzi, Quintana e Nibali partono all’inseguimento dei primi due, Michele li segue, così fa Pinot. Finita la salita, la discesa, poi la pianura. Tutti insieme, i primi, eccezion fatta per il cronoman olandese. Vince Pinot, secondo Nibali, terzo Scarponi.

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Ed è l’ora dell’ultima tappa. La crono che dall’autodromo di Monza porterà i ciclisti, uno per uno, a Milano. Sono ormai partiti tutti, manca solo la maglia rosa. Michele Scarponi aspetta, un po’ preoccupato. È già sulla sua bicicletta, i tacchetti incastrati nei pedali. Tutto in rosa, con quel fisico secco, quel naso aquilino, quel sorriso, adesso pensieroso, prima della partenza. Ma non ha rinunciato a scherzare fino a poco prima. È uno di quei momenti in cui dovresti avere la testa svuotata dalle preoccupazioni, ma non è così, perché ti passa tutto per la mente. Dalla prima bici al pappagallo dei vicini che ti segue sempre quando ti alleni vicino a casa, dal Mortirolo (quest’anno così semplificato) agli amici, dalla carriera a, più di tutto, l’amata famiglia. Chi sa se questa sarà la volta buona per vincere finalmente il Giro d’Italia all’ultima tappa? Non lo sai, ti verrebbe quasi voglia di aspettare per sempre e non lasciare mai quel momento, così teso, ma anche così sicuro, fermo. Però i secondi scorrono inesorabili e l’allarme suona: devi partire.

Pedalando verso l’eternità.

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Michele Radaelli

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