Generazione 0?

(Non me ne vogliano i miei – pochi – lettori, ma queste righe saranno per la maggior parte intrise di mie personalissime riflessioni)

A volte si parla di generazione Erasmus come di un unicum che accomuna e identifica ragazzi per un determinato stile di vita,  per una certa etica e certe prospettive. Il fatto è che, parlando di questa fantomatica generazione si dimentica, denominandola in tal modo, che l’erasmus abbia, da poco, compiuto trent’anni. Trent’anni. 

Quelli della generazione Erasmus sarebbero, allora, secondo stampa, buona parte della società e dei sociologi, ragazzi accomunati da alcune caratteristiche – tra cui in primis l’apertura alla globalizzazione – che, avendo ben saldi questi valori, si porrebbero, come prospettiva, quella di creare un futuro diverso. Di aver intenzione di vivere una vita diversa. In una società diversa. Con ideali nuovi e, perché no, diversi.

A ragion veduta e con un po’ di senso critico, però, non mi sembra che questa generazione sia in realtà una generazione. Se un tempo, infatti, i cambiamenti erano forse meno netti tra i nati in un arco temporale di venti-trent’anni, abbiamo assistito a decadi – dagli anni ’80 in poi – profondamente diverse tra di loro. Di conseguenza, i distacchi tra le generazioni sono andati, negli ultimi anni, ampliandosi e rimarcandosi sempre di più. E, se le differenze sono venute ad acuirsi maggiormente, questo è successo forse in maniera più netta, quasi incredibile, tra i nati negli anni ’90.

Non vorrei negare l’esistenza di una generazione che si può chiamare Erasmus, ma semplicemente far notare che forse questa é già finita, da molto tempo. Si è assistito ad una cristallizzazione, nell’immaginario collettivo, di un modus vivendi e di uno stereotipo, prolungandone l’esistenza ben oltre l’effettività del fenomeno.

Insomma, una generazione Erasmus è sicuramente esistita, ma questa non siamo noi e non lo siamo mai stati, se non nei piani dei grandi; quantomeno non nell’ottica in cui questa viene vista. In Erasmus, sì, ci andiamo, ma con altre aspettative, con altri interessi e prospettive dei ragazzi che ci andavano dieci, venti, trent’anni fa. È qui che, al riguardo di questo presunto “comune denominatore”, forse buono solo per comodità, casca l’asino. Ed è qui che – mi pare – sia evidente che questa generazione sia qualche cosa di più o di meno di quella Erasmus, sicuramente di diverso.

La situazione è un po’ più complessa, diceva qualcuno e qui calza a pennello. È davvero molto più complessa ma, in poche righe e senza retorica – che oggi non mi va – è il meglio che riesca a fare. Quindi, diciamo, i nati dalla fine degli anni ’80 in poi hanno vissuto facendo Erasmus, ma cominciando pian piano a cambiarne l’approccio.

Negli ultimi anni, d’altronde, un’instabilità politica europea senza eguali nel recente passato, un’emigrazione di massa dai paesi poveri verso l’Occidente e, soprattutto, una serie di attentati, hanno ridimensionato le aspettative di chi si immaginava un’Europa che parlasse un’unica lingua, un’America – ok, gli USA – sempre più forte, una laicità imperante nel mondo e, sullo sfondo, un sistema capitalistico che reggesse all’infinito.

Nei ragazzi, se non è venuta meno una certa curiosità ereditata dalle generazioni precedenti, questa ha sicuramente mutato forma. Si è trasformata, mostrando quanto di costruito ed artificiale ci fosse in una certa concezione del diverso, del nuovo, dello sconosciuto.

Con una metafora: i bambini si buttano sempre a capofitto in ogni situazione e, invidiati dagli adulti per questo, non hanno mai paura di alcunché. Provano a fare di tutto. Ecco, le generazioni immediatamente precedenti alla/e nostra/e sono simili a dei bambini. A un certo punto, difficile stabilire quale, qualcosa è cambiato. Le nuove generazioni si sono approcciate al mondo “da adulti”. E, attenzione, questo non soltanto negli ultimissimi anni, in cui imperano gli incubi dei morti in metro, dei morti ascoltando un concerto, dei morti al mercatino. Dei morti.

È come se, nella testa, nell’anima dei ragazzi, del futuro, da un certo momento in poi ci sia stata una consapevolezza di sé diversa. Una visione del mondo diversa ha (velocemente) rovesciato le prospettive e, forse ironicamente, non ha fatto sì che si desse un nuovo nome alle generazioni che ispirava.

In Italia – ma la situazione non è molto diversi da quella europea in generale – il tasso di disoccupazione, secondo l’Istat, è dell’11%, di quella giovanile del 34%. Si tratta, per i ragazzi tra i 15 ed i 24 anni, del dato peggiore dal 2012.

Questi dati, oggettivi, sono probabilmente importanti per cercare di spiegare il motivo per cui la fiducia nella società, la voglia,  l’intraprendenza, siano diminuite; anzi vertiginosamente scese. I ragazzi di oggi hanno l’impressione che l’Erasmus sia un gioco, che non rappresenti davvero il mondo… che sia una “perdita di tempo”, niente di più che “un lusso”. E pare che questo mondo stia rimpicciolendo a pari passi con cui diminuisce il lavoro, diminuiscono i sogni, si appanna il futuro.

I nostri padri, a 25 anni, non sognavano ma vedevano – con chiarezza – qualcosa. I piani erano tendenzialmente: lavorare, comprare casa, comprare l’auto. Ma poi c’era spazio per il resto. Ed erano piani fattibili. Stimolanti.

Oggi, in un mondo che pare rimpicciolire sotto la spinta, da un lato, di pulsioni irrefrenabili come la paura e, dall’altro, di critica in radice, razionale, del sistema, tutto si appiana. Bisogna distruggere prima di creare, sì, ma non si sa come farlo nè, tatomeno, quale sia effettivamente il problema. Con cosa non sono d’accordo? Cosa distruggo? Non c’è lavoro, non c’è casa, auto. E non li si vuole mica, se neanche si immagina cosa siano, cosa potrebbero essere. Nè si immagina cosa – di più grande – possano simboleggiare.

Il fatto è che, se tutto si appiattisce – magari è la quiete prima della tempesta – si rinuncia alla vita. E qui sembra quasi che sotto certi punti di vista si possa parlare di generazione rinuncia, verso uno standard di vita inculcato dalla società, verso una certa etica, certi valori.

Ecco, la generazione rinuncia… che però non ha imparato a sognare e che si chiede come sia possibile farlo; che vorrebbe distruggere, ma non si sa cosa. Ma che, soprattutto, vorrebbe – con tutte le forza – poter creare. Una generazione che neanche ha saputo ottenere una definizione, un titolo. Che vive nell’anonimato.

Allora iniziamo a farci delle domande.

Andrea Conte

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